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Autore: Sara Grossi

In Umbria circa il 30% dei minori vittima di cyberbullismo

L’Istat svela che nel 2023 (l’ultimo anno per il quale ci sono dati definitivi) il 68,5% dei giovani tra 11 e 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un comportamento offensivo o aggressivo, mentre il 34% ha vissuto episodi di cyberbullismo; circa il 21,5% ne è vittima in modo ripetuto.

Nel Centro Italia, il Lazio registra un coinvolgimento del 33-35% degli studenti, con una forte incidenza nelle aree urbane; Toscana (32-34%), Marche (30-32%) e Umbria (circa 30%) confermano una diffusione ormai generalizzata.

Nel Mezzogiorno, in Campania e Sicilia il fenomeno coinvolge tra il 28% e il 32% dei giovani, mentre in Puglia e Calabria si attesta tra il 27% e il 30%; in Sardegna il dato medio è intorno al 31%. In Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, invece, oltre il 90% dei giovani dichiara di non aver mai subito episodi, segnalando una minore incidenza complessiva.

Al Nord, in Lombardia tra il 36% e il 40% degli studenti risulta coinvolto in episodi di cyberbullismo, con circa il 23% che segnala situazioni reiterate; valori simili si registrano in Piemonte (34-37%) e Emilia-Romagna (33-36%). Nel Nord-Est, Veneto e Friuli-Venezia Giulia presentano una quota di episodi ripetuti superiore al 22%, segno di una maggiore strutturazione del fenomeno.

L’introduzione della legge n. 132/2025, con l’inserimento dell’articolo 612-quater nel Codice Penale, rappresenta un passaggio di grande rilevanza giuridica e culturale. La norma, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni la diffusione illecita di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, interviene su un terreno fino a pochi anni fa privo di una disciplina specifica, colmando un vuoto normativo reso evidente dalla rapida evoluzione tecnologica.

L’articolo 612-quater introduce un principio fondamentale: la tutela dell’identità personale e della reputazione deve estendersi pienamente anche ai contenuti digitali manipolati, riconoscendo che la violenza può essere esercitata non solo attraverso parole o azioni dirette, ma anche mediante rappresentazioni artificiali della realtà. In questo senso, la norma segna un cambiamento di paradigma, poiché riconosce giuridicamente il danno derivante dalla costruzione e diffusione di una “realtà alterata”, capace di incidere profondamente sulla percezione sociale di una persona.

Tuttavia – rileva il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani – una lettura attenta della disposizione evidenzia anche alcuni limiti strutturali. “L’intervento penale – scrive – si colloca necessariamente a valle del comportamento illecito, quando il danno è già stato prodotto e spesso amplificato dalla diffusione incontrollata in rete. La natura stessa dei contenuti digitali – replicabili, condivisibili e difficilmente eliminabili – rende infatti complessa una piena riparazione del danno subito dalla vittima. La sanzione, per quanto necessaria, non riesce da sola a ricostruire l’integrità dell’identità lesа.
Inoltre, la norma pone implicitamente una sfida interpretativa ed educativa: distinguere tra uso legittimo e uso illecito dell’intelligenza artificiale. Non ogni contenuto manipolato è di per sé illecito; ciò che rileva è l’assenza di consenso e la capacità di arrecare un danno ingiusto. Questa distinzione richiede competenze giuridiche e digitali che non possono essere date per scontate, soprattutto tra i più giovani”.

Per queste ragioni, il CNDDU sottolinea come la legge n. 132/2025 debba essere letta non solo come uno strumento repressivo, “ma come un segnale forte della necessità di accompagnare l’innovazione tecnologica con una crescita della consapevolezza etica. La norma indica un confine, ma spetta alla comunità educante renderlo comprensibile e interiorizzato”.

“L’efficacia dell’art. 612-quater – avverte il CNDDU – dipenderà dunque dalla capacità del sistema educativo di tradurre il principio giuridico in pratica quotidiana, promuovendo una cultura del rispetto digitale, della responsabilità e della tutela della persona. Senza questo passaggio, il rischio è che la norma resti un presidio formale, incapace di incidere sulle cause profonde del fenomeno”.

