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Autore: Sara Grossi

La provincia di Perugia seconda nella scelta degli stranieri in cerca di casa

La provincia di Perugia è la seconda provincia in Italia dove lo scorso anno gli stranieri hanno cercato casa da acquistare. Dietro soltanto alla provincia di Como. Frutto di una tendenza a ricercare anche mete alternative, di forte identità e tradizione, oltre a quelle più conosciute all’estero dai turisti. Con l’Umbria che, pur avendo subito una forte flessione nel 2024 (-9,23%) pesa ancora per il 5,88%, tra le prime regioni in Italia.

Anche se Toscana, Sicilia e Lombardia risultato le regioni italiane dove gli stranieri cercano casa. Acquisti in lieve flessione nell’ultimo anno (-5,89% rispetto al 2024), a seguito del  rallentamento dei mercati storicamente più forti come Stati Uniti e Germania, secondo l’analisi annuale di Gate-away.com, il portale immobiliare italiano dedicato esclusivamente agli acquirenti internazionali.

Il mercato mostra comunque un trend in forte crescita: negli ultimi cinque anni le richieste sono infatti cresciute del +65%. Nel 2025 aumenta l’interesse verso nuove aree geografiche italiane, la Toscana resta la regione preferita ma si rafforza l’attrazione per borghi e territori secondari. Tra le grandi città prevale Roma, mentre il comune più ricercato è Ostuni.

Nel corso del 2025 il segmento degli stranieri interessati a comprare casa in Italia resta comunque attivo, ma appare più selettivo e razionale: aumenta l’attenzione ai budget contenuti, le scelte vengono guidate dalla qualità della vita e alle opportunità offerte da aree meno inflazionate, mentre avanzano Paesi emergenti e si consolidano trend di lungo periodo legati a lifestyle, sostenibilità, autenticità e ritorno ai territori.

Il peso degli Stati Uniti ridisegna il dato complessivo

Gli Stati Uniti restano il primo Paese di provenienza degli acquirenti esteri (25% delle richieste totali), ma nel 2025 segnano un calo significativo (-21,6%). Una flessione che incide in modo diretto sull’andamento generale: depurando il dato complessivo della domanda statunitense, il mercato complessivo 2025 mostrerebbe infatti una dinamica sostanzialmente stabile, se non leggermente positiva.

Una contrazione simile, seppur meno marcata, riguarda anche la Germania (-13,6%), altro pilastro storico del mercato immobiliare internazionale in Italia. Il rallentamento di questi due bacini appare legato a fattori macroeconomici: maggiore cautela sugli investimenti immobiliari all’estero, incertezza geopolitica e una fase di attesa che spinge molti acquirenti a rimandare decisioni di lungo periodo.

Crescono nuovi Paesi e una domanda più europea e diversificata

Nel 2025 crescono mercati alternativi che stanno progressivamente riequilibrando la domanda, come ad esempio il Regno Unito che consolida il suo ruolo di secondo mercato per l’Italia, con una crescita del +23,23%, seguito da Francia (+4,73%) e da un forte aumento delle richieste inviate da stranieri mentre sono in Italia (+18,58%), un segnale chiaro di un turismo sempre più orientato a trasformarsi in progetto di acquisto.

Particolarmente interessante è l’espansione di mercati emergenti o finora marginali: Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Romania, Brasile, Argentina, India e Messico mostrano crescite molto sostenute rispetto al 2024. Si tratta di una domanda più frammentata ma dinamica, spesso legata a budget più contenuti ed interesse per aree meno inflazionate rispetto ai mercati tradizionali. Da segnalare anche il progressivo incremento da parte degli Emirati Arabi Uniti; in questo caso l’interesse è principalmente focalizzato su immobili del segmento lusso.

Questi i Paesi che registrano il maggiore incremento di interesse verso il mercato immobiliare italiano:

• Repubblica Ceca: +96,68% a/a
• India: +52,27% a/a
• Grecia: +49,38% a/a
• Spagna: +43,43% a/a
• Romania: +42,48% a/a
• Argentina: +36,05% a/a
• Brasile: +31.42% a/a
• Messico: +27,13% a/a
• Emirati Arabi Uniti: +15,18% a/a

Meno concentrazione sulle regioni “classiche”, più ricerca di alternative

Dal punto di vista geografico, il 2025 segna un riequilibrio importante sul fronte delle regioni. La Toscana resta la più desiderata con il 14,77% delle richieste sul totale, ma registra un calo significativo a livello annuale pari ad un -17,76%, così come Liguria (-17,15% a/a), Lombardia (-6,44% a/a) e Umbria (-9,23% a/a). Ma attenzione; questo dato non indica una perdita di attrattività, quanto piuttosto una saturazione dei mercati più maturi e costosi.

