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Meno persone lasciano l’Umbria, ma resta la fuga dei giovani laureati

Nell’ultimo anno, secondo i nuovi dati Istat (pur provvisori) si è ridotto il numero delle persone che, dall’Umbria, sono andate a vivere all’estero. Nel 2025 il saldo degli italiani residenti in Umbria con l’estero passa da -1.203 a -687: il deficit si riduce del 42,9%, più del 36,4% nazionale. Un calo netto, anche se gonfiato – evidenzia la Camera di Commercio dell’Umbria nella sua elaborazione – dalle norme più stringenti varate nel 2024 sulle iscrizioni all’Aire.

Ma tra il 2019 e il 2025 la regione la regione accumula un saldo migratorio complessivo di circa -2.700 laureati italiani di 25-34 anni, considerando insieme estero e movimenti con il resto d’Italia.

I dati del 2025

Le nuove tavole dell’Istat sui trasferimenti di residenza, aggiornate al 2025 appunto con dati provvisori, registrano per l’Umbria 712 iscrizioni dall’estero e 1.399 cancellazioni verso altri Paesi tra i cittadini italiani: saldo -687. Nel 2024 era stato di -1.203, con 762 arrivi e 1.965 partenze. In dodici mesi il deficit si è ridotto del 42,9%, più del 36,4% registrato in Italia.

Il confronto con il 2024 richiede però cautela. L’Istat segnala che il picco degli espatri di quell’anno fu influenzato da norme più stringenti sull’iscrizione all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), il che significa con grande probabilità che fecero emergere anche trasferimenti precedenti. Una parte della riduzione del deficit nel 2025 riflette quindi il venir meno di questo effetto straordinario: il miglioramento c’è, ma non può essere letto interamente come un’inversione delle tendenze migratorie.

I dati riguardano esclusivamente i cittadini italiani: gli stranieri sono esclusi. Tra gli italiani con livello di istruzione alto il recupero è più lento: il saldo con l’estero passa da -424 a -301, una riduzione del 29%, contro il 37,3% nazionale. Le persone con istruzione elevata rappresentano quasi il 44% dell’intero saldo negativo umbro con l’estero. Nel 2025, per ogni cento italiani con istruzione alta che lasciano l’Umbria, ne arrivano 38; il rapporto sale a 49 per il livello medio e a 67 per quello basso.

Il doppio rosso dei giovani laureati

L’estero racconta però solo una parte del fenomeno. Per l’Umbria al saldo negativo con gli altri Paesi si aggiunge quello nei movimenti con il resto d’Italia. Una parte importante della competizione per il capitale umano si gioca quindi dentro i confini nazionali.

Tra i laureati italiani di 25-34 anni, nel periodo 2019-2025 l’Umbria accumula un saldo migratorio complessivo di circa -2.700 persone, considerando insieme il saldo con l’estero e quello nei movimenti interregionali. Nello stesso periodo il Lazio guadagna circa 6.100 laureati e la Toscana 1.200, mentre le Marche ne perdono circa 5.800. Il Centro perde circa 15mila giovani laureati verso l’estero ma ne recupera circa 14mila dalle altre aree del Paese, chiudendo quasi in pareggio. L’Umbria rimane invece negativa su entrambi i fronti.

Un secondo indicatore Istat, riferito ai laureati italiani di 25-39 anni nel 2023, misura il saldo tra iscrizioni e cancellazioni per trasferimento di residenza ogni mille laureati residenti della stessa fascia d’età. L’Umbria è a -14,7 per mille: il nono valore peggiore in Italia e il peggiore del Centro-Nord. Peggio fanno soltanto le otto regioni del Mezzogiorno.

Il confronto nel Centro rende evidente la distanza: Marche -13,7 per mille, Toscana +0,3, Lazio +5,0, mentre la ripartizione nel complesso è quasi in equilibrio a -0,1 e l’Italia è a -6,2. Le Marche seguono quindi immediatamente l’Umbria tra le regioni centro-settentrionali. La frattura prosegue dentro la regione: Perugia è a -12,0 laureati ogni mille, Terni a -23,5. Il saldo negativo ternano è quasi doppio rispetto a quello perugino e quasi quattro volte quello nazionale.