Aeroporto, numeri record aspettando il volo per Madrid

Una crescita dei passeggeri del 68% dal 2022, il record storico annuale di 620.400 passeggeri toccato nel 2025, quello giornaliero del 19 agosto dello scorso anno, quando 4120 persone sono transitate allo scalo umbro. E un bilancio in lieve attivo. Questo il lasciato del Cda di Sase guidato dal presidente Antonello Marcucci, che il 16 aprile, con la presentazione del bilancio, terminerà il proprio mandato.

Marcucci ha già comunicato che non si ripresenterà. I soci (su tutti la Regione, attraverso Sviluppumbria) dovranno indicare la nuova dirigenza, incaricata, è il mandato politico annunciato dalla presidente Stefania Proietti, di proseguire il lavoro fatto.

Guardando, con sostenibilità, all’attivazione di nuove rotte. Soprattutto Madrid, porta europea dalle Americhe. Ed anche Parigi e Francoforte, se si troveranno le risorse economiche da mettere sul piatto. Importanti hub, affinché si possa aumentare l’incoming di un turismo i cui numeri stanno crescendo insieme a quelli dell’aeroporto.

Uno sviluppo che però rischia di essere messo a rischio, anche in Umbria, dal caro-carburante legato alla guerra in Medio Oriente.

Bar e ristoranti, così si sta modificando il settore in Umbria

In Umbria, il settore della ristorazione oggi conta 5.764 esercizi, costituiti per il 58,8% da ristoranti e per il 38,1% da bar, secondo un’articolazione speculare a quella nazionale. La crescita rispetto a 15 anni prima – rileva l’indagine dell’AUR QUADERNI sul commercio in Umbria, è stata complessivamente del 16,5% (19,3% in Italia).

Ma soprattutto, in Umbria si sta osservando un processo di ricomposizione interna che non è semplicemente un ribilanciamento numerico, ma una vera trasformazione strutturale: il bar tradizionale perde centralità, mentre cresce un’offerta ristorativa più complessa, specializzata e con maggiore
valore aggiunto, in Italia così come in Umbria.

La flessione del numero di bar sia in Italia sia in Umbria prende corpo a partire dal 2020, a causa
di una combinazione di shock esogeni e criticità interne al settore. L’impatto della pandemia
ha rappresentato un punto di svolta, poiché le restrizioni alla mobilità, la contrazione dei
consumi fuori casa e l’incertezza economica hanno determinato un’elevata mortalità
d’impresa, indotta anche dall’aumento dei costi operativi e dalla riduzione di margini già
risicati: il bar soffre più degli altri format l’aumento dei costi di gestione (energia, lavoro, materie
prime), perché la sua capacità di incrementare i prezzi è limitata dal tipo di servizio e dalla
reattività del consumatore rispetto a prodotti molto standardizzati.
Inoltre, il bar “generalista”, basato su consumi ripetitivi e a basso margine (caffetteria,
cornetteria, aperitivo di base), è stato messo sotto pressione dalla concorrenza di nuovi format
ibridi che ne replicano in parte l’offerta (panifici evoluti, catene di caffetteria, punti vendita GDO
con area break). Parallelamente, mutamenti nelle abitudini dei consumatori – tra cui la
diffusione dello smart working e la minore frequenza delle pause tradizionali – ne hanno
ulteriormente indebolito la frequentazione.

In Umbria, tali dinamiche risultano particolarmente evidenti nella provincia di Perugia, dove la diminuzione rispetto al 2019 è stata quasi doppia rispetto a Terni (-10,6% vs -5,5%), per un totale di 228 esercizi in meno nella regione. Se nel 2019 per ogni 10 mila umbri erano presenti 27,9 bar, oggi tale dotazione è scesa a 25,8, senza grandi differenze tra le due province e sostanzialmente allineata alla media nazionale.

