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Le ragioni della stretta sul credito alle imprese umbre

Crolla il credito bancario alle imprese umbre. Secondo i dati della Banca d’Italia al 31 marzo 2025, i prestiti a società non finanziarie e famiglie produttrici nella regione sono scesi del 3,5% su base annua, e addirittura del 5,4% se si confronta il primo trimestre 2024 con il primo trimestre 2025.

Una contrazione pesante – evidenzia nella sua analisi la Camera di Commercio dell’Umbria – sesto peggior dato d’Italia, ben superiore alla media nazionale (-1%). Se si considera l’inflazione (+1,7% tra marzo 2024 e marzo 2025), la riduzione in termini reali tocca il -5,1% su base annua e oltre il -7% se si fa il confronto tendenziale tra il primo trimestre 2024 e quello 2025.

In termini assoluti, ammonta a 400 milioni di euro in meno il saldo della stretta delle banche sulle imprese. Il volume complessivo di prestiti in Umbria, al lordo dell’inflazione, è passato da 7,92 miliardi di euro a 7,5 miliardi, in appena dodici mesi.

Piccole imprese sotto assedio
A soffrire maggiormente sono le piccole imprese, che rappresentano la spina dorsale del tessuto produttivo regionale. La banca dati statistica di Bankitalia rileva un crollo del 7,8% dei prestiti alle aziende minori nel confronto tra primo trimestre 2024 e primo trimestre 2025. Il credito è sceso da 1,84 a 1,7 miliardi di euro in valori nominali, contro una flessione nazionale del 5,5%. Le imprese medio-grandi hanno registrato un calo ben più contenuto: -0,9% su base annua.
La stretta sul credito non è uguale per tutti. La struttura produttiva umbra – caratterizzata da una maggiore incidenza di micro e piccole imprese rispetto alla media italiana – è colpita con più durezza. Gli istituti di credito, alle prese con il ritorno dell’incertezza macroeconomica e con la fine del ciclo dei super-profitti da tassi elevati, restringono le maglie per i soggetti considerati più rischiosi.

Le costruzioni crollano: -12% in termini reali
A livello settoriale, le costruzioni subiscono la frenata più brusca: tra il primo trimestre 2024 e lo stesso periodo del 2025, i prestiti sono passati da 707 a 632 milioni di euro, pari a un calo del -10,6% nominale e -12,3% reale. L’industria registra un -5,5% (da 3,73 a 3,52 miliardi), mentre i servizi calano del 4,1%.

Rispetto alla media italiana
Il confronto con l’Italia è impietoso:
• Credito complessivo alle imprese: -5,4% in Umbria vs -1% in Italia
• Industria: -5,5% Umbria vs -1,5% Italia
• Servizi: -4,1% Umbria vs -1,4% Italia
• Costruzioni: -10,5% Umbria vs -7,5% Italia
• Piccole imprese: -7,8% Umbria vs -5,5% Italia

Tutti gli indicatori posizionano l’Umbria sotto la media nazionale. Peggio, in termini nominali, fanno solo cinque regioni: Molise, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Basilicata.

Perché l’Umbria è più penalizzata?
Il Pil umbro nel periodo considerato è cresciuto dello 0,7%, in linea con la media italiana. Perché allora la frenata del credito è più accentuata? Tre le possibili spiegazioni suggerite dalla Camera di commercio dell’Umbria.

La prima riguarda la maggiore liquidità accumulata dalle medie e grandi imprese umbre durante gli anni del denaro facile (2020-2021), grazie alle politiche ultra-espansive della BCE. Oggi quelle aziende, già ben patrimonializzate, non hanno bisogno di nuovo credito, soprattutto con tassi elevati.

C’è poi la contrazione della manifattura regionale, che nel 2023 ha ridotto del 9% gli investimenti programmati. Con meno progetti, cala la richiesta di finanziamento. Una dinamica che riguarda anche altre aree del Paese, ma che in Umbria ha inciso di più, per la specializzazione produttiva e il debole andamento industriale.

Infine, la struttura produttiva sbilanciata sulle micro e piccole imprese, spesso con merito di credito basso. Le banche, che si preparano a un aumento delle sofferenze e hanno prospettive di profitti inferiori a causa della riduzione dei tassi di interesse, evitano esposizioni rischiose. In Umbria questo significa colpire il cuore dell’economia reale.

L’analisi del presidente Mencaroni
Questa l’analisi di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Per invertire la rotta non basta denunciare la stretta: serve un’azione decisa, mirata e multilivello. La nostra regione non può permettersi di lasciare senza ossigeno le sue imprese più fragili, proprio mentre si gioca la partita cruciale del rilancio economico e della doppia transizione, digitale ed ecologica. Le banche, la Cassa depositi e prestiti, le istituzioni e i territori devono fare la loro parte, ora”.

Tre le direttrici d’intervento indicate da Mencaroni: “Rafforzare i sistemi di garanzia pubblica, a partire dal Fondo centrale per le PMI, estendendo e semplificando le procedure per l’accesso al credito, soprattutto per le microimprese, le startup, le imprese femminili e giovanili. Rilanciare il ruolo della Cassa depositi e prestiti in Umbria non solo come finanziatore aggiunge – ma come partner strategico delle imprese e degli enti locali, attraverso strumenti innovativi come minibond, co-investimenti e piattaforme territoriali dedicate. Costruire nuove reti territoriali – indica ancora Mencaroni – che coinvolgano banche locali, consorzi fidi, Comuni, associazioni di categoria e Università, per rendere il credito più vicino ai bisogni reali delle imprese umbre, anche attraverso l’uso intelligente dei dati per valutare meglio il merito creditizio delle realtà più piccole”.

“Non si tratta di tornare a erogazioni facili o indiscriminate, ma di strutturare un ecosistema del credito più giusto, più reattivo e più inclusivo. Con meno burocrazia e più fiducia. Meno rigidità e più prossimità. Perché senza credito anche la migliore idea resta chiusa in un cassetto. E oggi, in Umbria – conclude il presidente della Camera di commercio – quel cassetto rischia di restare sbarrato a troppi”.

Sostenibilità e imprese coesive, così l’Umbria nel rapporto Symbola-Unioncamere

Nel 2024 le imprese coesive italiane – cioè quelle che coltivano legami solidi con lavoratori, clienti, territori, istituzioni, scuola, terzo settore – sono arrivate al 44% del totale delle manifatturiere. Un dato in netta crescita: erano il 32% nel 2018.

Si tratta di imprese che valorizzano il rapporto con i propri lavoratori non solo per senso di responsabilità sociale, ma perché comprendono come la soddisfazione e il coinvolgimento delle persone si traduca anche in migliori performance sul mercato, in una maggiore attrattività per talenti e investimenti, in una più solida competitività.

Ecco perché la loro presenza diventa importante in un territorio. Il Rapporto Coesione è Competizione 2025, promosso da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo, Unioncamere e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne in collaborazione con AICCON e IPSOS, confronta il livello delle imprese coesive nelle diverse regioni e province italiane.

In Italia

Anche i dati relativi al 2024 confermano una presenza pressoché disomogenea delle imprese coesive sul territorio nazionale, fortemente concentrate in poche regioni perlopiù del Nord. Infatti, le regioni settentrionali continuano ad ospitare il maggior numero di imprese coesive (il 66,4% del totale) mentre nel Mezzogiorno trovano localizzazione il 15,6% delle imprese coesive e nel Centro il complementare 18,0%. Il 52,3% delle imprese coesive risulta concentrato in tre sole regioni: Lombardia (25,0%), Veneto (15,2%) ed Emilia- Romagna (12,1%); una quota molto significativa e in leggero aumento rispetto al 2022 (quando era pari al 50%) e al 2023 (51,7%). Anche Toscana e Piemonte registrano una percentuale elevata di imprese coesive, rispettivamente pari 9,4% e 8,1%.

