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Autore: Sara Grossi

Oltre il 15% delle imprese umbre usa l’AI, ma nei brevetti la regione è indietro

Nel 2025 il 15,3% delle imprese con almeno 10 addetti utilizzava almeno una tecnologia di IA (Intelligenza artificiale), contro il 16,4% dell’Italia e il 15,2% del Centro. Tra le regioni centrali fa meglio soltanto il Lazio, al 17,7%; seguono Toscana al 14,7% e Marche al 10,2%. Il confronto viene dall’Ufficio regionale di statistica della Regione Toscana, che ha elaborato per territorio i dati della rilevazione Istat 2025 sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese.

La graduatoria cambia da un indicatore all’altro. Nella stessa elaborazione su dati Istat, l’Umbria raggiunge il 46% nel data analytics, cioè nell’analisi dei dati realizzata dall’impresa o affidata all’esterno: più del 42,7% italiano e il valore più alto tra Umbria, Toscana, Marche e Lazio. Nei servizi cloud di livello intermedio o sofisticato arriva al 70,3%, contro il 68,1% nazionale. Sul livello almeno di base di digitalizzazione, invece, si ferma al 73,8%, contro il 79,8% dell’Italia, l’80,7% della Toscana e il 77,4% del Lazio; le Marche sono al 67,1%.

Due misure dell’intelligenza artificiale

La Banca d’Italia aggiunge una seconda fotografia. Nell’indagine Invind, riferita alle imprese umbre con almeno 20 addetti, una su cinque dichiara un utilizzo anche sperimentale di intelligenza artificiale predittiva e generativa. Il dato non va sovrapposto al 15,3% Istat, perché cambiano il campione e la definizione della tecnologia osservata. Nello stesso gruppo, oltre un terzo ha effettuato nel 2025 investimenti in tecnologie avanzate di Transizione 4.0 e il 15% ha beneficiato dei crediti d’imposta di Transizione 5.0.

Il divario si apre sui brevetti

La distanza più consistente emerge quando dall’utilizzo delle nuove tecnologie si passa alla capacità di produrre innovazione propria e proteggerla attraverso brevetti e proprietà industriale. Tra il 2019 e il 2024 i brevetti umbri rapportati alla popolazione sono stati meno della metà della media italiana, senza segnali significativi di recupero.

Anche la composizione dei brevetti aiuta a capire dove si concentra l’innovazione regionale. L’Umbria presenta una presenza relativamente maggiore nell’ingegneria civile, in alcuni beni di consumo e nel farmaceutico, mentre i brevetti nelle tecnologie della comunicazione digitale e dell’informatica sono molto pochi. Banca d’Italia definisce infatti l’attività brevettuale in questi settori “sostanzialmente assente” rispetto alla composizione dei brevetti registrati presso l’EPO (European Patent Office), l’Ufficio europeo dei brevetti. In sostanza, il digitale è entrato in molte imprese umbre, ma si traduce ancora raramente in nuove tecnologie digitali brevettate nel territorio.

Il divario resta ampio anche rapportando i brevetti al numero dei ricercatori. Nelle imprese umbre se ne contano 142 ogni mille ricercatori, contro 222 in Italia. Nelle università e negli enti pubblici di ricerca il rapporto scende a 4,3 brevetti ogni mille ricercatori, contro circa 9,6 a livello nazionale. Non tutta l’innovazione finisce naturalmente in un brevetto, ma questi numeri misurano una parte importante della capacità di trasformare ricerca e conoscenza in risultati tecnologici che possono essere protetti e valorizzati.

C’è poi un secondo indicatore: quanto un brevetto riesce a influenzare le innovazioni successive. Lo si misura anche attraverso le cosiddette citazioni brevettuali, cioè i richiami che i brevetti più recenti fanno a quelli precedenti perché rilevanti per la tecnologia sviluppata. Per i brevetti umbri il numero medio di citazioni è inferiore del 60% alla media EPO (European Patent Office, in italiano Ufficio europeo dei brevetti); nessuno rientra nel 10% dei brevetti più citati e oltre un terzo non riceve citazioni. Su questo aspetto, tuttavia, va osservato che la debolezza umbra rispetto alla frontiera europea è sostanzialmente analoga a quella del resto d’Italia.