Parallelamente, l’aumento degli esercizi di ristorazione segnala uno spostamento significativo della spesa verso i consumi fuori casa. Tale tendenza è coerente con la crescente valorizzazione del tempo, con la riduzione dei costi d’opportunità associati alla preparazione domestica e con la maggiore centralità attribuita alla socialità, per cui il ristorante svolge sempre più la funzione di luogo di relazione, aggregazione, interazione ed estende la propria funzione tradizionale attraverso format ibridi e servizi di delivery.

Caro-bollette da 422 milioni per le imprese umbre: ecco chi “paga” di più la guerra in Medio Oriente

Attenzione soprattutto sul polo siderurgico e chimico del ternano, particolarmente energivoro, per il caro-energia conseguente alla guerra in Medio Oriente. Un problema che però ovviamente è sentito da tutte le imprese umbre, che secondo l’allarme lanciato dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre potrebbero pagare quest’anno 190 milioni di euro in più per le bollette di energia elettrica e gas, passando da 1.411 milioni a 1.601 milioni di euro.

Un incremento percentuale, quello stimato per l’Umbria, identico alla media nazionale: +13,5% (9.792 milioni di euro in più la stima dei costi per le imprese in tutta Italia).

Come evidenzia la Cgia, con un’eventuale impennata dei costi delle bollette elettriche, i settori economici più “colpiti” potrebbero essere quelli che registrano i consumi più importanti: metallurgia (acciaierie, fonderie, ferriere, etc.); commercio (negozi, botteghe, centri commerciali, etc.); altri servizi (cinema, teatri, discoteche, lavanderie, parrucchieri, estetiste, etc.); alimentari (pastifici, prosciuttifici, panifici, molini, etc.); alberghi, bar e ristoranti; trasporto e logistica;
chimica.

Soddu lascia la Curia di Terni-Narni-Amelia: sarà vescovo a Sassari

Il vescovo Francesco Antonio Soddu lascia la Diocesi di Terni-Narni-Amelia, dove era arrivato nel 2021. In Duomo, dove aveva chiamato a raccolta la comunità religiosa e le autorità locali, Soddu ha annunciato di essere stato nominato da Papa Leone vescovo dell’Arcidiocesi di Sassari.

Nato a Chiaramonti, in provincia ed arcidiocesi di Sassari, il 24 ottobre 1959, Soddu è stato vicerettore del Pontificio seminario regionale di Cagliari dal 1985 al 1987 e poi del seminario arcivescovile di Sassari fino al 1996. Dopo essere stato direttore della Caritas diocesana dal 2005, nel 2012 è stato nominato direttore nazionale della Caritas Italiana[2], incarico che ha mantenuto fino alla nomina episcopale.

Il 27 ottobre 2012 è stato nominato da papa Benedetto XVI membro del Pontificio consiglio “Cor Unum”.

Il 29 ottobre 2021 papa Francesco lo ha nominato vescovo di Terni-Narni-Amelia, succedendo a Giuseppe Piemontese, dimessosi per raggiunti limiti di età. Il 5 gennaio 2022 ha ricevuto l’ordinazione episcopale, nella cattedrale di Terni, dal suo predecessore Giuseppe Piemontese, co-consacranti l’arcivescovo di Sassari Gian Franco Saba e il vescovo Stefano Russo, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Durante la stessa celebrazione ha preso possesso della diocesi.

Il 10 novembre dello stesso anno è stato eletto segretario generale della Conferenza episcopale umbra. Ora il suo ritorno in Sardegna.

Bimba di 5 mesi muore colpita da meningite fulminante, scattata la profilassi

E’ morta a soli 5 mesi di vita, all’ospedale di Perugia. E alla commozione per questa tragedia, si uniscono ora i timori, vista la diagnosi: caso di meningite fulminante da Neisseria meningitidis.

E’ stata la Direzione aziendale dell’Ospedale di Perugia a comunicare quanto avvenuto oggi, martedì.