L’università attrae, il lavoro qualificato trattiene meno

Qui emerge la questione centrale. L’Umbria non è un territorio incapace di attrarre giovani. Secondo la Banca d’Italia, nell’anno accademico 2023-2024 i due atenei regionali contavano quasi 30mila studenti, il 22,7% in più rispetto a dieci anni prima, e l’Umbria era sesta in Italia per attrattività del sistema universitario. La difficoltà si manifesta soprattutto dopo la laurea, quando conta la capacità dell’economia locale di offrire percorsi professionali abbastanza numerosi e competitivi da trattenere chi si è formato qui o attirare chi ha studiato altrove.

Anche il Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, restituisce un segnale coerente. Nell’intero 2025 le imprese umbre hanno programmato 69.970 entrate, ma solo l’8,1% richiedeva un titolo universitario, contro l’11,6% nazionale e il 12,2% del Centro: 3,5 punti in meno dell’Italia e 4,1 del Centro. Nel confronto fra le regioni centrali, la Toscana è al 9,0%, le Marche all’8,7% e il Lazio al 15,5%.

Non significa che i laureati partano soltanto perché mancano posti di lavoro. Né c’è contraddizione tra imprese che faticano a reperire alcuni profili e una domanda complessiva relativamente contenuta di laureati: possono mancare competenze specifiche mentre il numero totale delle opportunità ad alta qualificazione resta insufficiente rispetto al capitale umano disponibile.

È questa la chiave che tiene insieme i dati. L’Umbria riesce ad attrarre capitale umano nella fase della formazione, ma fatica a trasformare quella capacità in attrattività professionale. Non conta soltanto quanti giovani trovino un lavoro, ma quale lavoro trovino, con quali prospettive e quale percorso possano immaginare. Un’assunzione e una traiettoria professionale capace di trattenere un laureato non sono la stessa cosa.

Il miglioramento del 2025 va dunque riconosciuto senza sopravvalutarlo. La perdita degli italiani verso l’estero si riduce più della media nazionale, ma tra le persone più istruite il recupero è più debole; sui giovani laureati resta il doppio deficit e l’indicatore Istat colloca l’Umbria nella posizione peggiore del Centro-Nord. La questione non è impedire ai giovani di partire, ma fare in modo che una regione capace di convincerli a venire qui a studiare sia altrettanto convincente quando devono scegliere dove costruire i prossimi dieci o vent’anni della propria vita professionale.

Il commento del presidente Mencaroni

Questo il commento di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il miglioramento del 2025 è un segnale importante: la distanza tra gli italiani residenti in Umbria che lasciano la regione per l’estero e quelli che arrivano si è ridotta più della media nazionale, al netto della stretta sulle iscrizioni All’Aire. Ma non possiamo confondere il rallentamento delle partenze con la soluzione del problema. Tra le persone più istruite il recupero è più lento e sui giovani laureati l’Umbria continua a perdere sia verso l’estero sia verso altre regioni italiane. Il punto è trasformare la capacità di attrarre e formare giovani in capacità di offrire loro percorsi professionali competitivi. Non basta creare lavoro: dobbiamo rendere credibile la scelta di costruire qui il proprio futuro. Per questo serve una risposta comune di Regione, Camera di Commercio, università, imprese e associazioni. La sperimentazione che ho proposto, con un contributo pubblico aggiuntivo al compenso pagato dall’impresa secondo i contratti vigenti per alcune centinaia di laureati, può aiutare a rendere più competitive le offerte umbre e favorire permanenze, rientri e nuovi arrivi”.

Movimprese: l’artigianato in Umbria torna col segno più, ma in 12 mesi perse 447 attività

L’artigianato in Umbria torna a crescere, nel numero di imprese, ma con un forte ricambio. Nell’ultimo trimestre il saldo risulta positivo, con 55 attività in più, ma in 12 mesi se ne sono perse 447. E’ questo uno dei dati più rilevanti a Movimprese, l’analisi statistica trimestrale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio. Che nel complesso consegna una regione con il segno positivo (tra aprile e giugno 1.055 iscrizioni e 708 cessazioni): il saldo è di 347 attività e porta lo stock regionale a 89.186 imprese, ma con il tasso di crescita che si ferma allo 0,39%, contro lo 0,56% italiano. Soltanto Basilicata e Sicilia registrano un valore inferiore. Su base annua l’Umbria perde 1.122 imprese registrate. Terni sale dello 0,50%, Perugia dello 0,35%.

Sul piano nazionale, il secondo trimestre si chiude con 32.709 imprese in più, frutto di 83.169 iscrizioni e 50.460 cessazioni, al netto delle cancellazioni d’ufficio. Lo stock complessivo raggiunge 5.823.863 attività. La crescita è sostenuta soprattutto dai servizi e dalle costruzioni, mentre manifattura e agricoltura avanzano molto più lentamente.