Parallelamente emergono regioni che crescono in modo deciso: il Trentino-Alto Adige (+44,29% rispetto al 2024), spinto da qualità della vita, contesto alpino e prospettive di lungo periodo. Il Friuli-Venezia Giulia (+27,52% rispetto al 2024), sempre più percepito come alternativa più accessibile al Nord-Est. Il Piemonte (+11,27% rispetto al 2024), trainato da Langhe, Monferrato e laghi. Basilicata (+10,25% a/a) e Veneto (+5,8% a/a), che intercettano una domanda orientata a territori autentici e meno affollati.

Classifica delle regioni più richieste

Queste le regioni più richieste: 

Toscana14,77% (-17,76% rispetto al 2024)
Sicilia 11,25% (+4,16% rispetto al 2024)
Lombardia 8,81% (-6,64% rispetto al 2024)
Piemonte 8,68% (+11,27% rispetto al 2024)
Puglia 8,31% (-2,49% rispetto al 2024)
Liguria 7,19% (-17,15% rispetto al 2024)
Abruzzo 6,41% (-3,97% rispetto al 2024)
Calabria 6,11% (-9,96% rispetto al 2024)
Umbria 5,88% (-9,23% rispetto al 2024)

Province e comuni

L’analisi a livello locale conferma un trend ormai strutturale: la crescita non riguarda le grandi città iconiche, ma province e comuni medio-piccoli, spesso lontani dai circuiti del turismo di massa.

Le province che crescono di più – Vercelli (+85% a/a), Novara (+61,74% a/a), Biella (+63,08% a/a), Fermo (+52,01% a/a), Viterbo (+48,43% a/a), Napoli (+55,36% a/a) e Bergamo (+44,34% a/a) raccontano un’Italia diffusa che intercetta acquirenti alla ricerca di qualità della vita, contesto naturale e prezzi più accessibili.

Questa la classifica delle province più richieste:

Como 4,63%
Perugia 4,27%
Brindisi 3,96%
Cosenza 3,86%
Lucca 3,77%

Lo stesso vale per i comuni: accanto a nomi consolidati come Ostuni (BR) – che per il secondo anno consecutivo è il comune più richiesto d’Italia – Scalea (CS) e Noto (SR), emergono località come Caltagirone (CT), Santa Maria del Cedro (CS), Nizza Monferrato (AT), Longobardi (CS), Chiusa Sclafani (PA), Semproniano (GR), Urbe (SV), Petacciato (CB) e diversi centri dei laghi lombardi e piemontesi. È una domanda che privilegia identità locali forti, autenticità e potenziale di rivalutazione, più che la notorietà del nome.

Tra le grandi città italiane la prima per interesse è Roma, che nel 2025 spinta dall’evento del Giubileo, registra una crescita del +44,69% rispetto allo scorso anno. Scorrendo la classifica troviamo Firenze che però nel 2025 scende del 6,27% a/a, segue Genova con un -3,28% a/a
e MIlano che chiude il 2025 con un -2,76% a/a. In negativo troviamo anche Catania con un -10,94% a/a e Palermo con un -10,53% a/a. Tra le altre grandi città italiane che chiudono invece il 2025 in positivo troviamo Napoli, Bologna, Torino (+43,64% a/a) e Bari (+35,71% a/a).

Il commento di Gate-away.com

“Il 2025 non è un anno di crisi per il mercato immobiliare internazionale in Italia, ma di trasformazione profonda,” commenta Simone Rossi, cofondatore di Gate-away.com. “Il calo degli Stati Uniti pesa sul dato complessivo, ma allo stesso tempo vediamo un mercato che si sta diversificando: meno dipendenza da pochi Paesi, più interesse da nuove nazioni e una domanda che si sposta verso territori meno inflazionati. Gli acquirenti esteri oggi sono più consapevoli, più prudenti e molto più attenti al valore reale dell’investimento. Cercano luoghi vivibili, prezzi sostenibili e contesti autentici. Questo – conclude Simone Rossi – sta ridisegnando la mappa dell’interesse internazionale verso l’Italia e apre opportunità enormi per province e comuni che fino a pochi anni fa erano fuori dai radar.”

La manifattura umbra arretra, ma resta centrale | Il report

Negli ultimi dieci anni l’industria manifatturiera umbra si è ridimensionata. Il numero delle imprese è sceso del 15% e il peso percentuale sul totale dell’economia regionale si è assottigliato, anche se dal settore arriva ancora il 44% della ricchezza regionale prodotta dalle società di capitale dell’intera regione.

Si tratta di un calo reale, quindi, ma senza rotture strutturali, come evidenzia il report della Camera di Commercio dell’Umbria, che monitora in modo continuo l’andamento congiunturale e strutturale dell’economia regionale grazie ai dati che affluiscono costantemente al sistema camerale, in particolare i bilanci delle imprese, strumento essenziale per cogliere le trasformazioni profonde del tessuto produttivo.
Il calo della manifattura c’è, ed è evidente. Ma è coerente, governato, in linea con le dinamiche nazionali.