I genitori si erano rivolti nella tarda mattinata al Pronto Soccorso Pediatrico dell’ospedale per un quadro febbrile insorto nella notte. Considerata la rapidità di evoluzione della sintomatologia, la piccola è stata immediatamente trasferita presso la Terapia Intensiva Neonatale, dove è avvenuto il decesso nonostante la tempestività delle cure intensive dei sanitari.

La Direzione aziendale rende noto di aver provveduto ad allertare ed inviare la notifica obbligatoria all’Igiene e Sanità Pubblica della Usl Umbria 1, ai fini dell’attivazione dell’indagine epidemiologica di competenza e dell’adozione di tutte le misure di profilassi previste dalla normativa vigente.

La Direzione e tutto il personale dell’Azienda ospedaliera di Perugia, unitamente alla direzione regionale e alla presidente Stefania Proietti, esprimono sincero e sentito cordoglio e vicinanza ai genitori e ai familiari in questo momento di grande dolore, nel pieno rispetto della loro riservatezza.

Quasi 5 mila offerte di lavoro immediate | La richiesta di lavoratori stranieri

Secondo il Report della Camera di Commercio su dati Excelsior, quasi 9mila aziende umbre programmano ingressi di personale straniero. Nel 2025 17.660 assunzioni di immigrati, pari al 25,2% del totale. La media nazionale si ferma al 23,4%.

Intanto a febbraio sono previste 4.990 assunzioni complessive, il 51,6% è giudicato di difficile reperimento. Nel trimestre febbraio-aprile 16.820 ingressi, -7,1% sul 2025, meglio comunque del dato italiano -18,5%.

Mencaroni: “Rafforzare formazione, orientamento e politiche attive”

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri confermano che il lavoro straniero non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del nostro sistema produttivo. Se quasi quattro imprese su dieci che assumono prevedono ingressi di personale immigrato e una assunzione su quattro riguarda lavoratori esteri, significa che la competitività dell’Umbria passa anche dalla capacità di attrarre e integrare competenze. Allo stesso tempo, il 51,6% di profili difficili da reperire ci dice che il vero nodo è l’incontro tra domanda e offerta. La tenuta di febbraio e la flessione più contenuta rispetto al dato nazionale indicano prudenza, non arretramento. Ora serve rafforzare formazione, orientamento e politiche attive, perché in una regione che invecchia il capitale umano è la prima infrastruttura su cui investire”.

Imprese che assumono: il perimetro reale del dato

Il primo passaggio decisivo riguarda il campo di osservazione. Nel 2024, in Umbria, poco più di 22mila imprese hanno dichiarato di voler effettuare nuove assunzioni. Di queste, 8.750 aziende hanno programmato anche l’ingresso di lavoratori stranieri.

La percentuale (39,7%) non si riferisce quindi all’universo complessivo delle imprese attive, ma esclusivamente a quelle che hanno espresso un fabbisogno occupazionale. È una distinzione sostanziale: significa che quasi quattro imprese su dieci, tra quelle che cercano personale, prevedono di ricorrere anche a manodopera immigrata.

Il confronto con la media nazionale, ferma al 34,4%, colloca l’Umbria stabilmente sopra il dato italiano e all’ottavo posto tra le venti regioni. Davanti si trovano soprattutto territori del Centro-Nord con mercati del lavoro più dinamici e tassi di occupazione più elevati, mentre nel Mezzogiorno l’incidenza risulta sensibilmente inferiore.

Il dato non è episodico né congiunturale. È l’indicatore di una componente ormai strutturale del sistema produttivo regionale, che interessa agricoltura, manifattura, costruzioni, turismo e servizi alla persona. In molti comparti la disponibilità di lavoratori stranieri rappresenta un fattore di continuità operativa.

Un’assunzione su quattro riguarda personale straniero

Se si passa dal numero di imprese al volume delle assunzioni programmate, la fotografia resta coerente. Nel 2025 in Umbria sono state previste 17.660 assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 25,2% del totale.