Il trimestre cresce, l’anno arretra

Il segno più della primavera non basta a rovesciare il bilancio dei dodici mesi. Tra il secondo trimestre 2025 e lo stesso periodo del 2026 l’Umbria perde 1.122 imprese, pari all’1,2% dello stock. La contrazione è leggermente più forte di quella nazionale, pari all’1%. Il saldo positivo di aprile-giugno non ha ancora riassorbito il terreno perduto nei dodici mesi.

Terni corre più rapidamente di Perugia

La geografia interna presenta due velocità. Terni registra 283 iscrizioni e 177 cessazioni, con 106 imprese in più e un tasso di crescita dello 0,50%, vicino alla media italiana. Perugia aggiunge più attività in valore assoluto — 241, risultato di 772 aperture e 531 chiusure — ma cresce dello 0,35%. La provincia ternana mostra quindi il passo relativo più sostenuto; quella perugina produce il contributo numerico maggiore al saldo regionale.

L’artigianato torna a crescere, ma l’anno resta negativo

La novità del trimestre arriva dall’artigianato. Dopo anni di riduzione strutturale, le imprese artigiane umbre aumentano di 55 unità: 298 iscrizioni, 243 cessazioni e un tasso di crescita dello 0,29%. Il risultato resta sotto lo 0,43% italiano e, nel Centro, è inferiore a Lazio, Marche e Toscana. Riporta tuttavia il comparto in territorio positivo nel trimestre.

Anche qui Terni fa meglio in termini relativi: +0,33%, con 81 iscrizioni, 66 cessazioni e 15 attività in più. Perugia cresce dello 0,27%, grazie a 217 iscrizioni e 177 cessazioni, per un saldo di 40 imprese. Il confronto annuale rimane negativo: tra giugno 2025 e giugno 2026 l’Umbria perde 447 imprese artigiane. Le prossime rilevazioni diranno se il recupero apre una fase di stabilizzazione o resta un movimento congiunturale.

Intanto cambia il profilo stesso dell’artigiano. La cassetta degli attrezzi non scompare, ma convive con lo smartphone, i software, i servizi alla persona e la produzione su misura. Tra il 2022 e il 2024, in Italia, gli estetisti sono aumentati del 7,7%, i tassisti del 5,8% e gli specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) del 5,4%.
Nello stesso periodo sono diminuiti i falegnami del 7,1%, gli imbianchini dell’8,5% e i trasportatori dell’1,7%.

In Umbria la trasformazione procede con ritmi meno uniformi. Gli artigiani estetisti sono passati da 579 a 615 (+6,2%), i tassisti da 78 a 80 (+2,6%) e i serramentisti da 281 a 312 (+11%). Sono invece diminuiti i falegnami, da 279 a 263 (-5,7%), e gli elettricisti, da 862 a 820 (-4,9%). I trasportatori umbri si muovono in controtendenza rispetto al dato nazionale, con un incremento del 5,1%.

Più società di capitali, meno imprese individuali

La trasformazione riguarda anche la struttura giuridica. Nel secondo trimestre le società di capitali aumentano di 270 unità; nel confronto annuale l’incremento è di 637. Le società di capitali — tra cui le società per azioni (S.p.A.), le società a responsabilità limitata (S.r.l.) e le cooperative — rappresentano il 29,53% delle imprese umbre: la quota più alta della serie regionale. Nel 2016 erano il 22,16%; la media italiana è oggi al 34,2%.

Nello stesso confronto annuale sono scomparse 1.341 imprese individuali. Restano comunque la forma più diffusa, con il 48,93% del totale regionale, una quota vicina al 49,31% nazionale. Il tessuto produttivo umbro si sposta così, con gradualità, verso organizzazioni più strutturate, mentre diminuisce il peso delle attività intestate a una sola persona.