Perché la manifattura resta centrale nella creazione di valore, cresce in dimensione media (+12,2%), rafforza l’occupazione stabile (+30,5% di dipendenti non familiari nel decennio) e paga salari più alti di oltre 7.000 euro annui rispetto alla media regionale.

La terziarizzazione, fenomeno italiano

La terziarizzazione non è un’anomalia umbra. La perdita di peso dell’industria manifatturiera non riguarda solo l’Umbria. È il riflesso di una trasformazione strutturale dell’economia italiana, sempre più orientata ai servizi.
In questo quadro, l’Umbria si muove in sintonia con la media nazionale, senza scarti anomali.
Nel confronto con le regioni di riferimento, emerge un posizionamento intermedio: la terziarizzazione dell’economia umbra è più marcata rispetto alle Marche, ma meno accentuata rispetto alla Toscana. Un equilibrio che segnala adattamento, non declino.

Il cuore della manifattura: il valore aggiunto

Il dato decisivo non è il numero delle imprese, ma la ricchezza che producono. Negli ultimi bilanci delle imprese disponibili l’industria manifatturiera umbra genera il 44% del valore aggiunto complessivo regionale prodotte dalle società di capitale (S.p.A., S.r.l, cooperative, società in accomandita per azioni), a fronte di appena l’8,8% delle imprese, dato che al III trimestre 2025 fotografa la struttura produttiva attuale.
Un risultato nettamente superiore alla media nazionale, ferma al 35,5%, e in linea con le regioni manifatturiere del Centro: Toscana (45,5%) e Marche (49,3%).
Non è un’inversione recente, ma una costante. Nel 2019, ultimo anno pre-Covid, il peso del valore aggiunto manifatturiero era:
• Umbria: 45,8%
• Toscana: 49,5%
• Marche: 54,3%
• Italia: 38,4%
Le proporzioni cambiano, la struttura resta.

Il Centro Italia perde industria più del Paese

Negli ultimi anni il peso della ricchezza prodotta dalla manifattura è sceso in Umbria del –3,9%, più della media nazionale (–1,3%).
Ma il confronto va esteso al contesto territoriale.
Nel Centro Italia, la flessione è stata più intensa in Toscana (–8%) e sostanzialmente identica nelle Marche (–3,8%).
È dunque il Centro nel suo complesso a mostrare una tendenza alla deindustrializzazione più accentuata rispetto alla media nazionale. L’Umbria segue questa traiettoria, senza estremizzarla.

Meno imprese, ma più grandi

Nel decennio III trimestre 2015–III trimestre 2025 il numero delle imprese manifatturiere umbre scende del 15%, da 8.108 a 6.890. Un calo superiore alla media nazionale (–11,2%) e a quella toscana (–11,3%), ma inferiore a quello delle Marche (–18,1%).
La differenza sta nell’occupazione: gli addetti diminuiscono solo del 3,8%, meno del dato nazionale (–5,8%).
Il risultato è una crescita della dimensione media, che passa da 8,6 a 9,8 addetti per impresa, pari a +12,2%, contro il +6,1% della media italiana. La manifattura umbra resta leggermente sotto la media nazionale (10,3 addetti), ma la direzione è chiara.

Più lavoro stabile, più solidità

Il dato forse più significativo riguarda i dipendenti non familiari, indicatore chiave della solidità aziendale.
Nel decennio considerato, a fronte di un –15% di imprese, i dipendenti non familiari crescono del 30,5%, superando anche la già rilevante crescita nazionale (+26,3%).
È la fotografia di una manifattura che, gradualmente, abbandona la micro-dimensione familiare e si struttura su basi più solide

Salari più alti, produttività più elevata

I bilanci delle imprese mostrano un ultimo dato decisivo: la qualità del lavoro.
Nelle società di capitale dell’industria manifatturiera umbra il costo medio annuo per addetto è di 30.440 euro, contro i 23.396 euro degli altri settori dell’economia regionale.
Il divario è netto:
• +7.044 euro annui
• +30,1% a favore della manifattura
Un differenziale che riflette maggiore produttività, maggiore valore aggiunto e maggiore qualità occupazionale.

La manifattura resta un pilastro

L’industria manifatturiera umbra arretra in termini numerici e percentuali. Ma non perde centralità, non collassa, non si svuota.
Si concentra, si rafforza, si ristruttura.
E continua a essere uno dei cardini dell’economia regionale, capace di produrre quasi metà della ricchezza umbra con meno di un decimo delle imprese.
I numeri, monitorati costantemente dalla Camera di Commercio dell’Umbria, non lasciano spazio a letture superficiali. Qui non c’è una fine. C’è una trasformazione.