È importante però esaminare la presenza delle imprese coesive nelle regioni italiane in termini relativi, rapportando quindi nei vari territori la numerosità delle imprese coesive sul totale delle imprese manifatturiere con un numero di addetti compreso tra 5 e 499. Le sette regioni che registrano una quota superiore alla media nazionale (44%) sono tutte del Nord. Tra queste, il Trentino-Alto Adige si colloca al primo posto (dove sono coesive 58 imprese manifatturiere ogni 100). Seguono, a parimerito, con il 49% delle imprese manifatturiere coesive l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta (la quale, tuttavia, si posiziona all’ultimo posto della graduatoria relativa alla distribuzione nazionale in termini assoluti). L’incidenza di imprese coesive è altresì molto elevata in Veneto (48%), Lombardia (46%) e Piemonte (45%).

Di contro, chiudono la graduatoria la Liguria, la Calabria e la Sicilia (con il 36% di imprese manifatturiere coesive) e la Basilicata (27%).

Proprio l’impegno nei confronti dell’ambiente è uno degli indicatori presi in considerazione per l’identificazione dei cosiddetti “territori coesivi”. Approssimando, infatti, l’attenzione alla sostenibilità e alla tutela dei territori con il dato relativo alla produzione e raccolta
differenziata dei rifiuti urbani, si osserva come nelle regioni dove vi è un più alto tasso di riciclo dei rifiuti si registra anche una maggiore presenza di imprese coesive; stiamo parlando in particolar modo delle regioni del Nord Italia come il Veneto, l’Emilia Romagna, il Trentino-Alto Adige, la Lombardia, il Friuli-Venezia Giulia, la Valle d’Aosta e il Piemonte.

Viceversa, nelle regioni dove vi è una minore attenzione alla raccolta differenziata si osserva un minor numero di imprese coesive, come avviene in tutte le regioni del Sud ad eccezione della Sardegna, e in Liguria e nel Lazio.

In Umbria

La Camera di commercio dell’Umbria analizza in particolare la situazione nella regione. Che sulla coesività delle proprie imprese, si racconta male: le attività coesive non sono poche, ma ancora troppo nell’ombra.

Il peso delle imprese coesive umbre è infatti ancora marginale, ma significativo. Nel 2024 sono arrivate al 44% del totale delle manifatturiere. Un dato in netta crescita: erano il 32% nel 2018.

L’Umbria, in questo scenario, rappresenta circa il 2% delle imprese coesive italiane. Un numero modesto se letto in assoluto, ma non irrilevante se si considera che il PIL regionale pesa solo per l’1,4/1,5%% sul totale nazionale. Significa che la propensione alla coesione è sopra media, anche se ancora troppo invisibile.

È nel comparto manifatturiero che l’Umbria mostra i segnali più promettenti. Qui, quasi il 40% delle imprese è classificato come coesivo. La regione si colloca all’11° posto tra le 20 regioni italiane per incidenza di imprese manifatturiere coesive.

Lontana dalle eccellenze come il Trentino Alto Adige (quasi 60%) o l’Emilia-Romagna (quasi 50%), ma comunque sopra il Lazio (anch’esso prossimo al 40%), sopra le Marche, e non distante dalla Toscana, che si attesta attorno al 40%.

Un dato solido, che segnala la presenza in Umbria di una manifattura relazionale, collaborativa, aperta, anche se ancora poco visibile e scarsamente sostenuta da politiche dedicate.

Il rapporto distingue i territori in base all’intensità coesiva. Il Nord dell’Umbria, e in particolare la provincia di Perugia, mantiene una struttura relazionale attiva: più imprese coesive, più reti locali, più interconnessioni. Il Sud, invece – Terni e l’area industriale circostante – scivola tra le aree meno coesive d’Italia. È un problema che va oltre i numeri: riflette anni di deindustrializzazione, perdita di capitale umano, debolezza del tessuto associativo e imprenditoriale.

Ricucire questa frattura è la vera sfida regionale per trasformare l’Umbria in un laboratorio nazionale di coesione economica.

L’Umbria supera la media nazionale nella raccolta differenziata, dimostrando attenzione ambientale e senso civico. Anche l’utilizzo delle biblioteche, i dati sulla partecipazione civica e la fiducia interpersonale sono incoraggianti.

È un capitale sociale vivo, spesso più forte nei piccoli centri che nelle città. Un potenziale che può e deve essere messo al servizio dell’economia, a partire dalle imprese più avanzate.

Non mancano però i punti deboli. Innanzi tutto, la natalità imprenditoriale: l’Umbria è al 17° posto tra le 20 regioni italiane: avviare un’impresa, specie per i giovani, resta complicato. E poi il valore aggiunto pro capite, indicatore chiave della capacità produttiva e del benessere economico: l’Umbria è solo 13ª: troppo indietro rispetto ai territori coesivi del Nord.

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “L’Umbria non è in ritardo sulla coesione: è inascoltata. Abbiamo imprese che investono in capitale umano, che collaborano con il territorio, che innovano senza clamore e creano valore condiviso, ma restano ai margini del racconto nazionale. Serve una narrazione forte, radicata nei dati e nelle esperienze, che restituisca visibilità a questo patrimonio nascosto. Dobbiamo uscire dalla retorica dei territori fragili e iniziare a parlare di territori intelligenti, capaci di tenere insieme sostenibilità, competitività e legami sociali. Non si cresce da soli: l’ecosistema imprenditoriale funziona se c’è coesione. Il nostro compito, come istituzioni, è attivare connessioni, rafforzare le reti e valorizzare chi già opera con questa visione. Non è tempo di attendere: è tempo di rendere visibile ciò che funziona e metterlo al centro delle politiche di sviluppo”.

Calano le imprese, balzo dei fallimenti e delle crisi aziendali

L’Umbria perde imprese: nel primo trimestre 2025 saldo negativo di 1.079 aziende tra iscrizioni in calo, balzo dei fallimenti e crisi aziendali.

Nel primo trimestre, a fronte di 1.357 nuove iscrizioni sono state 2.436 le cessazioni. Le nuove procedure concorsuali aumentano a 122 (+88,7% su base annua), colpendo tutte le forme giuridiche.

Nonostante il contesto difficile però, le imprese guidate da giovani e donne mostrano segnali positivi, con crescite rispettivamente del 21,8% e del 9,6% rispetto al 2024.

E’ quanto emerge dai dati della Camera di commercio dell’Umbria.

Il tessuto imprenditoriale umbro continua a sfilacciarsi

I numeri del “Cruscotto congiunturale” elaborato dal Centro Studi delle Camere di commercio fotografano una regione in cui, anche nei primi tre mesi del 2025, le imprese che chiudono superano di gran lunga quelle che nascono. Il saldo tra iscrizioni (1.357) e cessazioni (2.436) è negativo per 1.079 unità. Un quadro che evidenzia la fragilità strutturale dell’economia regionale.
Il calo delle cessazioni (-27,5%) rispetto al 2024 potrebbe far pensare a un miglioramento, ma il saldo ampiamente negativo e il contesto generale suggeriscono che potrebbe incidere anche un ritardo fisiologico negli aggiornamenti anagrafici, tipico dei primi trimestri. L’indicatore più rivelatore – quello delle nuove iscrizioni – segna un -1,8%, a fronte di un +2,9% a livello nazionale. Un dato che conferma: in Umbria fare impresa resta più difficile che altrove.