Il commento

Spiega Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati consegnano all’Umbria un trimestre positivo, ma invitano a distinguere il movimento dalla tendenza: 347 imprese in più rappresentano un recupero, mentre la perdita di 1.122 attività nell’arco di un anno segnala una debolezza ancora presente. Il punto non è soltanto aumentare il numero delle imprese, ma creare le condizioni perché quelle nuove superino i primi anni di vita, investano e producano occupazione stabile.
La crescita delle società di capitali indica che il sistema regionale sta lentamente rafforzando la propria struttura, anche se la distanza dalla media italiana rimane significativa. Merita attenzione anche il ritorno al segno positivo dell’artigianato, che oggi comprende attività molto diverse da quelle del passato e intercetta nuovi consumi, servizi alla persona e competenze digitali. Sarebbe prematuro parlare di un’inversione duratura, perché il saldo annuale resta negativo, ma ignorare questa trasformazione significherebbe leggere l’economia umbra con categorie ormai insufficienti.
Le differenze tra Terni e Perugia mostrano inoltre che la ripresa non procede ovunque alla stessa velocità e che le politiche di sostegno devono tenere conto delle diverse condizioni territoriali. Il compito della Camera di Commercio è accompagnare questa evoluzione, aiutando le imprese non soltanto a nascere, ma soprattutto a diventare più solide, innovative e capaci di competere”.

Questa la nuova Giunta della Camera di commercio dell’Umbria

Il Consiglio della Camera di commercio dell’Umbria ha scelto la nuova Giunta camerale. Voto unanime, come era stato quello che aveva portato alla conferma del presidente Giorgio Mencaroni per il mandato 2026-2031.

Entrano in Giunta Mario Rossi per l’agricoltura, Michele Carloni per l’artigianato, Simone Fittuccia per il commercio, Vincenzo Briziarelli per l’industria, Patrizia Ceprini e Roberto Giannangeli per i servizi alle imprese, Danilo Valenti per la cooperazione. Con loro siede il presidente Mencaroni. La squadra riunisce i quattro comparti che devono obbligatoriamente essere rappresentati (agricoltura, industria, artigianato, commercio), assicura la presenza femminile prevista dallo Statuto e completa l’assetto avviato con l’insediamento del nuovo Consiglio.

I sette componenti della Giunta camerale

Mario Rossi, componente per l’agricoltura, è direttore di Coldiretti Umbria. Nella sua attività segue i temi del reddito agricolo, dell’innovazione e della diversificazione delle aziende. Nel Consiglio camerale rappresenta le piccole imprese del settore primario.

Michele Carloni, componente per l’artigianato, è presidente di Cna Umbria (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), riconfermato per il mandato 2025-2029. Guida l’associazione regionale in una fase segnata da transizione digitale, internazionalizzazione e ricambio generazionale.

Simone Fittuccia, componente per il commercio, è imprenditore alberghiero e componente della Giunta esecutiva nazionale di Federalberghi. Porta nell’organo camerale l’esperienza maturata nella rappresentanza delle imprese del turismo, dell’ospitalità e del commercio.

Vincenzo Briziarelli, componente per l’industria, è presidente di Fbm – Fornaci Briziarelli Marsciano, impresa storica del settore dei laterizi. Ha presieduto Confindustria Umbria e ha una lunga esperienza nella rappresentanza associativa e nelle politiche industriali regionali.

Patrizia Ceprini, componente per i servizi alle imprese, è amministratrice delegata di Ceprini Costruzioni, azienda attiva nelle opere civili e infrastrutturali. È componente eletta del Consiglio generale di Confindustria Umbria.

Roberto Giannangeli, componente per i servizi alle imprese, è direttore di Cna Umbria. Era già presente nella Giunta camerale del precedente mandato e ha seguito i dossier riguardanti credito, innovazione, formazione e sviluppo delle micro, piccole e medie imprese.

Danilo Valenti, componente per la cooperazione, è presidente di Legacoop Umbria e fa parte della Presidenza nazionale dell’associazione. Proviene dalla cooperazione di servizi e da una lunga esperienza imprenditoriale maturata alla guida di Cosp Tecno Service.

Le priorità del nuovo mandato

A latere della seduta il presidente Mencaroni ha indicato tre dossier che intende proporre all’esame della nuova Giunta e sui quali avviare un lavoro comune con la Regione Umbria.

Il primo è la rinascita del Centro estero, una struttura che in passato aveva ottenuto risultati importanti prima del progressivo ridimensionamento e della chiusura. L’obiettivo sarebbe tornare ad accompagnare in modo coordinato le imprese sui mercati internazionali, migliorare i servizi destinati a chi già esporta e aumentare il numero delle aziende umbre capaci di vendere fuori dall’Italia.

Non si tratterebbe soltanto di ricostruire un ufficio, ma di rimettere in connessione promozione, conoscenza dei mercati, partecipazione alle fiere e assistenza alle imprese. Per una regione composta in larga misura da aziende piccole e medie, il costo e la complessità dell’internazionalizzazione possono diventare barriere difficili da superare senza una struttura comune.