“I dati commenta la Camera di commercio – mostrano un’economia che sta cambiando assetto, non un settore che perde la propria funzione. La manifattura umbra arretra nei numeri, ma continua a svolgere un ruolo rilevante nella creazione di valore e nella qualità dell’occupazione, all’interno di un sistema economico sempre più integrato. Industria, servizi, turismo e commercio non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso ecosistema che evolve. Leggere correttamente queste dinamiche è essenziale per accompagnare le trasformazioni in atto e rafforzare la competitività complessiva del territorio, puntando su dimensione d’impresa, competenze e capacità di fare rete, ma anche sulla piena partecipazione alla transizione digitale ed ecologica, una dinamica storica nella quale occorre essere protagonisti, perché restarne fuori significa perdere progressivamente spazio, fino a rischiare l’estinzione”.

Brunello Cucinelli, investimenti per 145: assetto produttivo assicurato per 10-15 anni

Con gli investimenti effettuati nell’anno appena trascorso (per 145 milioni di euro, con un’incidenza sui ricavi del 10,5%) il gruppo Brunello Cucinelli conta di aver definito il proprio assetto produttivo per i prossimi 10-15 anni.

Queste le valutazioni fatte dal Cda che ha esaminato i dati preliminari della gestione 2025, con un fatturato record di 1.407,7 milioni di euro (in crescita del +11,5% a cambi costanti e +10,1% a cambi correnti).

Conclusi con sei mesi di anticipo gli investimenti previsti nel piano triennale 2024-2026 dedicato alla produzione artigianale Made in Italy.

“Il fulcro di questo progetto – spiega l’azienda – è stato il raddoppio della sede della fabbrica di
Solomeo, investimento che ci consentirà di lavorare con serenità fino a circa il 2035, garantendo spazi
adeguati alla crescita delle nostre maestranze. A questo si affianca il completamento delle due nuove fabbriche dedicate al capospalla, situate a Penne e a Gubbio, che rafforzano ulteriormente la capacità della Casa di Moda di presidiare internamente le lavorazioni di questa specifica categoria merceologica.
Nel loro insieme, questi investimenti ci permettono di affrontare con serenità i prossimi 10-15 anni, con
una struttura produttiva robusta e coerente, in grado di accompagnare con fiducia e continuità lo
sviluppo futuro del brand”.

L’importante piano di investimenti e il pagamento di dividendi per complessivi 69 milioni di euro, con
un pay-out del 50%, hanno concorso a determinare un Indebitamento Netto caratteristico pari a circa
200 milioni di euro al 31 dicembre 2025.

L’appello di Morelli (ANCE): geometri importanti, reintrodurre l’indirizzo CAT a Spoleto

Servono i geometri alle imprese di costruzioni, anche con l’avvento di nuove attrezzature, materiali e tecnologie digitali. E servono a Spoleto, territorio tra l’altro interessato dalla ricostruzione post sisma. Eppure, dal 2017 l’istituto ‘Spagna-Campani’ non ha più il corso CAT (Costruzioni Ambiente e Territorio), come viene oggi chiamata la scuola per geometri.

Di fronte a questa situazione, ANCE Umbria (Associazione nazione costruttori edili) torna a chiedere con forza e urgenza alle istituzioni che venga ripristinato il corso CAT a Spoleto. Spiega il presidente Albano Morelli: “Il territorio dello Spoletino è uno dei pochissimi nel panorama regionale a non formare questa figura professionale che è ancora fondamentale nel mondo delle costruzioni. Rendendo di fatto impossibile il ricambio generazionale. Tra l’altro – ricorda Morelli – in un territorio interessato dagli interventi della ricostruzione post-sisma e quindi con una notevole mole di lavoro a carico dei professionisti. Cosa che sta determinando ritardi nell’attivazione e nella prosecuzione di molti cantieri”.

“Ma la carenza di giovani geometri nello Spoletino – prosegue Morelli – crea difficoltà anche per le imprese di costruzioni del territorio impegnate in tutte le tipologie di lavori. Imprese di costruzioni nelle quali, anche con le innovazioni tecnologiche introdotte in un settore in continua evoluzione, la figura del geometra resta essenziale. Non a caso – prosegue Morelli – ANCE Umbria ha promosso la Rete ScuolANCE alla quale hanno aderito tutti gli istituti umbri con indirizzo CAT, al fine di favorire le iscrizioni di giovani, facendo conoscere ai ragazzi e alle loro famiglie la qualità del lavoro richiesto e le opportunità professionali ed economiche per i futuri geometri”.

A ulteriore conferma di quanto ANCE Umbria ritenga indispensabile la figura del geometra, la collaborazione avviata con i Collegi dei geometri e geometri laureati delle province di Perugia e Terni, con i quali sarà siglato a breve un protocollo e verrà elaborata una proposta formativa congiunta da offrire agli istituti con indirizzo CAT della regione.