Forme giuridiche, frenano le società di persone ma il saldo negativo colpisce tutti

I numeri evidenziano una dinamica netta nelle scelte degli imprenditori: crescono le iscrizioni di imprese individuali e società di capitali, entrambe a +5,3% sul primo trimestre 2024 (rispettivamente 840 e 395 nuove aperture), mentre crollano le società di persone (-25,4%) e le “altre forme” (-70%). Le cessazioni, seppur in calo generalizzato, restano alte: 1.093 per le ditte individuali, 254 per le società di capitali e 194 per quelle di persone. Il saldo resta dunque negativo in tutte le categorie.

I settori tradizionali arrancano

Nel turismo si registrano 81 nuove iscrizioni a fronte di 91 cessazioni, con un saldo negativo di -10. L’agricoltura va peggio: 130 aperture contro 257 chiusure, pari a -127. Il commercio conta 201 nuove imprese, ma ben 389 cessazioni: il saldo è di -188. Anche le costruzioni segnano un arretramento: 190 iscrizioni, 237 cessazioni, saldo -47.
Solo pochi settori reggono: la manifattura mostra un recupero (+12,3% di iscrizioni), pur con un saldo negativo (-32). I trasporti segnano +50% di aperture (15) ma restano sotto per chiusure (44). L’unico comparto con saldo positivo è quello di assicurazioni e credito: 64 aperture contro 52 cessazioni, saldo +12. Qui si concentrano le poche spinte espansive.

Crescono le imprese… in crisi

Il dato più allarmante riguarda le procedure concorsuali. L’Umbria ha registrato 122 nuove procedure (fallimenti, crisi, concordati), in crescita dell’88,7% rispetto al primo trimestre 2024, un incremento in linea con il dato nazionale (+100%).
Tra i fallimenti, il numero più alto riguarda le società di capitale (27 casi), seguite da società di persone (4), imprese individuali (2) e “altre forme” (2). Le crisi d’impresa – che comprendono ristrutturazioni, piani e concordati – sono state 46 in totale, con 37 casi tra le società di capitale (+42,3%) e un aumento marcato anche per le imprese individuali (+50%).
Non è dunque solo il piccolo a cedere: a soffrire sono aziende di ogni dimensione e forma giuridica, spesso in comparti chiave. Le crisi hanno colpito duramente costruzioni (13 casi), commercio (11), manifattura (10), turismo (11) e trasporti (3). Segno di un indebolimento trasversale, che mette a rischio l’intero sistema produttivo regionale.

Donne e giovani sfidano la congiuntura

Nonostante tutto, alcuni segnali positivi emergono da chi scommette sul futuro. Le imprese guidate da under 35 crescono in Umbria del 21,8% rispetto al 2024, contro un -2% nazionale. Il saldo è positivo. I settori più dinamici: turismo (+61,5%), servizi alle imprese (+37,8%), commercio (+16,9%). Un’espansione che coinvolge soprattutto le imprese individuali e le microrealtà ad alta vocazione innovativa.
Anche l’imprenditoria femminile segna un +9,6% regionale, contro un calo dell’1,3% in Italia. Il saldo è positivo grazie a performance significative in costruzioni (+66,7%), assicurazioni e credito (+35,3%) e servizi alle imprese (+16,7%). Un dato che racconta non solo un recupero, ma una forma di tenuta coraggiosa anche nei settori più esposti alla crisi.
Più fragile la situazione delle imprese straniere, in calo del 5,8% nelle iscrizioni. Le perdite si concentrano nei trasporti (-50%), costruzioni (-7,2%) e commercio (-2,7%). Qui il saldo è negativo, segno che l’imprenditoria migrante è sempre più esposta alle difficoltà economiche e meno tutelata rispetto ad altre componenti del sistema.

Lavoro in crescita, ma solo nelle imprese strutturate

Gli addetti delle imprese umbre aumentano dell’1,4%, leggermente sopra la media nazionale (+0,8%). Ma non tutte le aziende beneficiano di questa crescita. Le microimprese (meno di 9 addetti) perdono terreno (-1,6%), mentre crescono le piccole (+3,9%), le medie (+4,4%) e le grandi imprese (+3,1%).
I settori con performance migliori in termini di occupazione sono turismo (+4,8%), costruzioni (+2,9%) e trasporti (+2,1%). Restano stabili o leggermente in calo commercio, servizi e credito. L’occupazione cresce, ma si concentra dove già esistono strutture consolidate: il rischio di una dualità profonda resta attuale.

Mencaroni: “Serve un piano strategico”

Commenta così i dati Giorgio Mencaroni, presidente Camera di Commercio dell’Umbria: “Il saldo negativo di oltre mille imprese in un solo trimestre conferma che il sistema produttivo umbro è sotto pressione. L’aumento dell’88% delle procedure concorsuali e il calo delle nuove iscrizioni segnalano un clima di incertezza che frena la voglia di fare impresa. In questo scenario, la crescita delle aziende guidate da giovani e donne rappresenta un segnale di fiducia da non disperdere. Ma non basta contare sulla resilienza dei singoli. Serve un piano strategico regionale e nazionale, capace di intervenire con urgenza su credito, innovazione, formazione e semplificazione. Chi ha il coraggio di aprire un’attività oggi in Umbria deve sapere che non è solo. La resilienza non basta più: senza un piano, rischiamo di perdere energie preziose e opportunità decisive”.

Così è cambiato il reddito nei comuni terremotati dal 2015 ad oggi

Reddito medio Irpef in aumento nei comuni del cratere del sisma del 2016, ma complessivamente in diminuzione, come il numero dei contribuenti.

E’ quanto emerge dal report realizzato dalla Camera di Commercio dell’Umbria nell’ambito del Progetto Fenice, secondo cui il reddito Irpef medio nei 14 comuni del cratere è salito del 5,1% in termini reali rispetto al 2015, ma nello stesso periodo il reddito complessivo si è ridotto di 21 milioni di euro (-7,7%) e i contribuenti sono calati di quasi il 15%. Situazione opposta a Spoleto, dove crescono i numeri ma cala il reddito medio.

L’andamento nei comuni del cratere

Nei 14 comuni del cratere (Arrone, Cascia, Cerreto di Spoleto, Ferentillo, Montefranco, Monteleone di Spoleto, Norcia, Poggiodomo, Preci, Polino, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Sellano, Vallo di Nera), esclusa Spoleto, i redditi complessivi dichiarati si sono ridotti del 7,7% in termini reali tra il 2015 (anno pre-sisma) e il 2023, passando da 278,6 a 257,2 milioni di euro.

Un crollo netto che riflette la fragilità ancora irrisolta di questi territori. Ma se si guarda al reddito medio Irpef per contribuente, emerge un dato sorprendente: +5,1%. Ogni contribuente, nel 2023, ha dichiarato mediamente 20.855 euro, contro i 19.012 del 2015 (valori attualizzati).

A metterlo nero su bianco è la Camera di commercio dell’Umbria, che con il Progetto Fenice – condotto insieme all’Università per Stranieri di Perugia, al Comune di Norcia e alla Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica – ha prodotto un report sulla dinamica dei redditi nel cratere. Obiettivo: ricostruire sviluppo e fiducia. Non solo ricostruzione fisica, dunque, ma rigenerazione economica e sociale.

Il nodo dell’esodo

A pesare sui redditi complessivi è soprattutto la fuga di residenti. Nei 14 comuni, i contribuenti sono passati da 14.655 nel 2015 a 12.482 nel 2023: una contrazione del 14,8%. Con Spoleto inclusa, il calo si attenua a -2,4%, ma resta.

Nel frattempo, in Umbria i contribuenti sono aumentati da 606.924 a 639.745. Il cratere rappresentava il 2,41% della platea regionale, oggi solo l’1,95%. Più che ricostruzione, si è assistito a un ridimensionamento demografico strutturale. Un problema che si riflette anche sull’accesso ai servizi, sulla tenuta delle imprese e sulla capacità attrattiva del territorio.