In altri termini, una assunzione su quattro riguarda personale immigrato. Anche in questo caso la regione supera la media nazionale, ferma al 23,4%, e si colloca al nono posto nella graduatoria per incidenza delle assunzioni di stranieri sul totale.

L’Umbria non guida la classifica, ma si muove nella fascia medio-alta. Il lavoro straniero non è una soluzione residuale, bensì una componente ordinaria della domanda. Non riguarda solo mansioni operative o stagionali: in diversi comparti la richiesta si estende a figure tecniche e professionali con competenze specifiche, segno di un fabbisogno distribuito lungo l’intera catena produttiva.

Un elemento spesso sottovalutato è la difficoltà di reperimento. Anche per il personale straniero le imprese segnalano criticità, seppure in misura generalmente inferiore rispetto ai lavoratori italiani. La tensione tra domanda e offerta attraversa l’intero mercato del lavoro e segnala un disallineamento persistente tra competenze disponibili e profili richiesti.

Febbraio 2026: stabilità in controtendenza

Guardando al complesso delle assunzioni – italiani e stranieri insieme – il mese di febbraio 2026 offre un segnale moderatamente positivo. Le imprese umbre hanno programmato 4.990 ingressi, con un lieve aumento rispetto a febbraio 2025.

Il confronto con l’Italia evidenzia una dinamica migliore: a livello nazionale si registra un saldo negativo di 7.130 assunzioni su base annua. Il rallentamento colpisce soprattutto le regioni meridionali, mentre nel Centro-Nord le variazioni risultano più contenute e in alcuni casi stabili.

In Umbria, tuttavia, emerge un dato significativo: il 51,6% delle assunzioni programmate a febbraio viene indicato come di “difficile reperimento”. Più di una su due. È la misura concreta di un mercato selettivo, in cui la richiesta di competenze tecniche, operative e specializzate fatica a trovare risposta immediata.

Il trimestre in flessione, ma meno della media nazionale

Il quadro cambia osservando il trimestre febbraio-aprile 2026. Le assunzioni programmate in Umbria scendono da 18.100 a 16.820, con una riduzione di 1.280 unità, pari al -7,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La flessione esiste, ma risulta nettamente più contenuta rispetto al dato nazionale. In Italia il calo nel trimestre raggiunge il -18,5%, equivalente a quasi 96mila assunzioni in meno. I segni negativi sono diffusi in quasi tutte le regioni, con poche eccezioni concentrate nel Nord-Ovest.

L’Umbria mostra dunque una tenuta relativa. La programmazione si riduce, ma non si contrae in modo brusco. È un segnale di prudenza più che di arretramento, in un contesto economico che resta incerto e selettivo.

Una componente strutturale da monitorare

Nel complesso, i dati delineano una regione in cui il lavoro straniero rappresenta una leva strutturale della domanda di personale: quasi 18mila ingressi l’anno, una quota superiore alla media nazionale sia per numero di imprese coinvolte sia per incidenza sulle assunzioni complessive.

Parallelamente, l’avvio del 2026 segnala un rallentamento nella programmazione trimestrale, pur meno accentuato rispetto al quadro italiano. Il doppio movimento – fabbisogno stabile di lavoratori stranieri e prudenza nelle previsioni complessive – restituisce l’immagine di un sistema produttivo che continua a cercare competenze, ma con maggiore cautela e selettività.

In una regione segnata dall’invecchiamento demografico e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, la presenza di lavoratori stranieri – anche tra i lavori più qualificati – non è più una variabile accessoria. È una componente ordinaria dell’equilibrio occupazionale. E la capacità di intercettare competenze, formarle e integrarle rappresenta oggi uno degli snodi decisivi per la competitività e la sostenibilità del territorio nel medio periodo.

Assegno di inclusione per oltre 10mila umbri, i dati

In Umbria a dicembre 2025 erano 5.451 i nuclei che hanno beneficiato dell’assegno di inclusione, misura che ha coinvolto 10.187 persone, a cui è andato un importo medio mensile di 662 euro.