Anche in vista delle iscrizioni al prossimo anno scolastico, Morelli invita i ragazzi e le famiglie a valutare le opportunità offerte dalle scuole con indirizzo CAT. Tra le quali, purtroppo, anche quest’anno non ci sarà Spoleto.

Conclude infatti il presidente Albano Morelli: “A questo importante lavoro fatto da ANCE Umbria insieme agli istituti di tutta la regione manca, tra i pochi, il territorio spoletino. Ed è per questo che torniamo a chiedere alle istituzioni preposte che all’Istituto ‘Spagna-Campani’ venga ripristinato l’indirizzo CAT nell’interesse del territorio e della sua economia”.

In Umbria previste 7 mila assunzioni già a gennaio: i settori e i contratti

A gennaio le imprese presenti in Umbria hanno programmato di realizzare quasi 7 mila assunzioni, che salgono quasi a 18 mila mila se si guarda al primo triennio dell’anno. Figure però che, in oltre 5 casi su 10, risultano difficili da reperire. E nel triennio, comunque, il bilancio prevede circa 2 mila chiamate in meno rispetto allo scorso anno.

In Italia

Guardando a tutta Italia, le imprese, prevedono circa 527mila assunzioni, che diventano oltre 1,4 milioni considerando l’intero primo trimestre dell’anno. E’ quanto emerge dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Cresce il settore primario (+6,5% rispetto a un anno fa), stabili i servizi (+0,1%), ma l’industria arretra (-3,5%), con una flessione più marcata nel manifatturiero (-4,6%) e più contenuta ma comunque evidente nelle costruzioni (-1,3%).

I settori

Il comparto industriale programma complessivamente 155mila entrate: 104mila nel manifatturiero e nelle public utilities e 51mila nell’edilizia. All’interno della manifattura, le maggiori opportunità di lavoro arrivano dai settori meccanico ed elettronico, con oltre 27mila contratti previsti, seguiti dalla metallurgia e produzione di articoli in metallo (21mila) e dall’industria alimentare e delle bevande (15mila). Il terziario si conferma il principale bacino occupazionale, con circa 337mila entrate programmate, trainate da turismo (70mila), servizi alle persone (69mila) e commercio (67mila). Nel settore primario, infine, sono attese circa 35mila assunzioni, concentrate soprattutto nelle coltivazioni ad albero, nelle coltivazioni di campo e nei servizi connessi all’agricoltura.

I contratti

Quanto alle tipologie di contratto, la forma più diffusa resta il tempo determinato, che riguarda 252mila posizioni, pari al 47,8% del totale. Seguono i contratti a tempo indeterminato (111mila, pari al 21%) e quelli di somministrazione (63mila, 11,9%). Un elemento di rilievo è la riduzione della difficoltà di reperimento, che scende al 45,8% delle entrate previste, oltre tre punti percentuali in meno rispetto a gennaio 2025. Le principali criticità continuano tuttavia a riguardare l’assenza di candidature (28,6%) e la formazione non adeguata dei profili disponibili (13,6%).

Le figure che non si trovano

Le difficoltà di reperimento restano particolarmente elevate in alcuni settori chiave, oltre il 60% delle posizioni nelle costruzioni risulta di difficile copertura, percentuale che sfiora il 60% anche nel legno-arredo e supera il 55% nella metallurgia. Il Borsino delle Professioni segnala criticità diffuse per figure ad alta specializzazione, come analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni, ingegneri, tecnici sanitari e tecnici dell’ingegneria, ma anche per operai specializzati come rifinitori edili, meccanici e manutentori.

Nelle regioni

Queste le previsioni di nuovi contratti in ciascuna regione, nel mese di gennaio e nel primo trimestre:

Piemonte 35.120 (difficoltà di reperimento del 46,9%) e 88.460 nel trimestre;
Valle d’Aosta 1.390 (52,9%) e 3.520
Lombardia 109.960 (45,4%)281.440
Liguria 11.840 (50,1%) e 34.050
Trentino A. A. 12.840 (55,2%) e 37.050
Veneto 48.980 (49,8%) e 136.940
Friuli Venezia Giulia 11.000 (55,9%) e 28.920
Emilia Romagna 48.090 (49,3%) e 123.850
Toscana 32.950 ( 47,9%) e 94.850
Umbria 6.950 (50,2%) e 17.850
Marche 12.900 (50,0%) e 32.190
Lazio 53.280 (41,6%) e 146.710
Abruzzo 11.180 (48,5%) e 28.230
Molise 1.890 (46,6%) e 5.190
Campania 41.670 (40,4%) e 121.900
Puglia 30.200 (40,1%) e 84.070
Basilicata 3.870(46,1%) e 12.720
Calabria 10.610 (42,3%) e 29.190
Sicilia 31.490 (40,3%) e 90.350
Sardegna 1′.620 (44,8%) e 31.990

Maltempo in Umbria, chiuse le scuole in alcuni Comuni

Giornata di disagi a causa della neve in diverse località dell’Umbria, in particolare sulla Fascia Appenninica, in Altotevere, in Valnerina e nell’Orvietano.