Quando Spoleto fa eccezione

Il caso di Spoleto è l’opposto. Qui il numero di contribuenti è cresciuto (da 26.513 a 27.705), ma il reddito medio è calato del 2,2%, scendendo da 21.328 a 20.855 euro. E se si aggregano i dati di Spoleto agli altri comuni, la crescita del reddito medio si riduce allo 0,3% appena.

Questa dinamica è rivelatrice: anche in contesti meno colpiti fisicamente dal sisma, il benessere economico individuale può contrarsi, segnalando fragilità più ampie, legate ai cambiamenti occupazionali, ai costi della vita e alla qualità dell’offerta lavorativa.

Dipendenti in difficoltà, autonomi resilienti

Guardando alle tipologie di contribuenti, la frattura è netta. I lavoratori dipendenti nei 15 comuni del cratere hanno perso terreno: il loro reddito medio Irpef è calato del 15,2%, da 21.031 a 17.107 euro. Peggio che nel resto dell’Umbria, dove il calo si ferma a -13%.

I pensionati hanno invece visto un lieve incremento, probabilmente legato alla stabilità delle prestazioni previdenziali e all’indicizzazione. Ma sono soprattutto autonomi e imprenditori a sorprendere: nonostante il forte calo numerico dei contribuenti (autonomi da 641 a 400; imprenditori in contabilità ordinaria da 245 a 187; semplificata da 1.405 a 1.124), chi è rimasto ha aumentato in modo sensibile il proprio reddito medio. Una dinamica che suggerisce selezione naturale: restano i più competitivi, con attività consolidate o capaci di adattarsi.

Comuni: chi sale e chi scende

A livello di reddito complessivo prodotto, a Cerreto di Spoleto si registra il tonfo maggiore: -60,9%. Male anche Polino (-28,8%). In controtendenza Cascia (+14,6%) e Norcia (+7%).

Quanto al reddito medio per contribuente, sei comuni segnano il segno meno: Monteleone di Spoleto (-27,6%), Arrone (-8%), Sellano (-7,1%), Preci (-7%), Spoleto (-2,2%) e Vallo di Nera (-1,7%). Ma ci sono anche balzi impressionanti: Norcia +30,8%, Polino +23,1%, Cascia +11,7%, Poggiodomo +11,1%, Sant’Anatolia di Narco +9,3%.

Un dato su cui riflettere: a Norcia e Polino, dove il reddito medio cresce più del 20%, la popolazione è diminuita drasticamente. Si crea così un paradosso contabile: meno persone, ma con redditi più alti. Non sempre per reale benessere diffuso, ma perché i più deboli sono scomparsi dal radar statistico.

Una ricostruzione a doppia velocità

Il quadro che emerge è quello di una ricostruzione selettiva: pochi contribuenti, spesso più forti e strutturati, che resistono e si arricchiscono. Ma un territorio che si impoverisce e si svuota. Il Progetto Fenice prova a invertire la rotta, puntando sulla rigenerazione economica e sociale, sulla formazione e sul rafforzamento dell’identità locale.

La domanda cruciale resta: è sufficiente il dato positivo sul reddito medio per dire che il cratere stia rinascendo? Probabilmente no. Occorre un investimento stabile e duraturo per riportare giovani, famiglie e imprese, incentivare il reinsediamento e trasformare la resilienza individuale in coesione strutturale. Senza questa base, l’aumento del reddito medio rischia di fotografare più l’abbandono che la ripartenza.

Mencaroni: Progetto Fenice per sostenere il rilancio

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi dati raccontano una realtà complessa, fatta di difficoltà ma anche di capacità di reazione. La riduzione del reddito complessivo e del numero dei contribuenti è un segnale allarmante, che ci obbliga a rimettere al centro le aree interne e i comuni colpiti dal sisma. Ma l’aumento del reddito medio per contribuente dimostra che chi è rimasto ha saputo reggere l’urto e reinventarsi. Con il Progetto Fenice vogliamo sostenere proprio questo spirito, costruendo strumenti concreti di rilancio economico e sociale. Non ci può essere ricostruzione senza persone, lavoro e fiducia”.

Indicatori economici, le due province umbre a confronto

Luci ed ombre. E soprattutto, dinamiche asimmetriche tra le province di Perugia e Terni. Questa la fotografia economica dell’Umbria che emerge dal Dataview congiunturale di aprile 2025 del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, punto di riferimento analitico del sistema camerale italiano. Un’analisi che valuta dieci indicatori economici chiave e che, messi a confronto con le medie nazionali e regionali, restituiscono una mappa nitida delle trasformazioni economiche in atto. Non mancano sorprese.

Terni sorprende per dinamismo occupazionale ed export; Perugia va molto bene nell’export, ma soffre, soprattutto sul fronte dell’innovazione e del credito alle imprese. 

Perugia: stagnazione industriale, vitalità nel sociale

La provincia di Perugia mostra segnali misti. La grande frenata arriva però dalle start-up innovative, in crollo del 29,4% (a fronte di un -6,1% nazionale): un segnale d’allarme per un territorio che dovrebbe puntare sull’innovazione per restare competitivo.
E anche la crescita dei prestiti alle imprese segna il passo: -4,5%, contro una media nazionale del -3,2%. Questo dato può riflettere sia una difficoltà nell’accesso al credito che una minore domanda legata a una progettualità in stallo.
Quanto alla cassa integrazione, cresce del 50,3% tra il 2023 e 2024, mostrando crescenti difficoltà nel mondo del lavoro.

Non tutto è negativo: il numero di istituzioni iscritte al RUNTS (Terzo Settore) cresce dell’11,7%, dato superiore alla media dell’8,2%, e le esportazioni aumentano del 5,7%, ben al di sopra del +0,4% nazionale. Anche le transazioni immobiliari (+0,2%) crescono.
La cassa integrazione marca +50,3% tra il 2023 e 2024, evidenziando crescenti difficoltà in alcuni segmenti, principalmente industriali, mondo del lavoro.
La variazione occupazionale è appena positiva (+1,8%) ma comunque inferiore alla media nazionale (+1,9%). Le entrate previste di lavoratori aumentano solo dello 0,2%, a fronte di un +1,9% medio, a indicare una certa stasi nel mercato del lavoro locale.

Terni: sorpresa umbra, tra lavoro ed export

Dall’altra parte dell’Umbria, Terni sorprende. In positivo. La crescita degli occupati è del +7,7% contro l’1,9% nazionale. Ma il dato più clamoroso è quello sulle entrate previste di lavoratori tra aprile e giugno 2025: +15,8%, a fronte del +1,9% della media Italia.
Un vero boom occupazionale che sembra segnalare un recupero strutturale, probabilmente trainato da settori come la meccanica, la logistica e i servizi connessi alla transizione energetica.
Anche l’export cresce in modo robusto: +4,3% (contro il +0,4% nazionale), mentre le transazioni immobiliari (+1,6%) e i depositi bancari (-0,7%, comunque meglio del -3,2% nazionale) danno l’idea di un territorio in effervescenza, con una maggiore fiducia delle famiglie e una relativa tenuta della liquidità.
Il punto critico, però, resta il calo delle start-up innovative: -20,8%. Un dato migliore di Perugia ma comunque grave.
Il terzo settore (+7,9%) e la stabilità delle imprese attive (-0,1%) dimostrano una certa solidità sociale, ma anche a Terni mancano segnali strutturali di innovazione tecnologica. Al contempo, la cassa integrazione cresce solo del 3,5% contro una media nazionale del 21,1%, sintomo di una minore esposizione a crisi settoriali improvvise.