Ne emerge una distinzione importante. L’Umbria non è una regione che non innova: nell’utilizzo di diverse tecnologie digitali riesce a stare vicino alla media italiana e in alcuni casi a superarla. La difficoltà cresce nel passaggio successivo, quando ricerca, competenze e tecnologia devono generare nuove invenzioni, brevetti e proprietà industriale.

968 progetti per 93 milioni

A sostenere ricerca e innovazione sono intervenute negli anni anche le politiche pubbliche territoriali. Un’analisi sui dati di OpenCUP, il portale nazionale che raccoglie i progetti di investimento pubblico identificati dal CUP (Codice Unico di Progetto), mostra che tra il 2018 e il 2025 in Umbria sono stati finanziati 968 progetti di ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione per complessivi 93 milioni di euro. Si tratta dello 0,9% delle risorse mobilitate in Italia attraverso analoghe politiche territoriali.

Le imprese sono state al centro di gran parte degli interventi: quasi l’80% dei progetti le coinvolgeva e a questi interventi è andato circa il 66% delle risorse. Emerge però anche una forte frammentazione degli importi. Considerando i progetti con imprese coinvolte, gestiti da amministrazioni locali ed escludendo le università, quasi sette finanziamenti su dieci sono inferiori a 50 mila euro. L’importo medio è di circa 80 mila euro, poco più della metà di quello italiano.

Il confronto resta sfavorevole anche restringendo l’analisi ai contributi a fondo perduto concessi dagli enti territoriali in regime di aiuti di Stato: 559 imprese umbre hanno ricevuto complessivamente 36 milioni di euro, pari in media a 64 mila euro per impresa, contro 102 mila a livello nazionale.

Le aziende beneficiarie presentano mediamente risultati economici migliori e una maggiore propensione a brevettare, anche se i dati non consentono di attribuire direttamente questi risultati agli incentivi ricevuti.

Resta però una questione di scala: ricerca applicata, intelligenza artificiale, automazione e sviluppo di tecnologie proprietarie richiedono spesso investimenti consistenti, competenze specialistiche e programmi di durata più lunga.

Il 2026 rallenta, mentre arrivano nuovi strumenti

Nel 2025 gli investimenti delle imprese umbre erano tornati a crescere moderatamente. Per il 2026, invece, le indicazioni raccolte dalla Banca d’Italia prefigurano un calo generalizzato della spesa per investimenti, in un quadro condizionato dalle tensioni internazionali.

Sul fronte nazionale, il Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) ha programmato 32 milioni di euro per Brevetti+, Disegni+ e Marchi+: rispettivamente 20, 10 e 2 milioni. Si aggiunge il Voucher Cloud & Cybersecurity, con una dotazione nazionale di 150 milioni di euro, destinato a sostenere investimenti in servizi digitali avanzati, comprese soluzioni software dotate di funzionalità di intelligenza artificiale. La precompilazione delle domande partirà il 20 ottobre, mentre l’invio sarà possibile dal 10 novembre.

Anche la Regione Umbria ha rafforzato gli strumenti sul fronte dell’innovazione. L’Avviso Poli di Innovazione 2026 dispone di 4 milioni di euro iniziali, incrementabili fino a 6, con domande dal 10 settembre al 30 ottobre. L’obiettivo è mettere in rete imprese e organismi di ricerca e favorire collaborazione, condivisione delle conoscenze e trasferimento tecnologico. La Regione aveva già attivato AI for Umbria, con una dotazione di un milione di euro, per sostenere nelle micro, piccole e medie imprese la sperimentazione di applicazioni di intelligenza artificiale nei prodotti e nei processi.

Completa il quadro il Bando Doppia Transizione 2026 della Camera di Commercio dell’Umbria, aperto fino alle ore 17 del 14 settembre. L’intervento prosegue una linea che l’Ente porta avanti da anni attraverso il Punto Impresa Digitale, la formazione e l’assistenza alle aziende e sostiene, tra l’altro, intelligenza artificiale, robotica, cybersicurezza, e-commerce interconnesso e soluzioni per l’efficienza energetica e la sostenibilità.