Diverse le richieste di intervento giunte ai vigili del fuoco, che sono dovuti intervenire, anche con l’ausilio del personale Anas, in soccorso di automobilisti rimasti bloccati lungo la SP 298 Bosco–Gubbio al passo del Belvedere, sulla SP 477 di Castelluccio e sulla SP 136 in zona Norcia. La neve, caduta nel tratto umbro dell’autostrada A1, non ha comunque creato particolari problemi alla circolazione tra Fabro e Chiusi.

A Perugia la nevicata ha interessato soprattutto il centro storico, dove si è resa necessaria la chiusura di alcune vie e strade.

Le scuole

Le squadre al lavoro hanno comunque indotto l’amministrazione comunale a non prevedere ordinanze di chiusura delle scuole.

Mercoledì 7 gennaio non si tornerà a scuola nei comuni di San Venanzo, Pietralunga, Città della Pieve, San Venanzo, Pietralunga, Gubbio e Città della Pieve ,Scheggia e Pascelupo, Fossato di Voco, Costacciaro e Cerreto di Spoleto.

Le previsioni meteo per la giornata di mercoledì – per la quale permane l’allerta gialla in tutta la regione da parte della protezione civile – prevedono fenomeni nevosi in mattina, ma in attenuazione.

Il brusco abbassamento delle temperature nella notte tra mercoledì e giovedì potrebbe invece causare problemi per la formazione di ghiaccio.

E’ morto il cavaliere Arnaldo Caprai, mercoledì i funerali

E’ morto all’età di 92 Arnaldo Caprai, l’imprenditore che, insieme al figlio Marco, ha fatto conoscere l’eccellenza del vino Sagrantino di Montefalco in tutto il mondo.

Eppure, Arnaldo Caprai è nato come imprenditore del settore tessile, con la produzione e la commercializzazione di tessuti riccamente decorati.

Ma la sua passione è l’agricoltura. Nel 1971 acquista 45 ettari di terreno a Montefalco, intuendo la potenzialità del vitigno del Sagrantino. Che trova la piena consacrazione negli Ottanta, quando il figlio Marco, che nel frattempo ha assunto la conduzione dell’azienda, sviluppa il Sagrantino in collaborazione con l’Università di Milano e con altri centri di ricerca.

L’azienda Caprai porta quindi il Sagrantino nel mondo e Arnaldo Caprai nei diventa l’ambasciatore, ottenendo per questo nel 2003 il titolo di Cavaliere del Lavoro.

I funerali di Arnaldo Caprai si terranno mercoledì alle 10 a San Feliciano.

Il cordoglio delle istituzioni

Numerose le attestazioni di cordoglio alla famiglia di Arnaldo Caprai, ai familiari, alla moglie Fiorella e ai figli Marco, Luca e Arianna. Da parte della presidente Stefania Proietti a nome di tutta la Giunta regionale (“l’Umbria perde un uomo di straordinaria visione che ha saputo con tenacia portare avanti e innovare la tradizione manifatturiera e quella vitivinicola”), del senatore Verini (“ha saputo coniugare in tutta la sua vita radici e futuro, esperienza e innovazione”), della presidente dell’Assemblea legislativa regionale Bistocchi (“è stato un ambasciatore dell’Umbria nel mondo”).

Perugia e Terni, le stime sul Pil umbro 2026

Il prodotto interno lordo (PIl) dell’Umbria aumenterà quest’anno dello 0,66% rispetto all’aumento dello0,49 indicato nel 2025 rispetto al 2024. Sono le previsioni dell’Ufficio studi della Cgia. Rispetto al periodo pre-Covid la variazione in Umbria è stata del +3,17%, tra le peggiori in Italia.

Secondo le previsioni quest’anno l’apporto sarà dato principalmente dalla provincia di Perugia, per la quale si stima un +0,71% (nel 2025 +0,59% rispetto al 2024).

La provincia di Terni dovrebbe segnare un +0,49%. Inferiore al dato nazionale (+0,66%), ma comunque in ripresa rispetto al +0,14% del 2025 nel confronto col 2024. La provincia di Terni è una delle poche che, rispetto al periodo pre-Covid, segna un livello negativo: -0,18%.

In Italia

Il Pil nazionale in termini nominali è previsto superiore ai 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi pari al +2,9% rispetto al dato del 2025. In termini reali, invece, la crescita rispetto all’anno precedente dovrebbe attestarsi allo 0,7%, sostenuta principalmente dalla ripresa dell’export (+1%), dalla stabilità dei consumi delle famiglie (+0,6%) e dei consumi della Pubblica Amministrazione (+0,5%), mentre si registra un rallentamento degli investimenti (+0,7% rispetto al +2,4% dell’anno appena concluso).