Le due province umbre nel contesto del Centro Italia

Se confrontiamo Perugia e Terni con il resto del Centro Italia (Toscana, Marche e Lazio), emerge un quadro sfaccettato.
L’Umbria complessivamente si difende sull’occupazione, ma perde terreno sull’innovazione e sui finanziamenti alle imprese. Firenze e Ancona, per esempio, pur con una dinamica più lenta sull’export, mostrano indicatori migliori in termini di start-up e accesso al credito.
Un confronto ancor più impietoso arriva con l’Emilia-Romagna, dove territori come Reggio Emilia e Modena non solo attraggono start-up, ma aumentano gli investimenti in ricerca e sviluppo. In quel modello, le Camere di commercio svolgono un ruolo più aggressivo nell’incubazione di impresa e nel sostegno all’internazionalizzazione.
L’Umbria sembra al contrario ancora legata a modelli tradizionali di sviluppo, meno orientati al rischio e più legati alla rendita.

Le leve per rilanciare l’Umbria

Dai dati Tagliacarne – sottolinea la Camera di commercio dell’Umbria – emerge con chiarezza che l’Umbria ha bisogno di ribilanciare le sue traiettorie di sviluppo.
Terni mostra una dinamicità che dovrebbe essere analizzata e forse replicata, mentre Perugia ha il capitale umano e l’università per tornare a guidare l’innovazione regionale, a patto di poter contare su finanziamenti e agevolazioni.
La chiave è il rafforzamento delle politiche per le start-up, una nuova stagione di credito intelligente e un rilancio delle politiche attive del lavoro.
Fondamentale sarà il ruolo del PNRR: ci sono progetti ancora bloccati o rallentati.
Un nuovo patto territoriale, che coinvolga istituzioni, camere di commercio, università e mondo delle imprese può essere la leva per superare la frattura fra Perugia e Terni e costruire un futuro regionale più armonico.

Mencaroni: la competitività si costruisce insieme

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati Tagliacarne ci parlano con franchezza: l’Umbria è una regione con enormi potenzialità, ma con forti squilibri interni. Il dinamismo di Terni va valorizzato e messo a sistema, ma non possiamo accettare che Perugia resti indietro su innovazione e credito. Serve una regia condivisa che unisca università, imprese, istituzioni e terzo settore. Come sistema camerale siamo sempre pronti a fare la nostra parte per accelerare l’accesso ai finanziamenti, sostenere le start-up e creare nuove occasioni di occupazione qualificata. L’Umbria deve investire su giovani, tecnologia e qualità. Non possiamo più permetterci una crescita a macchia di leopardo. La competitività si costruisce insieme, oppure non si costruisce affatto.”

In Umbria green un’assunzione su 3 nell’ultimo anno

L’Umbria si conferma una delle regioni più dinamiche d’Italia nella corsa alla transizione ecologica. Al green è attribuibile il 34,8% delle assunzioni effettuate nella regione nel 2024.

Lo certificano i dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro: 22.470 posti di lavoro verdi su 64.540 assunzioni totali, un risultato che supera sia la media nazionale (34,3%) sia quella del Centro (32,2%). Meglio dell’Umbria, nel Centro, fanno solo le Marche (35,4%).

Un risultato che colloca la regione in posizione di assoluto rilievo, davanti a Lazio (32,3%) e Toscana (30,2%), e che racconta di un sistema produttivo sempre più orientato a investire in sostenibilità, risparmio energetico, bioedilizia, energie rinnovabili e gestione ambientale. Le imprese umbre dimostrano di aver compreso pienamente l’importanza della svolta verde, adattando i propri modelli di business alle nuove esigenze ambientali e sociali.

Green jobs: motore della nuova economia

I green jobs non sono solo i nuovi mestieri ambientali, ma comprendono tutte le figure professionali che richiedono competenze eco-compatibili, gestione sostenibile di prodotti e processi, capacità di integrare criteri ambientali nelle attività aziendali. Si tratta spesso di evoluzioni green di lavori tradizionali: tecnici edili specializzati nella bioedilizia, progettisti di impianti a basso consumo, esperti di sostenibilità nei settori agroalimentare, energetico e manifatturiero.

Nel 2024, secondo Excelsior, la domanda di green jobs a livello nazionale è stata pari a 1.891.990 su 5.516.280 assunzioni totali, un dato stabile rispetto al 2023 ma con una lieve flessione (-1,4%) sulla componente green. Nonostante questo, la richiesta di competenze ambientali è sempre più strategica e diffusa. La sostenibilità ambientale, infatti, è diventata un asset competitivo per le imprese, chiamate a rispondere sia alla pressione normativa europea sia alla crescente sensibilità dei consumatori.

Domanda alta, reperimento difficile: un problema urgente

In Umbria il 59,3% delle assunzioni green è di difficile reperimento, contro una media italiana del 53,8% e una media del Centro del 51,9%. Sono oltre 13.325 i posti green che rischiano di restare scoperti nel 2024, una delle percentuali più alte d’Italia insieme alle Marche.

La scarsità di candidati e la carenza di competenze specifiche sono le cause principali: in Umbria il 64,7% delle imprese richiede esperienze pregresse ai candidati green (67,9% in Italia, 66,1% nel Centro).

Le professioni più richieste comprendono tecnici specializzati, operai qualificati nella gestione eco-compatibile dei processi, esperti in bioedilizia, consulenti ambientali e figure per la gestione sostenibile delle filiere agroalimentari. La richiesta si estende anche ai tecnologi ambientali, agli installatori di impianti fotovoltaici, agli energy manager e ai tecnici della mobilità sostenibile.

Perugia più avanti di Terni

A livello provinciale, la provincia di Perugia mostra una maggiore vivacità green: 17.850 assunzioni green su 50.600 programmate (35,5%), contro le 4.629 su 13.940 di Terni (33,1%). Anche la difficoltà di reperimento è più alta a Perugia (60,1%) rispetto a Terni (56%).

Quanto alla richiesta di esperienza specifica, il quadro si inverte: a Terni il 68,8% delle assunzioni green richiede esperienza, a Perugia il 63,7%.

Il divario tra le due province evidenzia come le dinamiche territoriali della transizione verde siano influenzate anche dalla struttura produttiva locale e dalla capacità dei sistemi formativi di rispondere ai nuovi fabbisogni.

Giovani protagonisti della transizione verde

Un segnale incoraggiante arriva dai giovani: in Umbria il 29% delle assunzioni green riguarda under 29, superando sia la media nazionale (27,2%) sia quella del Centro (27,8%). Un dato che mostra come la transizione verde possa essere una leva di sviluppo per le nuove generazioni, a patto di investire su ITS Academy, orientamento scolastico e percorsi universitari mirati.

La capacità di attrarre giovani verso le professioni green rappresenta una sfida strategica per garantire all’Umbria una crescita economica inclusiva, sostenibile e proiettata al futuro.

Mencaroni: Umbria protagonista della transizione ecologica italiana

Dati e dinamiche che Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, commenta così: “Il dato sulle assunzioni green conferma che l’Umbria è pienamente protagonista della transizione ecologica italiana. Siamo soddisfatti di vedere le nostre imprese in prima linea, capaci di anticipare i cambiamenti e investire in nuove competenze. Tuttavia, la difficoltà di reperire profili adeguati deve far riflettere. Serve un impegno straordinario sul fronte della formazione tecnica e specialistica: ITS Academy, scuole e università devono essere accompagnate in un grande piano di aggiornamento e orientamento. Non possiamo permetterci che migliaia di opportunità di lavoro green vadano perse. L’Umbria ha tutte le carte in regola per diventare un modello nazionale di sviluppo sostenibile, ma la sfida delle competenze è ora e non può essere rimandata.”

Conferme e flop, ecco i comuni umbri dove c’è più voglia di fare impresa

E’ ancora Todi il territorio dove c’è più voglia di fare impresa. Si contano infatti 14,1 imprese ogni 100 residenti. Seguono Castiglione del Lago e Bastia Umbra (11,9 imprese ciascuno), poi Orvieto (11,8) e Assisi (11,7), restando ai comuni sopra i 10mila abitanti.