Il commento del presidente Mencaroni

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Le imprese umbre hanno dimostrato molte volte di saper cambiare, anche quando dimensioni ridotte e risorse limitate rendono tutto più difficile. La transizione digitale è una sfida concreta per tutte, soprattutto per le più piccole, che hanno bisogno di competenze, strumenti e accompagnamento. È qui che la Camera può fare la sua parte, come fa da anni con il Punto Impresa Digitale, la formazione e gli interventi per la doppia transizione digitale ed ecologica. Un altro piano riguarda la capacità del territorio di trasformare ricerca e conoscenza in brevetti, nuovi prodotti e proprietà industriale: su questo nessun soggetto può agire da solo. Serve un rapporto sempre più stretto tra imprese, università, centri di ricerca, Regione, sistema del credito e associazioni. L’Umbria ha competenze e capacità imprenditoriali importanti: dobbiamo creare le condizioni perché possano generare più innovazione e più valore qui, nel nostro territorio”.

Ore lavorate, produttività, retribuzioni: così l’Umbria nel confronto con il resto d’Italia

Nella provincia di Perugia nel 2024 (ultimo anno per il quale sono disponibili dati definitivi) mediamente sono le giornate lavorate regolarmente retribuite sono state 250,8. Fa meglio la provincia di Terni, dove il dato sale a 253,1. In un’Italia che vede una grande difformità – imputabile soprattutto alla precarietà dei contratti in alcune aree – tra le 265,4 giornate di Lecco e le 195 di Vibo Valentia.

Così come molto difformi tra le regioni sono retribuzioni e produttività. In Umbria la retribuzione media lorda annuale è di 21.915 euro (87,20 euro per le 251,3 giornate lavorate). Rispetto alla retribuzione media giornaliera di 117,25 euro in Lombardia e di 72,33 euro in Calabria.

Guardando ai dati provinciali, nel Ternano la retribuzione media lorda annua è di 21.961 euro (86,76 giornalieri), mentre nel Perugino è di 21.901 euro annui (87,33 giornalieri).

In Umbria resta però al di sotto della media nazionale l’indice di produttività: 37,47 euro per ora lavorata, -13,3 rispetto alla media nazionale.

Il quadro delineato dall’Ufficio studi della Cgia evidenzia uno dei principali squilibri strutturali dell’economia italiana, dove differenze nei giorni lavorati, nelle retribuzioni e nella produttività finiscono per alimentarsi reciprocamente.

Credito alle imprese in Umbria, dinamiche e costi

Nel 2025, rileva la Banca d’Italia nell’ultimo rapporto sull’economia umbra, è proseguita la contrazione dei prestiti alle imprese (-2,2%). In particolare, la riduzione ha continuato a essere marcata, seppure in attenuazione, per le imprese di minori dimensioni (-6,0%, da -6,8 di un anno prima).

La dinamica creditizia è stata particolarmente negativa per le imprese dei servizi (-6,7%), specie quelle del commercio. Dopo oltre
un biennio i prestiti alle aziende delle costruzioni e a quelle manifatturiere sono tornati a crescere (0,4 e 2,4%, rispettivamente).
Nel primo trimestre dell’anno in corso si è arrestato il calo dei prestiti alle imprese (0,2%) che ha riflesso l’espansione del credito a quelle di maggiori dimensioni, soprattutto del comparto manifatturiero.

Sulla base delle informazioni derivanti dalla rilevazione AnaCredit, nel 2025 la quota di credito alle imprese umbre meno rischiose è aumentata, a scapito di quella riferita alle aziende con merito creditizio più basso: l’incidenza di prestiti con probabilità di default (PD) inferiore all’uno per cento cento è salita al 51,4% del totale, dal 48,3. Questo andamento ha interessato tutti i principali comparti produttivi, seppure con intensità differenti, ed è stato più marcato nella manifattura e nei servizi.

Il costo del credito

In linea con l’orientamento della politica monetaria il calo del costo del credito è stato più intenso nella prima parte dell’anno, ed è poi proseguito. Il tasso sui prestiti per esigenze di liquidità si è collocato al 5,3% nel quarto trimestre del 2025 (era il 6,1% nel periodo corrispondente dell’anno precedente).

La flessione è stata omogenea tra le diverse classi dimensionali delle imprese; tra i settori è stata maggiore per le costruzioni. Analoga dinamica ha avuto il costo medio dei nuovi finanziamenti destinati agli investimenti che è sceso al 4,2%, dal 4,9 di un anno prima

Il dettaglio per classi di rischio delle imprese basato sui dati di AnaCredit mostraù una riduzione generalizzata; è più intensa per le imprese con PD inferiore al 5%, alle quali continuano a essere applicate condizioni più favorevoli.