Preoccupa però il futuro del Paese: la scadenza per l’utilizzo delle risorse del Pnrr, prevista per la prossima estate, avrà infatti un impatto rilevante, facendo venire meno una delle leve che hanno consentito un, sia pur lieve, aumento del Pil nazionale.

Se a livello regionale nel 2025 lo sviluppo del nostro Paese è stato trainato principalmente dal Veneto (+0,66% rispetto al 2024), per l’anno in corso si prevede che la locomotiva del Paese sarà l’Emilia Romagna (+0,86% sul 2025). Subito dopo ci sono il Lazio (+0,78%), il Piemonte (+0,74%), il Friuli Venezia Giulia e la Lombardia (entrambe con +0,73%). In coda alla graduatoria ci sono la Sicilia con il +0,28%, la Basilicata con il +0,25% e, maglia nera nazionale, la Calabria
con il +0,24%.

Per gli umbri agli aumenti di Irap e Irpef si aggiungono i rincari nazionali scattati dal primo gennaio

Non solo l’aumento dell’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) dello 0,50% (portando l’aliquota ordinaria dal 3,90% al 4,40%) scattato il primo gennaio 2026. E gli effetti sulle retribuzioni e pensioni medio-alte legate alla ridefinizione delle aliquote Irpef decise dal Governo regionale (che i pratica azzerano il taglio Irpef di due punti percentuali inserito nella manovra del Governo per la fascia di reddito tra 28mila e 50mila euro).

Anche gli umbri, con il nuovo anno, dovranno fare i conti con una serie di aumenti scattati in tutta Italia.

Auto

Novità “salate” per gli automobilisti. Se l’aumento di 4,05 centesimi al litro per il gasolio dovrebbe essere controbilanciato da uno stesso “sconto” sulla benzina. Aspetto sul quale le associazioni dei consumatori invitano a vigilare, altri rincari riguarderanno tutti gli automobilisti.

Pagherà di più chi viaggia in auto anche per l’adeguamento tariffario dei pedaggi autostradali. Un +1,5% di adeguamento all’inflazione a cui fanno eccezione poche tratte: le società Concessioni del Tirreno (Tronco A10 e A12), Ivrea-Torino-Piacenza (Tronco A5 e A21) e Strada dei Parchi (autostrade A24-A25 Roma L’Aquila e diramazione Torano-Pescara) non applicano aumenti. Sulla concessionaria Salerno-Pompei-Napoli invece le tariffe saliranno dell’1,925%; mentre sull’Autostrada del Brennero – con concessione scaduta e in corso il riaffidamento (la procedura di gara è aperta) – i pedaggi aumenteranno dell’1,46%.

Sale poi al 12,5% l’aliquota sulle polizze accessorie per rischi di infortunio al conducente e rischio di assistenza stradale per i contratti nuovi o rinnovati.

Sigarette

Introdotto l’aumento progressivo nel triennio 2026-2028 dell’importo minimo fisso delle accise su sigarette, sigaretti e tabacco trinciato (fino a +50 centesimi). Per le sigarette aumento del prezzo per tutte le fasce: in media circa 15 centesimi a pacchetto per il 2026, circa 25 centesimi a pacchetto per il 2027 e circa 40 dal 2028. Aumenti che scattano anche per le sigarette elettroniche.

Transizioni finanziarie

Raddoppiata (dallo 0,2% allo 0,4%) l’aliquota dell’imposta sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax.

Spedizioni

Scatta il contributo di 2 euro sulle spedizioni di pacchi sotto i 150 euro in arrivo da Paesi al di fuori dall’Unione europea.

Imposta di soggiorno

Anche nel 2026 i Comuni potranno incrementare l’imposta di soggiorno per coloro che alloggiano nelle strutture ricettive nel proprio territorio, fino a 2 euro per notte.

Nell’Italia che non sa “inventare” crollo dei brevetti in Umbria

Nell’Italia che stenta a produrre nuovi brevetti (giù del 3,5% le domande italiane di brevetto europeo nel 2024) l’Umbria frena ancora di più, facendo segnare un eloquente e preoccupante -26,7%, uno dei peggiori risultati regionali. Un dato che pesa, anche alla luce della presenza di due università. Il trasferimento tecnologico resta il nodo cruciale. Ora serve una spinta forte per rilanciare competitività e sviluppo.

Nel 2024in Italia le domande di brevetto europeo con titolari italiani scendono a 4.612, cioè 168 in meno rispetto al 2023 (-3,5%). Non è un crollo, ma è una frenata: l’innovazione non sparisce, semplicemente perde velocità proprio mentre la competizione internazionale alza il livello e le imprese devono difendere margini e quote di mercato con prodotti sempre più originali.