Il secondo dossier riguarda il costo del denaro. Camera e Regione hanno già collaborato in passato per alleggerire gli interessi sui finanziamenti alle imprese. Mencaroni propone di riprendere quella linea, in una fase nella quale il credito resta decisivo per gli investimenti, la liquidità e la capacità delle aziende di affrontare mercati instabili. Il punto sarà individuare risorse e strumenti capaci di produrre una riduzione effettiva degli interessi pagati dalle imprese.

Il terzo tema porta direttamente alla perdita di giovani qualificati. La proposta, ancora da definire nei meccanismi e nelle risorse, prevede una sperimentazione iniziale rivolta ad alcune centinaia di laureati. Al compenso pagato dalle imprese secondo i contratti vigenti si aggiungerebbe un contributo pubblico, con un duplice scopo: rendere più convenienti le assunzioni ad alta qualificazione e ridurre il divario retributivo che spinge molti giovani verso altre regioni o all’estero.

L’intervento potrebbe favorire anche il rientro di una parte di chi ha già lasciato l’Umbria. La sperimentazione dovrebbe stabilire la durata dell’incentivo, le caratteristiche delle imprese coinvolte, le qualifiche richieste e le condizioni necessarie per trasformare il sostegno pubblico in occupazione stabile, evitando che il contributo si esaurisca in un vantaggio temporaneo.

L’Umbria della cultura può generare maggiore economia | I dati

L’Umbria della cultura può generare maggiore economia, In una regione che vanta una densità di spettacoli da primato nazionale, come ha certificato anche l’ultimo rapporto della Siae (Società italiana degli autori ed editori) e un’identità riconosciuta ben oltre i confini regionali. Ma il confronto con il 2019, ultimo anno prima del Covid, come evidenzia l’elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria, mostra il punto debole: quella vitalità non si trasforma ancora abbastanza in industry, cioè in filiera produttiva, valore aggiunto, occupazione qualificata e servizi avanzati.

Mettendo a confronto le edizioni dal 2019 ad oggi del Rapporto “Io sono Cultura”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, emerge che tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto reale del Sistema produttivo culturale e creativo dell’Umbria (Spcc) è diminuito del 10,4%. Nello stesso periodo l’Italia è cresciuta del 6,3% e il Centro ha sostanzialmente tenuto. Anche l’occupazione arretra: gli addetti umbri dell’Spcc sono passati da circa 21.200 a 18.882, con 2.318 occupati in meno, pari al -10,9%.

Il 2024, preso da solo, restituisce una fotografia meno severa: il sistema culturale e creativo regionale vale 1,049 miliardi di euro e occupa 18.882 persone. Ma il valore nominale non basta. Tra 2019 e 2024 i prezzi sono cresciuti molto più della ricchezza prodotta dalla filiera. Così l’aumento apparente diventa, al netto dell’inflazione, una perdita reale. E il peso dell’Spcc sull’economia regionale scende dal 4,9% al 4,4%, mentre in Italia sale dal 5,7% al 5,8%. Nel Centro, in Toscana è cresciuto dal5,4% del 2019 al 6,1% del 2024, nelle Marche è salito dal 5,2% al 5,3% e nel Lazio è sceso dal 7,8% al 7,5%

Il calo non è nel cuore degli spettacoli

Il dato va letto senza equivoci. Non racconta un’Umbria meno culturale. Racconta un’Umbria che continua a produrre cultura, pubblico e reputazione, ma fatica a portare questa forza nei segmenti dove oggi la cultura diventa impresa.

Il cuore core del Sistema produttivo culturale e creativo — spettacolo, patrimonio, arti, produzioni culturali e creatività — tiene. A pesare sull’arretramento è soprattutto la componente data-driven: digitale, contenuti, software, comunicazione, tecnologie, servizi avanzati e professioni creative inserite nei processi produttivi. È qui che la cultura esce dal solo perimetro dell’evento e diventa filiera industriale, capace di scalare, innovare, vendere servizi, generare produttività.

Il paradosso emerge proprio dal confronto con la partecipazione. L’Umbria è prima in Italia per densità di spettacoli rispetto agli abitanti: 79 eventi ogni mille residenti, contro una media nazionale di 57. Il dato racconta sale vive, festival radicati, musica, teatro, cinema, rassegne nei centri storici, un pubblico presente e un territorio capace di fare cultura con continuità.