Rileva ancora la Banca d’Italia che gli effetti del forte rialzo dei tassi degli anni 2022-23 sul conto economico delle imprese sono stati eterogenei, anche in funzione delle strategie di gestione del rischio adottate; un ruolo non trascurabile è stato svolto dall’utilizzo di contratti derivati.

Alla fine del primo trimestre del 2026 il tasso sui prestiti per esigenze di liquidità si è posizionato al 5,4%, quello relativo ai nuovi finanziamenti destinati agli investimenti al 3,8%.

Così sta cambiando l’economia legata al turismo in Umbria

Cresce ancora il turismo in Umbria nel secondo trimestre dell’anno, ma l’offerta corre più dei flussi e l’utilizzo medio delle strutture scende del 2,43% (22,86%).

Le presenze aumentano del 2,5%, gli arrivi dello 0,7%. Numeri che confermano il buon momento del settore, ma dentro quei dati sta cambiando molto più rapidamente il mercato dell’ospitalità, evidenzia la Camera di Commercio dell’Umbria. Le strutture e locazioni extralberghiere salgono a 8.522 e le sole locazioni turistiche da 3.183 a 3.906 in dodici mesi. L’ampliamento dell’offerta segnala fiducia nelle prospettive dell’Umbria, ma aumenta anche la capacità che la domanda deve incrociare.

I dati del secondo trimestre

I numeri dei flussi, già presentati dalla Regione Umbria e ampiamente ripresi, confermano una fase favorevole: tra aprile e giugno sono stati registrati 936.294 arrivi, in aumento dello 0,7%, e 2.304.030 presenze, +2,5%. La permanenza media è salita a 2,5 giorni. È sufficiente per fissare il punto di partenza: l’Umbria continua ad attrarre turismo. La novità, guardando oltre arrivi e pernottamenti, riguarda invece come sta cambiando e quanto si sta allargando il sistema che quei turisti accoglie.

Al 30 giugno la regione conta 8.959 strutture e locazioni, per complessivi 114.050 posti letto. L’alberghiero rimane sostanzialmente stabile, con 409 alberghi e 28 residenze d’epoca. È fuori dall’albergo che il mercato si muove rapidamente: le strutture e locazioni extralberghiere sono diventate 8.522, il 9,1% in più rispetto a un anno prima. Le sole locazioni turistiche sono passate da 3.183 a 3.906, con 723 nuove unità in dodici mesi, quasi due al giorno.

Una crescita di queste dimensioni contiene anzitutto un messaggio positivo. Nuova offerta entra sul mercato perché proprietari e operatori ritengono che il turismo umbro abbia ancora spazio per crescere. Case e immobili entrano nel circuito dell’ospitalità, aumenta la scelta per chi arriva, si aprono opportunità anche nei borghi, nelle campagne e nelle località nelle quali la ricettività tradizionale è meno presente. È una forma di investimento diffuso nella capacità attrattiva della regione.

Come cambia l’economia del settore

Ma quando l’offerta aumenta molto più rapidamente della domanda cambia anche l’economia del settore. Il numero dei pernottamenti cresce, ma cresce ancora di più il numero di chi cerca di intercettarli. Non significa che l’Umbria si trovi già davanti a un eccesso generalizzato di capacità ricettiva, conclusione che i dati disponibili non consentono. Significa che diventa sempre più importante osservare quanto velocemente il mercato riesca ad assorbire la nuova offerta e con quali differenze tra territori, stagioni e tipologie di struttura.

Un indicatore comincia a raccontarlo. Nel secondo trimestre l’Ium (Indice di utilizzo medio), cioè il rapporto tra presenze e posti letto disponibili, è sceso al 22,86%, diminuendo del 2,43% rispetto allo stesso periodo del 2025, nonostante l’aumento dei pernottamenti. Nell’alberghiero l’indice è del 46,91%, in calo dell’1,30%; nell’extralberghiero è del 15,90%, con una diminuzione dell’1,06%.

Le due dinamiche non sono in contraddizione. Il turismo cresce, ma quella crescita viene distribuita su un’offerta più ampia. La stessa torta diventa più grande, mentre aumenta ancora più velocemente il numero di chi deve dividerla. Da qui nasce una questione economica che nei prossimi anni potrebbe pesare più della semplice conta degli arrivi.