E’ quanto emerge dal report della Camera di Commercio dell’Umbria, che analizza la densità di aziende rispetto alla popolazione residente nel 2024.

Todi leader da tre anni, San Giustino ultimo tra i grandi comuni

Per Todi si tratta di una conferma dopo aver primeggiato anche nel 2022 e nel 2023. Dopo la Top Five, la graduatoria prosegue con Città di Castello (11,2), Gualdo Tadino e Gubbio (11), Marsciano (10,8). Più distanti Perugia (10,5), Spoleto e Umbertide (10,4), Terni e Foligno (9,9), Corciano (9,7). Chiudono Narni (9,6), Magione (9,4), Amelia (8,7) e, fanalino di coda, San Giustino con appena 7,8 imprese ogni 100 residenti.

Municipi tra 5 mila e 10 mila abitanti: testa a testa tra Gualdo Cattaneo e Montefalco

Tra i comuni medi (da 5 mila a 10 mila abitanti), Gualdo Cattaneo mantiene il primato per il terzo anno consecutivo con 14,3 imprese ogni 100 abitanti. A un’incollatura segue Montefalco con 14,2. Completano la graduatoria Torgiano (12,4), Tuoro sul Trasimeno (10,7), Spello (9,5), Nocera Umbra (9,3), Deruta (9,2), Trevi (8,5), Panicale (8,4). Città della Pieve è ultima.

Nei piccoli comuni Cascia in coda, Monteleone di Spoleto in vetta

Nei comuni umbri sotto i 5 mila abitanti, dove piccole variazioni numeriche influenzano fortemente il tasso imprenditoriale, spiccano Monteleone di Spoleto (18,1 imprese ogni 100 residenti), Norcia (15,6), Sant’Anatolia di Narco (15,2), Massa Martana (13,6) e Lisciano Niccone (6,6). Al fondo della classifica Cascia, con solo 6,3 imprese ogni 100 abitanti, preceduta da Porano (6,4), San Gemini (7,0), Allerona (7,3) e Giove (7,7).

Umbria, imprenditorialità ancora alta ma in calo nel 2024

A livello regionale, l’Umbria registra nel 2024 un calo del tasso di imprenditorialità, scendendo da 11 a 10,1 imprese ogni 100 residenti. La diminuzione, ossia il calo generale del numero di aziende superiore rispetto alla contrazione della popolazione, riguarda anche i comuni più imprenditoriali. Todi scende da 14,5 a 14,1, Castiglione del Lago da 12,4 a 11,9, Bastia Umbra da 12,3 a 11,9 e Orvieto da 12,1 a 11,8. Assisi registra una lieve diminuzione, da 11,8 a 11,7.

Nonostante questa flessione, l’Umbria mantiene una propensione all’imprenditorialità tra le più alte d’Italia, posizionandosi quinta per densità imprenditoriale rispetto alla popolazione e terza per densità di società di capitale.

L’Umbria del vino e dell’olio: il triangolo d’oro

L’area compresa tra Montefalco (14,2 imprese ogni cento abitanti), Todi (14.1) e Spoleto (10.4) continua a dominare la classifica, formando quello che si può chiamare “il triangolo d’oro” dell’imprenditorialità umbra.

Tra i fattori di successo, la Camera di commercio evidenzia la presenza di DOCG (Sagrantino di Montefalco), turismo enogastronomico di qualità e una eete consolidata di agriturismi

La crisi della Valnerina: tra resilienza e spopolamento

La Valnerina – Norcia (15.6), Cascia (6.3) e Preci (11.6) – presenta il divario più marcato tra comuni vicini.

Norcia beneficia ancora del brand del tartufo e della norcineria, ma il colpo assestato dal terremoto di fa sentire. Cascia soffre l’isolamento post-terremoto

L’asse del Trasimeno: turismo vs crisi del lago

I comuni del comprensorio del Trasimeno mostrano performance contrastanti: Castiglione del Lago (11.9) e Passignano (9.3) sono in calo, Tuoro (10.7) in ripresa, mentre Magione delude.

Le terre di confine: la sfida delle aree periferiche

Le zone al confine con Lazio e Marche rivelano criticità sistemiche. Città della Pieve (7.2) e Allerona (7.3) soffrono la doppia dipendenza da Orvieto e Chiusi.

Gualdo Cattaneo (14.3) fa eccezione, grazie alla strategica posizione sulla Flaminia

Le città murate: un modello in affanno?

I borghi storici mostrano dati preoccupanti. · Bevagna (11.6) e Trevi (11.8) tengono grazie agli eventi; · Spello (10.5) e Deruta (10.8) pagano la crisi dell’artigianato.

Le aree industriali: le ex eccellenze non brillano

Il corridoio tra Terni (9.9) Narni (9.9) e Foligno (9.9) evidenzia dinamiche diverse, evidenziate dalla Camera di commercio.

Resilienza di Terni grazie alla riconversione green. Narni è addirittura un caso studio di transizione. Delude invece Foligno, il cui risultato è al di sotto delle aspettative.

Mencaroni: il calo del 2024 è una sfida per l’Umbria

Questo il commento di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il calo registrato nel 2024 rappresenta una sfida per l’Umbria, una regione da sempre sinonimo di imprenditorialità e dinamismo economico, due leve per affrontare con decisione sul fronte della digitalizzazione e dell’innovazione, incentivando l’ingresso dei giovani nel mondo delle imprese. Sono necessarie politiche coraggiose e interventi mirati, sostenendo concretamente gli imprenditori. Un concerto di iniziative e di misure che richiedono una stretta collaborazione tra le Istituzioni e un dialogo costante con le associazioni di categoria, elementi fondamentali per l’animazione e l’articolazione territoriale delle politiche”.

Redditi, l’Umbria cresce ma il Nord corre di più

L’Umbria cresce in linea con la media nazionale, ma il Nord corre più veloce: il divario di reddito tra Perugia, Terni e il resto d’Italia si allarga. E comunque, l’aumento del reddito non è stato sufficiente a compensare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione.

Questi, in sintesi, i dati che emergono da un’analisi del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Unioncamere, che evidenzia come il Mezzogiorno cresca più velocemente del Centro.

L’Umbria nel confronto con il resto d’Italia

Tra il 2021 e il 2023 il reddito delle famiglie umbre aumenta dell’11,3%, ma il Nord Italia avanza a ritmi più sostenuti. Perugia si conferma al 38° posto nazionale, con 22.204 euro pro-capite, mentre Terni scivola al 96°, con 19.957 euro. Milano domina la classifica con 34.885 euro. L’inflazione erode il potere d’acquisto, e il divario tra Nord e Centro Italia si fa sempre più marcato.

Mentre il Nord Italia avanza a ritmi sostenuti, con province come Milano e Bolzano che dominano la classifica, l’Umbria fatica a competere. La provincia di Perugia, con un reddito pro-capite di 22.204 euro nel 2023, si posiziona al 38° posto nazionale, mantenendo una posizione stabile rispetto al 2021. Terni, invece, scivola al 96° posto, con un reddito pro-capite di 19.957 euro, uno dei più bassi d’Italia. Il confronto con Milano, che svetta in cima alla classifica con 34.885 euro pro-capite, è impietoso: il reddito delle famiglie milanesi è quasi il doppio di quello delle famiglie ternane.

La crescita del reddito in Umbria è trainata principalmente dal reddito da lavoro dipendente, che rappresenta la principale fonte di entrate per le famiglie. Tra il 2021 e il 2023, il reddito da lavoro dipendente è aumentato del 10,8% in Umbria, un dato inferiore rispetto alla media nazionale dell’11,8% e ben al di sotto delle performance del Mezzogiorno, dove alcune province hanno registrato incrementi superiori al 14%. Tuttavia, l’aumento del reddito non è stato sufficiente a compensare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, cresciuta del 14,2% nello stesso periodo. Questo significa che, nonostante i numeri in crescita, molte famiglie umbre si trovano ad affrontare una realtà in cui il costo della vita aumenta più velocemente delle loro entrate.