In provincia di Perugia i nuclei beneficiati sono stati 3.590 (6.764 persone) con un importo medio di 657 euro.

In provincia di Terni 1.861 nuclei beneficiari (3.423 persone) per un importo medio leggermente più alto, di 672 euro.

L’assegno di Inclusione spetta ai nuclei familiari in condizioni di fragilità economica e sociale, che includano almeno un componente con disabilità, minorenne, over 60, o in condizione di svantaggio (inserito in percorsi socio-sanitari) e che rispettino specifici requisiti di ISEE (sotto i 10.140 euro), patrimonio immobiliare (esclusa prima casa) e mobiliare, oltre a quelli di cittadinanza e residenza in Italia.

“Manca entusiasmo, cambio”: Bandecchi manda a casa tutta la Giunta comunale di Terni

Alla mezzanotte di stasera, giovedì 12 aprile, tutti gli assessori della Giunta comunale di Terni cesseranno la propria attività istituzionale. Ad annunciarlo è il sindaco Stefano Bandecchi, in una nota stampa in cui ringrazia “tutti i componenti della giunta del comune di Terni che hanno servito con passione, capacità e onore sino ad oggi i cittadini tutti”.

Bandecchi vede però “mancanza di entusiasmo”. E allora, tutti a casa. Almeno politicamente. Perché alcuni assessori, ex dalla mezzanotte, continueranno a lavorare, da professionisti, nelle sue aziende.

“Come sindaco – argomenta Bandecchi nella nota stampa – credo che sia arrivato il momento di un normale processo sostitutivo delle forze in campo al fine di potere gestire il secondo tempo della partita con nuove energie, nuove passioni, e una nuova capacità operativa sulle problematiche che affliggono la città”.

Chiarendo: “Il mio operato nasce esclusivamente dall’intento di alimentare la spinta propulsiva che in questi tre anni ci ha consentito di portare avanti un programma senza precedenti e di far sentire la voce di Terni in ogni contesto, laddove si giocano gli interessi sanitari, sociali ed economici della città.
Sottolineo, per chi avesse voglia di fare tante chiacchiere, che molti componenti dell’attuale Giunta continueranno a collaborare con la mia persona per i molteplici affari che io gestisco come imprenditore, questo accadrà a conferma della mia stima nei confronti degli assessori uscenti”.

Il sindaco spiega poi ai giornalisti che conta di varare il nuovo esecutivo entro 10 giorni. Una Giunta politica, non tecnica. Nella quale non ci sarà posso per alcuno degli attuali (fino alla mezzanotte) assessori.

L’Umbria tra 10 anni perderà il 9% della forza lavoro: previsioni e contromisure

L’AUR (Agenzia Umbria Ricerche) lancia l’allarme: il calo demografico peserà notevolmente sull’economia umbra già nei prossimi anni. Questo il focus del lavoro della dr.ssa Elisabetta Tondini, sulla base delle proiezioni demografiche Istat che indicano, da qui al prossimo decennio, la popolazione italiana n calo ovunque, ad eccezione di Lombardia, Emilia-Romagna e delle due province autonome). Ancora più importante, però, è la dinamica della fascia 15–64 anni: la perdita di persone in età da lavoro sarà diffusa, non risparmierà nessun territorio e sarà più accentuata tra le regioni economicamente più svantaggiate.

Il calo della forza lavoro in Umbria

In questo scenario, l’Umbria entro il 2035 rischia di perdere il 3,4% di abitanti e l’8,9% di quelli di età compresa tra 15 e 64 anni. Cioè quasi il 9% della sua potenziale forza lavorativa. Con rischi di ulteriore marginalizzazione.

Il solo fattore demografico determinerebbe una flessione economica – seppure con intensità differenti – diffusa in tutte le regioni italiane. Il Pil italiano dal 2023 al 2035 fletterebbe dell’8,0%. Quello umbro del 9,3%. Peggio dell’Umbria farebbero, oltre la Valle d’Aosta, le regioni meridionali.