Se la distanza fra crescita della domanda e crescita dell’offerta dovesse prolungarsi, la maggiore concorrenza potrebbe esercitare pressione sui prezzi e sui margini, rendere più difficile raggiungere buoni livelli di occupazione nei mesi meno forti e ridurre, per le attività più esposte, le risorse disponibili per personale, manutenzione, servizi e nuovi investimenti. Sono rischi potenziali, non conseguenze già accertate, e difficilmente avrebbero la stessa intensità in tutta l’Umbria.

Una media regionale, del resto, mette insieme mercati molto diversi. Assisi e Perugia, il Trasimeno e la Valnerina, l’Orvietano, i borghi, le campagne e le aree montane hanno stagionalità, clientela e capacità di attrazione differenti. Una nuova struttura può essere rapidamente assorbita in un territorio o durante alcuni mesi e incontrare un mercato molto più difficile altrove. Il punto non è quindi stabilire oggi se in Umbria ci siano “troppi posti letto”, ma capire dove l’aumento dell’offerta trovi una domanda capace di sostenerlo e dove, invece, il divario rischi di ampliarsi.

Lo storico

Il cambiamento non nasce nel 2026. Una precedente elaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Unioncamere aveva mostrato che nell’arco di quattro anni le imprese legate agli affitti brevi erano aumentate del 35,3%, mentre le imprese alberghiere erano diminuite dell’8,3%. I dati più recenti confermano che l’espansione delle nuove formule di soggiorno continua e che il mercato regionale dell’ospitalità sta modificando rapidamente la propria composizione.

Diventa così importante misurare il turismo anche con qualcosa di diverso dal numero di persone che attraversano il confine regionale. Conta quanto rimangono, quanto spendono, in quali mesi arrivano e quanto della loro spesa riesce a diffondersi nell’economia locale. La permanenza media salita a 2,5 giorni è, sotto questo profilo, un dato favorevole: ogni notte aggiuntiva può produrre domanda per ristorazione, commercio, artigianato, trasporti, cultura e servizi.

Il commento

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati ci dicono che il turismo umbro continua a crescere e l’aumento dell’offerta segnala che operatori e proprietari credono nelle potenzialità della nostra regione. Ma proprio per questo dobbiamo guardare con attenzione a come si sta evolvendo il mercato. Più presenze devono produrre più valore per le imprese, per il commercio, per la ristorazione, per l’artigianato e per le comunità locali. L’aumento della capacità ricettiva rappresenta un’opportunità quanto più riesce ad accompagnarsi a una domanda capace di sostenerla durante tutto l’anno”.

In Umbria 350mila lavoratori dipendenti, ma anche loro pagano tasse “nascoste”

In Umbria ci sono (il dato è riferito al 2024, l’ultimo anno per il quale ci sono numeri ufficiali definitivi) circa 350mila lavoratori autonomi. A cui si aggiungono 241mila percettori di reddito da pensione, rispetto alla platea complessiva di circa 643mila contribuenti.

I lavoratori autonomi sono quelli che non hanno contezza di quante tasse pagano, per il meccanismo del sostituto d’imposta che vede il prelievo direttamente alla fonte. Anche se, ricorda la CGIA, pur “sentendo” maggiormente il carico tributario, spesso anche le partite Iva non hanno chiara la cifra esatta di tasse che
versano ogni anno, visto il sistema di liquidazione dell’Irpef: oltre al saldo dell’anno precedente, richiede un acconto del 100% per l’anno in corso, rendendolo poco trasparente e penalizzante in caso di incrementi di reddito.

Tra l’altro, va ricordato che l’Irpef, pur essendo l’imposta che garantisce il maggior gettito per l’erario, incide sulle entrate fiscali complessive “solo” per il 30% circa.

Nel complesso, nel 95,7% delle tasse pagate le famiglie dei lavoratori dipendenti pagano tasse e contributi senza nemmeno rendersene conto, perché sono trattenuti automaticamente dalla busta paga, oppure sono già inclusi nel prezzo di ciò che acquistano ogni giorno. Tra tasse prelevate “alla fonte” come l’Irpef o i contributi Inps o imposte “nascoste” come l’Iva, le accise sui carburanti o le imposte sulla RC auto.

Ecco quanto incide la spesa dei turisti sui consumi interni in Umbria

Nel periodo 2023-24 l’incidenza della spesa turistica sui consumi interni in Umbria è stata pari al 9,3%. Un’incidenza di un punto percentuale inferiore alla media nazionale (10,3%). ello a), ma lievemente superiore a quella pre-pandemica.