Ma la forza degli eventi, da sola, non basta. Un festival può generare immagine, turismo, presenze e reputazione. Una filiera genera anche imprese, competenze, contenuti, servizi, occupazione stabile e valore esportabile.

Il nodo produttività

La distanza si vede nella produttività. In Umbria ogni addetto dell’Spcc produce in media 55.555 euro annui di valore aggiunto. La media italiana è 73.622 euro, quella del Centro 72.280. Non è un giudizio sulla qualità della cultura umbra. È un indicatore di struttura: imprese più piccole, minore presenza nei segmenti ad alto valore aggiunto, integrazione ancora debole tra cultura, digitale, comunicazione, manifattura, turismo e servizi professionali.

L’ultima eduzione del rapporto “Io sono Cultura” mostra che in Italia il Sistema produttivo culturale e creativo è una parte rilevante dell’economia: 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2024, +2,1% sull’anno precedente, e oltre 1,5 milioni di occupati. Considerando anche gli effetti indiretti, cultura e creatività attivano circa 302,9 miliardi.

A spingere il sistema nazionale sono sempre più i settori ibridi e tecnologici: software, videogiochi, comunicazione, produzione audiovisiva, contenuti digitali, servizi creativi, competenze legate ai dati. Contano anche gli embedded creatives, professionisti culturali e creativi che lavorano fuori dal perimetro tradizionale della cultura e portano design, linguaggi e innovazione dentro imprese, prodotti e servizi.

La sfida: passare dall’evento alla filiera

Per l’Umbria il punto è trasformare una forza evidente in una struttura più solida. Servono più connessioni tra operatori culturali e imprese, più servizi digitali legati ai contenuti, più produzione audiovisiva, più comunicazione strategica, più tecnologie per valorizzare eventi, archivi e patrimoni. Servono imprese creative più dimensionate, capaci di lavorare non solo sulla singola manifestazione, ma su format, piattaforme, distribuzione, dati e mercati.

Il confronto 2019-2024 rende concreta la questione che l’Umbria non ha un deficit di cultura, ma un deficit di trasformazione industriale della cultura. La partecipazione c’è. Il pubblico c’è. Il patrimonio c’è. I festival ci sono. La reputazione anche. Quello che deve crescere è l’ecosistema produttivo che permette a questa energia di diventare più valore aggiunto, più lavoro qualificato e più futuro.

Il commento del presidente Mencaroni

Questa l’analisi di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “L’Umbria dimostra ogni giorno di possedere una ricchezza culturale straordinaria, riconosciuta in tutta Italia. Ma la sfida decisiva è un’altra: trasformare sempre più questa energia in una leva stabile di sviluppo economico. La vivacità dei nostri festival, la forza delle nostre sale, la densità della nostra produzione culturale devono diventare ancora di più infrastruttura, impresa, innovazione. Non basta fare cultura: occorre farla dialogare con il digitale, con i servizi avanzati, con le nuove professioni creative. È qui che si gioca il futuro della nostra competitività. L’Umbria ha un patrimonio che molti ci invidiano; ora dobbiamo avere il coraggio di renderlo in modo forte e convinto un motore strutturale di crescita, capace di generare qualità del lavoro, valore aggiunto e nuove opportunità per i giovani”.

Più cessazioni di nuove apertura, l’Umbria perde 282 imprese in 3 mesi

Più chiusure che aperture di nuove imprese nei primi tre mesi del 2026 in Umbria, che perde 282 aziende. Sono state 1.340 le nuove imprese, 1.622 quelle chiusure.. Il tasso di crescita trimestrale segna -0,31%, contro il +0,01% italiano.

Il commento di Mencaroni (CCIAA)

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato del primo trimestre ci consegna un’Umbria che rallenta, ma non una regione ferma. Il saldo negativo va letto con attenzione, senza sottovalutarlo, ma anche senza perdere di vista il fatto che, su base annua, il tessuto imprenditoriale ha ancora mostrato capacità di tenuta. La sfida vera, oggi, è accompagnare questa tenuta verso una crescita più solida, con imprese più strutturate, più innovative e più pronte a stare nei mercati che cambiano”.