Perugia: stabilità, ma non abbastanza

La provincia di Perugia, con un reddito disponibile pro-capite di 22.204 euro nel 2023, si colloca al 38° posto nella classifica nazionale, mantenendo una posizione stabile rispetto al 2021. Il reddito complessivo delle famiglie perugine è passato da 12,66 miliardi di euro nel 2021 a 14,17 miliardi nel 2023, con un incremento dell’11,9%. Tuttavia, il reddito pro-capite resta inferiore rispetto a quello di molte province del Nord, come Milano (34.885 euro) e Bolzano (31.160 euro). Perugia non riesce a competere con le aree più dinamiche del Paese, dove il reddito cresce a ritmi più sostenuti e il potere d’acquisto delle famiglie è significativamente più alto.

Terni: una provincia in difficoltà

Terni, invece, si posiziona al 68° posto nella classifica nazionale, con un reddito pro-capite di 19.957 euro nel 2023, in calo rispetto al 2021. Il reddito complessivo delle famiglie ternane è passato da 3,95 miliardi di euro nel 2021 a 4,32 miliardi nel 2023, con un incremento del 9,3%, uno dei più bassi a livello nazionale. Questo dato riflette le difficoltà economiche della provincia, che fatica a tenere il passo con le altre aree del Paese. Terni, un tempo cuore industriale dell’Umbria, oggi si trova ad affrontare una realtà in cui la crescita economica è lenta e il reddito delle famiglie rimane tra i più bassi d’Italia.

Il confronto con il Nord: un divario che si allarga

L’Umbria, nonostante la crescita, resta indietro rispetto alle regioni del Nord, dove il reddito disponibile pro-capite è mediamente più alto. Ad esempio, in Lombardia il reddito pro-capite nel 2023 è di 27.243 euro, mentre in Veneto è di 24.103 euro. Anche nel confronto con alcune regioni del Mezzogiorno l’Umbria mostra una performance inferiore: in Sicilia, ad esempio, il reddito pro-capite è cresciuto del 12,5%, raggiungendo i 16.907 euro nel 2023. Questo significa che, mentre una parte del Mezzogiorno sta recuperando terreno, l’Umbria rischia di rimanere intrappolata in una situazione di stagnazione relativa.

Il ruolo dei trasferimenti pubblici

Uno dei fattori che contribuiscono a ridurre il divario tra Nord e Sud è rappresentato dai trasferimenti pubblici, che nel Mezzogiorno incidono per il 40% sul reddito disponibile delle famiglie, rispetto al 35% della media nazionale. Tuttavia, in Umbria, l’impatto di questi trasferimenti è meno significativo, contribuendo a mantenere il reddito disponibile su livelli più bassi rispetto alle regioni settentrionali. Questo significa che, senza un intervento mirato, il divario tra Nord e Centro Italia è destinato ad aumentare ulteriormente.

Mencaroni: “Aumentare la produttività dei fattori che esprime l’Umbria”

Una situazione che Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio, commenta così: “I dati presentati dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Unioncamere confermano una realtà che conosciamo bene: l’Umbria sta crescendo, ma non abbastanza velocemente per accorciare il divario con le regioni più dinamiche del Nord Italia. Perugia e Terni rappresentano due facce della stessa medaglia: da un lato, abbiamo una provincia che cerca di mantenere il passo, dall’altro una che fatica a trovare una nuova identità economica. Servono politiche mirate e investimenti strutturali per aumentare la produttività totale dei fattori che esprime la regione e farlo in misura superiore alla media italiana, se si vuole accorciare il divario. Quindi più innovazione, più digitalizzazione, transizione ecologica più veloce per tutti i motori dell’economia regionale tra cui agricoltura, commercio, industria e turismo. Non possiamo permetterci di rimanere indietro: l’Umbria ha tutte le potenzialità per diventare un modello di sviluppo sostenibile, ma serve l’impegno di tutti, dalle istituzioni alle imprese, per trasformare queste potenzialità in realtà. La Camera di Commercio è aperta, come noto, alla collaborazione co tutti gli altri attori delle istituzioni”.

Una sfida per il futuro

L’Umbria, nonostante una crescita del reddito disponibile in linea con la media nazionale, continua a scontare un ritardo rispetto alle regioni del Nord, con un divario che rimane significativo. Le province di Perugia e Terni, pur registrando miglioramenti, faticano a competere con le aree più dinamiche del Paese, come Milano e Bolzano. Secondo l’analisi del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Unioncamere, per ridurre il gap sarà necessario puntare su politiche economiche che favoriscano la crescita del reddito da lavoro e migliorino la competitività del territorio. Senza un intervento deciso, l’Umbria rischia di rimanere indietro, mentre il Nord continua a correre più veloce.

Lo stato di salute dell’economia del Folignate: il Report Camera di Commercio

Crisi demografica e il divario con il resto dell’Umbria e dell’Italia rappresentano sfide cruciali per l’economia del Folignate, che pure mostra segnali di crescita, anche se moderata e legata all’andamento di alcuni settori trainanti.

Il report “L’Economia del Folignate”, realizzato dalla Camera di Commercio dell’Umbria, fotografa un quadro complesso: redditi inferiori alla media regionale e nazionale e investimenti insufficienti in innovazione. L’occupazione tiene, ma resta inferiore ai livelli nazionali. Le strategie per il rilancio includono incentivi per attrarre giovani e imprese, formazione avanzata e supporto all’innovazione. Senza un intervento deciso, il rischio è un declino economico e sociale sempre più marcato.

L’analisi dei dati del sistema informativo “Pablo” e dei bilanci aziendali evidenzia un territorio con alcuni settori produttivi solidi, ma con bassa competitività e un calo della popolazione preoccupante. fattori che rischiano di compromettere lo sviluppo a lungo termine.

La presentazione del Report

Il report “L’Economia del Folignate”, realizzato dalla Camera di Commercio dell’Umbria nell’ambito dell’iniziativa di successo “La Camera incontra i territori”, è stato presentato nella tappa Foligno, dove la Giunta camerale si è riunita confrontandosi con istituzioni, associazioni imprenditoriali e categorie professionali del territorio (Bevagna, Foligno, Gualdo Cattaneo, Montefalco, Nocera Umbra, Sellano, Spello, Trevi e Valtopina).

Nell’occasione il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, ha ribadito la validità dell’iniziativa, avviata lo scorso anno e giunta alla sua quinta tappa dopo Città di Castello, Spoleto, Orvieto e Assisi. L’incontro ha permesso un confronto diretto sulle necessità del territorio, così da migliorare continuamente l’efficienza dell’attività camerale. Mencaroni ha poi ringraziato il Comune di Foligno per l’attenzione rivolta all’Ente camerale, sottolineando il legame storico tra Foligno e la Camera, che proprio quest’anno celebra i 190 anni dalla sua fondazione in questa città.

Con lui, il vice presidente della Camera di commercio dell’Umbria, Mauro Franceschini. Presenti all’incontro anche i sindaci del territorio, a partire dal primo cittadino di Foligno, Stefano Zuccarini, che hanno espresso soddisfazione per l’iniziativa e ribadito l’importanza di rafforzare il rapporto con la Camera di Commercio. È stata sottolineata l’importanza di disporre di dati economici aggiornati, grazie ai report della Camera, per orientare le politiche locali.

Il report economico è stato illustrato il segretario generale dell’Ente Camerale, Federico Sisti, accompagnato dai vice segretari Mario Pera e Giuliana Piandoro.