Rispetto al 2018-19 è cresciuta la quota di spesa generata dagli stranieri e dagli italiani provenienti da altre regioni (di 0,2 e
di 0,6 punti percentuali, rispettivamente). In termini di apporto alla dinamica dei consumi interni alla regione, nel 2021-22 la spesa turistica complessiva ha fornito un significativo contributo. Nel biennio successivo l’apporto
si è pressoché azzerato, in un contesto di forte indebolimento dei consumi interni.

La propensione ai consumi turistici – viene ricordato nel Rapporto della Banca d’Italia sull’economia umbra – misura la quota del reddito disponibile netto che le famiglie residenti in regione destinano a tale tipologia di spesa. Durante la pandemia questa propensione si è ridotta nettamente per gli umbri; nel biennio 2023-24 il divario con il livello del 2018-19 era ancora ampio, a differenza di quanto osservato in media nel Paese (rispettivamente 1,3 e 0,3 punti percentuali).

In particolare, dal 2021 si è osservata una parziale ripresa della quota di spesa per viaggi fuori regione, a fronte della sostanziale invarianza di quella per il turismo interno.

La bilancia turistica di un territorio rappresenta la differenza tra la spesa per consumi turistici realizzata all’interno dai non residenti e quella effettuata all’esterno dai residenti. Fino al 2019 per l’Umbria questo saldo è stato negativo, per effetto sia della componente riconducibile al turismo estero sia di quella ascrivibile al turismo italiano. Dall’anno seguente il saldo è diventato positivo, sostenuto dal turismo nazionale.

L’apporto della componente estera nel periodo è stato sostanzialmente nullo, a differenza del complesso del Paese, per il quale risulta stabilmente positivo-

L’Umbria sta attraendo “cervelli”: il saldo sui giovani laureati

In un’Italia che negli ultimi anni vede virare in positivo il saldo dei giovani laureati che arrivano nel Paese rispetto a quelli che si trasferiscono altrove, l’Umbria tra il 2019 e il 2024 (gli ultimi anni per i quali sono disponibili dati definitivi) ha “perso “guadagnato” quasi 300 giovani (tra 25 e 34 anni) in possesso di una laurea.

A fronte di 1.138 giovani italiani che dopo il titolo universitario dalla regione si sono trasferiti altrove, infatti, ne sono arrivati 1.416 dall’estero, con un saldo negativo di 278 “cervelli”.

Un fenomeno che vede l’Italia spaccata in due, con il Sud e le Isole che in questi cinque anni contano un saldo negativo di 11.419 giovani laureati e il Centro che ne ha attirati quasi 6mila in più, pur senza raggiungere l’attrattività del Nord-ovest, dove l’incremento sfiora le 13mila unità.

In Italia

Nel periodo 2019-2024 il saldo negativo dei giovani laureati italiani (-78 mila) è stato compensato dal saldo positivo dei giovani laureati stranieri (+88 mila). In cinque anni, quindi, l’Italia ha registrato un saldo positivo di giovani laureati pari a 9.593. Con situazioni molto diverse, però, tra zone e regioni italiane.

Complessivamente, tra i giovani laureati stranieri che scelgono il nostro Paese, il 17,8 per cento proviene dal Sud America, il 27,6 per cento dall’Europa e oltre un terzo dall’Asia.

Mutui e mercato immobiliare, l’andamento in Umbria nell’ultimo anno

Nel corso del 2025 in Umbria i finanziamenti per l’acquisto di abitazioni sono tornati a crescere in modo sostenuto: +2,8%. L’aumento ha seguito la sostenuta espansione delle nuove erogazioni (da 375 a 483 milioni di euro), connesse con il positivo andamento del mercato immobiliare.

La Banca d’Italia rileva che il costo dei mutui a tasso variabile ha continuato a diminuire. Nella seconda parte del 2025 si è collocato al di sotto di quello dei contratti a tasso fisso, che invece ha registrato un lieve aumento. Questo ha comportato una moderata riduzione della quota delle relative emissioni, che tuttavia rimangono ampiamente predominanti.

Le operazioni di surroga e sostituzione sono aumentate del 24,9%; sono giunte a rappresentare l’1,4% delle consistenze dei prestiti di inizio anno, il valore più alto dal 2022.