La produttività

Per conservare nel 2035 il livello del Pil italiano dell’anno base (il 2023) sarebbe necessario, ad esempio, un incremento cumulato della produttività del lavoro pari all’8,7%, che corrisponderebbe a circa uno 0,7% annuo. In Umbria, la crescita della produttività del lavoro dovrebbe salire del 10,2%, per un tasso annuo dello 0,8%; nelle regioni meridionali, caratterizzate da cali demografici particolarmente consistenti, occorrerebbero aumenti anche ampiamente superiori all’1% annuo.

Il lavoro femminile

Tra le possibili dinamiche per evitare questo declino, lo studio analizza l’aumento del lavoro femminile. Ipotizzando un incremento diffuso del tasso di occupazione femminile di 5 punti percentuali e l’invariabilità delle altre componenti, l’impatto negativo diminuirebbe sensibilmente. In Umbria la perdita di Pil si ridurrebbe dal -9,3% al -5,6%: un miglioramento, certo, che non sarebbe però sufficiente a stabilizzare l’economia regionale. La mitigazione del calo del Pil riuscirebbe a evitare la contrazione economica solo in poche regioni del Nord, ovvero quelle che beneficiano di un incremento demografico.

Aumento generale del tasso di occupazione

Un passo ulteriore sarebbe un aumento anche dell’occupazione maschile (ipotizzato pari a 3 punti percentuali). In questo caso il quadro migliorerebbe ancora, ma anche questa combinazione non basterebbe a compensare gli effetti indotti dal calo demografico e mantenere l’economia regionale ai livelli del 2023: con le uniche eccezioni di Lombardia, Emilia-Romagna e le province autonome, per tutte le altre regioni si prospetterebbe una retrocessione economica che si farebbe minima per la Toscana (-0,4%) e massima per la Sardegna (-10,3%). Per l’Umbria il calo si attesterebbe al -3,5% (a fronte del -1,8% nazionale) e il PIL pro-capite mostrerebbe invece un lieve incremento, segno di una flessione demografica più sostenuta di quella economica.

Estensione dell’età pensionabile

In un contesto di invecchiamento demografico e crescente pressione sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali, l’estensione dell’età pensionabile rappresenta una delle leve più discusse ma potenzialmente più efficaci per rafforzare la base occupazionale, oltre che contenere al contempo la spesa pubblica. Quali sarebbero allora gli effetti macroeconomici derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile, ad esempio, a 69 anni, con l’invariabilità della propensione all’occupazione di uomini e donne e della produttività del lavoro? Le risultanze di questa stima si collocherebbero tra due ipotesi limite. Nella prima l’allungamento dell’età pensionabile apporterebbe un sostanziale beneficio soprattutto nei territori con elevata partecipazione al lavoro, dunque in tutte le regioni del Centro-Nord: per l’Umbria il Pil aumenterebbe dello 0,9% (a fronte del +1,5% nazionale). Nella seconda ipotesi, l’effetto amplificatore sulla crescita risulterebbe molto più contenuto e limitato solo a quattro territori. L’Umbria subirebbe un calo del Pil pari al 3,1% (a fronte del -1,7% italiano).

Flussi migratori

L’aspetto che nell’immediato potrebbe attenuare il calo della forza lavoro è la componente migratoria. Poiché può contribuire a riequilibrare la piramide demografica attenuando la riduzione della popolazione attiva e sostenendo la capacità di generare lavoro. Una gestione efficace e lungimirante dei flussi migratori – per quanto complessa – può incidere in modo significativo nel contrastare lo squilibrio demografico e nel rafforzare la forza lavoro. Ma si tratta di un fattore fortemente aleatorio – viene sottolineato – influenzato da variabili geopolitiche e socioeconomiche difficilmente prevedibili.

È dunque un altro il fattore – è la conclusione dello studio – che, strettamente legato alla sfera economica, si impone come volano strategico su cui è indispensabile investire: la produttività del lavoro.