Il Paese a scacchiera

La mappa, come mostra l’elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria, non è uniforme. Il Centro cresce nel complesso del +4,7% (da 664 a 695), il Nord-Est resta sostanzialmente stabile (+0,6%), mentre il Nord-Ovest arretra (-7,7%) e il Mezzogiorno scivola con decisione (-16,5%). Tradotto: dove gli ecosistemi sono più connessi – impresa, ricerca, finanza e servizi – si regge meglio; dove il sistema è più frammentato, la frenata si sente di più.

I settori: tengono i “classici”, soffre l’high-tech

Nel 2024 la produzione e i trasporti restano il motore numerico, mentre i segnali più deboli arrivano dalle aree più avanzate: i comparti legati a fisica ed elettricità perdono insieme oltre cento domande rispetto al 2023. È un indizio importante: quando calano i brevetti proprio nelle tecnologie a maggiore intensità di conoscenza, la partita diventa più dura per tutti, soprattutto per i territori che devono recuperare terreno.

Umbria, il rallentamento che fa rumore

Dentro questo quadro, appunto, il dato umbro è quello che accende la spia rossa: -26,7% in un anno, da 45 a 33 brevetti (-12). È il terzo calo più forte tra le regioni, molto oltre la media nazionale e in netta controtendenza rispetto al Centro. Non è una semplice oscillazione statistica: è un indicatore di competitività che si abbassa, e quindi di opportunità che rischiano di spostarsi altrove.

Confronto tra regioni: crescite vere e cali pesanti

Tra le regioni con volumi non marginali, la dinamica positiva riguarda Toscana (+15,1%), Emilia-Romagna (+7,5%), Liguria (+5,1%), Sicilia (+5,6%) e Lazio (+3%). Sul lato opposto, oltre all’Umbria, pesano le contrazioni di Abruzzo (-46,7%), Friuli Venezia Giulia (-25,2%), Puglia (-24,2%), Piemonte (-11%), Campania (-9,5%) e Lombardia (-7%) (che resta comunque la prima per numero assoluto). Morale: la percentuale conta, ma conta ancora di più la continuità del “rubinetto” brevettuale: se si chiude, riaprirlo richiede tempo.

Le Università

L’Umbria è particolarmente significativa perché, pur essendo una regione piccola, ospita due università: l’Università degli Studi di Perugia e l’Università per Stranieri. In teoria è un vantaggio competitivo: più ricerca, più competenze, più relazioni internazionali. Il punto è far diventare questi asset un flusso costante di innovazione industriale. È la partita del trasferimento tecnologico: quel ponte che porta risultati di ricerca, prototipi e competenze dentro le imprese, fino al mercato, trasformandoli in prodotti, processi e servizi.

In Umbria gli strumenti non mancano. L’Università di Perugia promuove la nascita di spin-off e iniziative di valorizzazione della ricerca; il mondo industriale regionale, con l’Umbria Digital Innovation Hub, offre servizi di accompagnamento alla trasformazione digitale e al trasferimento tecnologico; e progetti come Vitality lavorano su filiere avanzate con l’obiettivo di aumentare l’impatto sulle imprese. Se però i brevetti calano, significa che la “cinghia di trasmissione” va resa più veloce e più semplice, soprattutto per le Pmi.

Sistema camerale in azione

Qui il ruolo del sistema camerale è decisivo. Dintec, agenzia in house di Unioncamere e delle Camere di commercio (con Enea), lavora proprio per portare strumenti e servizi di innovazione vicino alle imprese. In Italia, iniziative come i PID – Punti Impresa Digitale e progetti nazionali di accompagnamento alla trasformazione tecnologica puntano a ridurre la distanza tra chi produce e chi ricerca, traducendo bisogni aziendali in progetti concreti.

Le dichiarazioni

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato sui brevetti interpella direttamente il sistema economico e istituzionale regionale. L’Umbria dispone di competenze, università e imprese di qualità, ma deve rafforzare il collegamento tra ricerca e tessuto produttivo, soprattutto a favore delle piccole e medie imprese. La Camera di Commercio è impegnata nel sostenere percorsi di innovazione, tutela della proprietà intellettuale e trasferimento tecnologico, perché brevettare significa creare valore, occupazione qualificata e nuove opportunità di crescita per il territorio. Su questo serve davvero una continua spinta che veda una sinergia totale tra regione, università, sistema camerale e associazioni di categoria. La sfida è trasformare il sapere in sviluppo concreto”.

Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere: “L’innovazione resta un fattore cardine per la competitività delle imprese. Il rallentamento della capacità brevettuale delle imprese italiane, registrato nel 2024, è probabilmente frutto delle molte incertezze del contesto internazionale. L’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei nella ricerca di brevetti industriali. Certo sarebbe assai utile individuare le modalità per favorire quanto più possibile l’incrocio tra impresa e ricerca”.