Il dato qualitativo

Se si tralascia il flusso del trimestre e si guarda invece allo stock delle imprese registrate, il quadro cambia. A fine marzo 2026 l’Umbria conta 89.950 imprese; un anno prima, a fine marzo 2025, erano 89.894. Il saldo tendenziale è dunque positivo, seppure di appena 56 unità. L’Italia, nello stesso confronto, perde invece 52.988 imprese registrate. Non è un paradosso: significa che l’Umbria arriva a questo inizio debole dopo mesi in cui aveva ricostruito un po’ di terreno. Il 2025 si era chiuso infatti con 273 imprese registrate in più, e già il terzo trimestre mostrava un recupero congiunturale di 132 unità.
La lettura provinciale conferma il tono del passaggio. Perugia chiude il I trimestre 2026 con 998 iscrizioni, 1.205 cessazioni e un saldo di -207 imprese; Terni con 342 iscrizioni, 417 cessazioni e un saldo di -75. In termini relativi il calo è del -0,30% nel Perugino e del -0,35% nel Ternano. Non ci sono, insomma, due Umbre diverse, una che tiene e una che cede: c’è una regione che entra nel 2026 con cautela, e con un Ternano che accusa una frenata persino più marcata.
Qui emerge il vero filo rosso. Il problema dell’Umbria non è soltanto che nascono meno imprese di quante ne chiudano in un trimestre. Il problema è che la selezione in corso non si traduce ancora, con sufficiente velocità, in un rafforzamento della struttura imprenditoriale. A livello nazionale le società di capitali – quindi più strutturate e con più chance di crescere – negli ultimi cinque anni (I trimestre 2021 – I trimestre 2026) sono cresciute del 10%, contro il +6,7% dell’Umbria (a frenare il dato umbro soprattutto la provincia di Perugia, che segna solo +4,7%, mentre a Terni l’incremento è del 12,9%, superiore alla media nazionale). Il passo umbro, quindi, resta più corto di quello del Paese.
L’Umbria, pur aumentando la quota delle società di capitali sul totale delle imprese, perde terreno rispetto al dato italiano: Nel I trimestre 2026 le società di capitale in Umbria rappresentano il 29% delle 89mila 950 imprese totali, mentre a livello nazionale il dato è 34,2%. Anche in questo caso nella regione pesa soprattutto la percentuale della provincia di Perugia, con 28,5% di società di capitale sul totale delle 72mila 119 società esistenti nella provincia, ma anche la provincia di Terni, benché vada meglio, sta sotto la media nazionale – 30,9% le società di capitale sulle 21mila 917 imprese totali esistenti nel Ternano – mentre il dato italiano, come visto, è il 34,2%.
Il passo umbro, quindi, resta più corto di quello del Paese.

L’Umbria, in sostanza, regge sul numero complessivo delle imprese rispetto a un anno fa, ma non accelera abbastanza sul terreno che conta davvero, quello delle imprese più capitalizzate, più robuste, più capaci di investire, innovare e attraversare le fasi di incertezza. È questa la ragione per cui il trimestre negativo non va letto come una semplice oscillazione statistica. È il sintomo di un ricambio imprenditoriale che resta debole, dentro una transizione strutturale che procede, sì, ma troppo piano.
Anche il quadro settoriale nazionale aiuta a mettere a fuoco la direzione. Con la nuova classificazione ATECO 2025, il primo trimestre 2026 conferma una dinamica ormai riconoscibile: crescono le attività finanziarie e assicurative (+2.301 imprese), le attività professionali, scientifiche e tecniche (+3.168), le immobiliari (+1.836) e i servizi di supporto alle imprese (+1.243); arretrano invece commercio (-9.617), agricoltura (-6.141) e manifattura (-2.517). È uno spostamento del baricentro economico verso i servizi. E non è una notizia neutrale per l’Umbria, dove la stessa Camera di Commercio, nel bilancio 2025, segnalava il peso del calo del commercio e i primi segnali positivi proprio nei servizi professionali e tecnici.

Le 43 imprese partecipate da soci del Medio Oriente segnato dalla guerra

Sono 43, pari all’1,1% del totale nazionale, le società umbre partecipate da soci residenti in Medio Oriente. In termini assoluti non è una massa imponente, e anche il valore complessivo delle partecipazioni nella regione resta contenuto: circa 4,7 milioni di euro. Ma nei passaggi di crisi i numeri non si misurano soltanto per volume. Contano per ciò che rivelano: la profondità dei legami societari, la qualità delle relazioni economiche, il grado di esposizione di un territorio agli urti della geopolitica.