Un territorio in declino demografico

Uno degli aspetti più allarmanti riguarda il trend demografico. Tra il 1971 e il 2024, la popolazione del Folignate è cresciuta solo del 6,2%, mentre l’Umbria ha registrato un aumento del 10% e l’Italia dell’8,9%. Ancora più preoccupante è la previsione al 2042: il Folignate perderà quasi 9.000 abitanti, con un calo del 9,3%. Il saldo naturale è negativo (-3.417 abitanti), con un indice di vecchiaia che passerà dagli attuali 224 anziani ogni 100 bambini a 386 nel 2042.

La questione non è solo numerica, ma anche qualitativa: la percentuale di popolazione con istruzione terziaria è ferma al 15,6%, inferiore alla media umbra (16,9%).

Dati più granulari sulla qualità della vita

  • La riduzione della popolazione ha portato alla chiusura di alcuni servizi essenziali nei piccoli centri.
  • Il reddito medio per contribuente è inferiore alla media umbra e nazionale, influenzando il potere d’acquisto locale.
  • Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, mostra un divario crescente tra fasce di popolazione.

Economia: tra stabilità e difficoltà strutturali

L’economia del Folignate mostra segnali di crescita, ma a un ritmo inferiore rispetto al resto del Paese. Il valore aggiunto per impresa nel 2023 era di 592.764 euro, ben al di sotto della media umbra (723.907 euro) e italiana (753.527 euro). La produttività del lavoro è migliorata dal 2019 al 2023, ma resta inferiore ai livelli regionali e nazionali.

Il valore della produzione per impresa è cresciuto, ma rimane nettamente inferiore alla media umbra e nazionale, evidenziando un tessuto economico meno dinamico.

Le imprese e i settori trainanti

  • Il settore manifatturiero è in difficoltà con una riduzione delle unità locali (-2,7% nel 2024).
  • Il turismo mostra segnali di ripresa, con un aumento delle presenze, ma una permanenza media inferiore alla media nazionale.
  • I settori più dinamici sono il commercio all’ingrosso e i servizi alle imprese.
  • Le aziende leader per fatturato, come O.M.A. S.p.A. e UmbraGroup, svolgono un ruolo strategico per l’occupazione locale.

Redditività e investimenti: segnali misti

Gli indicatori di redditività mostrano un panorama altalenante. Il ROI delle imprese folignati nel 2023 era del 4,0%, inferiore alla media italiana (4,4%). Il ROE è sceso dal 7,7% del 2019 al 6,1% nel 2023.

Sul fronte degli investimenti, le imprese del Folignate hanno registrato un incremento delle immobilizzazioni totali nel 2023, superando la media italiana.

Competitività e innovazione

  • Il Folignate ha una bassa propensione all’innovazione.
  • Le imprese esportano meno rispetto alla media regionale e nazionale.
  • Gli investimenti in digitalizzazione sono limitati, riducendo la competitività.

Occupazione e mercato del lavoro

Il mercato del lavoro tiene, ma con criticità. Il numero di addetti per impresa è inferiore alla media umbra e italiana. Il costo del personale è cresciuto del 19% tra il 2019 e il 2023, ma resta inferiore alla media nazionale.

Politiche e strategie per il rilancio

  • Incentivi per attrarre giovani e professionisti.
  • Investimenti in formazione per colmare il gap di competenze.
  • Rafforzamento del sostegno all’innovazione e alle startup.

Il Folignate si trova in una posizione delicata: l’economia cresce, ma il divario con il resto del Paese resta marcato. Il nodo demografico è centrale e senza un’inversione di tendenza il rischio è un declino economico e sociale sempre più grave.

Pid-Next, ancora pochi giorni per accedere ai contributi per la trasformazione digitale

Le imprese hanno tempo fino al prossimo 18 febbraio per candidarsi al programma Pid-Next, finanziato dal PNRR e promosso da Unioncamere.

Il progetto è rivolto alle micro, piccole e medie imprese (MPMI) italiane e punta a guidarle in un percorso strutturato di trasformazione digitale e trasferimento tecnologico, grazie a un assessment innovativo e un supporto mirato.

Il costo dei servizi sarà coperto fino al 100% per le micro e piccole imprese e fino all’80% per le medie imprese, rendendo questa un’opportunità senza precedenti per le aziende che vogliono innovare e migliorare la propria competitività.

Mencaroni: scalare i livelli della transizione digitale

Il presidente dell’Ente camerale umbro, Giorgio Mencaroni, sottolinea il valore strategico del progetto: “L’iniziativa di Unioncamere, con il supporto di Dintec, è di sistema e di grande interesse e utilità. La Camera di Commercio dell’Umbria vi si riconosce pienamente perché i cardini essenziali della sua azione sono la transizione digitale e quella ecologica, che poi sono due facce della stessa medaglia. Il PID dell’Umbria è attivissimo e fornisce formazione, informazione e assistenza alle imprese locali per supportarle nel trasferimento tecnologico. Le imprese umbre devono scalare i livelli della transizione digitale per rimanere competitive, e per questo segnalo l’importanza di questa iniziativa”.

Un percorso in tre fasi per la trasformazione digitale

PID-Next offre un percorso in tre step chiave per le imprese selezionate:

  1. Assessment digitale personalizzato: un esperto del Polo di Innovazione visiterà l’azienda per valutare il suo livello di maturità digitale, gli obiettivi e i fabbisogni tecnologici.
  2. Analisi dei fabbisogni e orientamento: un team nazionale specializzato analizzerà l’assessment per identificare le migliori opportunità di digitalizzazione per l’impresa.
  3. Report finale e indicazioni strategiche: verrà consegnato un documento dettagliato che non solo descriverà il livello di maturità digitale dell’impresa, ma offrirà anche suggerimenti su partner strategici, servizi finanziati e ulteriori opportunità di crescita.

L’iniziativa fa leva su ZOOM 4.0, uno strumento di assessment modulare avanzato, in grado di adattarsi alle specificità di ogni impresa e fornire un report altamente personalizzato e preciso.

Chi può partecipare e come candidarsi

Possono candidarsi al bando le micro, piccole e medie imprese (MPMI) con sede legale o operativa in Italia. La domanda va presentata accedendo alla piattaforma restart.infocamere.it con SPID, CIE o CNS.

Il termine ultimo per la presentazione delle candidature è fissato alle ore 16:00 del 18 febbraio 2025.

Grazie al finanziamento del PNRR, il costo dei servizi sarà coperto fino al 100% per le micro e piccole imprese e fino all’80% per le medie imprese, rendendo questa un’opportunità senza precedenti per le PMI italiane che vogliono innovare e migliorare la propria competitività.

PID-Next: un ponte verso il futuro delle imprese italiane

Il progetto PID-Next non si limita a fornire un semplice assessment, ma crea un ponte tra le PMI e un ecosistema d’innovazione, offrendo loro la possibilità di accedere a un network di partner pubblici e privati, servizi finanziati e percorsi di aggiornamento.

Le imprese italiane che vogliono investire nel proprio futuro digitale non possono lasciarsi sfuggire questa occasione.

Come partecipare e una guida per presentare la domanda

Per partecipare è necessario inviare la domanda accedendo con SPID/CIE/CNS al sistema restart.infocamere.it fino alle ore 16:00 del 18 febbraio 2025.

Il Pid ha realizzato una guida, molto comoda, spiegando tutti i passi per presentare la domanda al Bando Pid Next. La Guida è in allegato al presente Comunicato.

Tutta la documentazione relativa a Pid Next e per avere supporto è a questo link: https://www.umbria.camcom.it/limpresa-digitale/punto-impresa-digitale-impresa-4-0-pid/pid-next

Per contattare il Punto Impresa Digitale Umbria la mail è: pid@umbria.camcom.it