Nel 2025 l’erogazione di nuovi mutui ha continuato a interessare maggiormente i giovani, mantenendosi su un livello storicamente elevato. Questo fenomeno, secondo la Banca d’Italia, è stato favorito dal ricorso alla garanzia pubblica per l’acquisto della prima
casa, soprattutto di quella fino all’80%.

Il mercato immobiliare ha confermato i segnali di ripresa emersi alla fine del 2024; le compravendite sono aumentate del 10,9% (7,4 in Italia), tornando sui livelli del 2005. La crescita, più marcata per le abitazioni con superficie maggiore di 85 metri quadri, è stata diffusa a tutte le tipologie di comuni.

Le elaborazioni condotte sui dati tratti dalla piattaforma digitale Immobiliare.it indicano che nel primo trimestre del 2026 l’attività di ricerca online di abitazioni si è mantenuta vivace.

Secondo le stime della Banca d’Italia su dati OMI e Istat, nel 2025 in Umbria la crescita dei prezzi di vendita delle abitazioni si è rafforzata (3,0%), pur rimanendo al di sotto della media nazionale (4,0); il comparto delle locazioni ha registrato un analogo andamento (2,3 contro 3,9%).

Frenata dell’export made in Umbria verso Germania e Stati Uniti

Nell’ultimo anno le esportazioni di prodotti umbri, a prezzi correnti, sono lievemente diminuite (-1,0% rispetto al 2024), a fronte della crescita osservata in Italia (+3,3%). Il calo – rileva la Banca d’Italia nel suo Rapporto – si è concentrato nella parte centrale dell’anno, per effetto della flessione delle vendite nei settori della meccanica e dei metalli.

L’abbigliamento e, in misura minore, l’agroalimentare hanno invece continuato a fornire un apporto positivo.

Le esportazioni sono diminuite anche in termini reali (-1,3%); la dinamica regionale è stata molto più debole sia di quella del commercio mondiale sia di quella della domanda potenziale estera rivolta alla regione.

I mercati

Tra i mercati di destinazione, sono diminuiti maggiormente i flussi verso i paesi dell’Unione europea (-1,4% a prezzi correnti). Su questo dato ha inciso l’ulteriore marcata contrazione delle esportazioni di macchinari in Germania (-38,4%).

La riduzione delle vendite nei paesi extra-UE, concentrata in quest’ultimo settore e in quello alimentare, è stata più contenuta (-0,4%) e in parte compensata dalla forte crescita dell’export di capi di abbigliamento verso le cosiddette economie dinamiche dell’Asia (in particolare Hong Kong e Taiwan).

Gli Stati Uniti

L’espansione delle vendite verso gli Stati Uniti, secondo mercato di sbocco regionale dopo la Germania, si è quasi arrestata (0,5%, da 9,9 del 2024). Secondo gli analisti della Banca d’Italia. il grado di esposizione delle esportazioni umbre al mercato statunitense è nel complesso in linea con la media italiana. Tuttavia, il sistema locale del lavoro di Umbertide, fortemente connesso con
l’export del settore della meccanica, risulta tra i più esposti a livello nazionale.

(immagine generica di archivio)

Caro-carburanti, in Umbria una spesa in più di 20 milioni al mese

A seguito della crisi nello Stretto di Hormuz, in Umbria l’incremento medio del prezzo di benzina e diesel viene stimato in una percentuale del 20,8%. Più di un quinto del prezzo iniziale, dunque, con un costo in più, per famiglie e imprese umbre, stimato dalla Cgia in quasi 20 milioni di euro al mese.

In un anno, con questi prezzi, famiglie e imprese umbre lasceranno 239 milioni in più rispetto allo scorso anno nei distributori di carburanti. E questo nonostante gli interventi del Governo, per 2,35 miliardi finora, che hanno congelato all’incirca gli aumenti di 2 mesi sui 12 della proiezione dei rincari.

In Umbria, con questi prezzi ed immaginando un consumo di carburanti sui livelli del 2025, imprese e famiglie pagheranno nei distributori 1.389 milioni di euro, appunto 239 milioni in più rispetto allo scorso anno.

Secondo la stima fatta dell’Ufficio studi della Cgia, a parità di consumi rispetto al 2025, nel 2026 il caro carburanti rischia di pesare sulle tasche degli italiani per oltre 13,6 miliardi di euro nell’intero anno.