La fotografia, aggiornata al 31 dicembre 2025, è il risultato delle elaborazioni di InfoCamere, il braccio tecnologico del sistema camerale italiano, sui dati del Registro delle Imprese, realizzate in collaborazione con la Camera di Commercio dell’Umbria per quanto riguarda il quadro regionale. Sul piano nazionale, le imprese italiane partecipate da soci residenti nell’area del Golfo e del Medio Oriente sono 3.839, per un ammontare complessivo di 415 milioni di euro. Ed è un dato che impone prudenza nelle valutazioni: non si tratta di una presenza episodica, ma di una componente ormai strutturata del sistema economico.

Anche in Umbria, del resto, la presenza medio-orientale non si esaurisce in quote marginali o puramente simboliche. In Italia la quota media di possesso del capitale nelle imprese partecipate si attesta al 6,9%, ma sale al 62% per il Qatar, al 46% per l’Oman e al 34% per gli Emirati Arabi Uniti. Numeri che raccontano qualcosa di più di una semplice disponibilità finanziaria: raccontano partnership strutturali, radicamento, presenza stabile dentro gli assetti proprietari delle imprese.

La distribuzione dei soci residenti in Medio Oriente nelle società umbre mostra inoltre una geografia molto precisa. Il gruppo più numeroso è quello riconducibile a Israele, con 12 società umbre partecipate, pari al 28,6% del totale regionale. Seguono l’Iran, con 9 società, poi Arabia Saudita e Siria con cinque società umbre ciascuna. Chiudono il quadro Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq e Libano, con tre società ciascuno. Anche in una regione di dimensioni contenute come l’Umbria, dunque, il Medio Oriente non è un’astrazione geopolitica: è una presenza concreta nel tessuto produttivo.

Il nodo vero, però, non è soltanto quello delle partecipazioni societarie. Il tema che pesa di più, e che potrebbe diventare molto più sensibile se il conflitto dovesse protrarsi, è quello dell’export. L’Umbria esporta verso il Medio Oriente merci per un valore complessivo di circa 180-190 milioni di euro. Una cifra non marginale, soprattutto se si considera che si concentra in comparti che rappresentano l’ossatura dell’economia regionale: macchinari, metalli e metallurgia, moda-abbigliamento, alimentari.

È su questo terreno che una crisi prolungata rischia di farsi sentire con maggiore forza. Da un lato, un peggioramento della situazione nell’area potrebbe tradursi in un rallentamento degli investimenti esteri provenienti dai Paesi del Golfo e del Medio Oriente, con effetti anche sulle partecipazioni societarie in Italia e in Umbria. Dall’altro, il contraccolpo potrebbe investire direttamente il commercio internazionale, colpendo i mercati di sbocco e, più in generale, la crescita mondiale.

Il rischio è doppio: meno domanda estera e costi più alti. Se la guerra dovesse continuare, l’impatto potrebbe infatti estendersi ai prezzi dell’energia, alla logistica, ai trasporti marittimi, ai premi di rischio e alla politica monetaria delle banche centrali. In questo scenario, l’aumento dell’inflazione potrebbe accompagnarsi non a una crescita robusta, ma a un rallentamento dell’economia. È questo il significato di una parola che torna ad affacciarsi con insistenza nel lessico economico: stagflazione, cioè la compresenza di inflazione elevata e crescita bassa, nulla o addirittura negativa.

Ed è uno scenario che non porta con sé soltanto conseguenze tecniche o finanziarie. Significa maggiore pressione sulle imprese, minore propensione agli investimenti, possibili ricadute sull’occupazione, aumento del costo del denaro e, più in generale, un clima economico più fragile e più incerto. In altre parole: l’effetto di una guerra lontana rischia di arrivare molto vicino, fino ai bilanci delle imprese umbre e alla loro capacità di restare competitive.

Le 43 società umbre partecipate da soci residenti nel Medio Oriente non descrivono, da sole, un’emergenza. Descrivono però un’esposizione reale, e ricordano una verità spesso rimossa nel dibattito pubblico: nessun sistema economico locale, oggi, è davvero periferico. Anche una regione come l’Umbria, apparentemente distante dagli epicentri della crisi, è dentro le connessioni della finanza, degli scambi e delle catene produttive globali. Ed è proprio per questo che osservare questi numeri, oggi, significa leggere in anticipo i possibili effetti economici di una crisi che, se dovesse allungarsi, non resterebbe confinata al Golfo.

Mencaroni

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Le 43 società umbre partecipate da soci residenti nei Paesi del Medio Oriente, pari all’1,1% del totale nazionale, indicano che l’Umbria non è tra le regioni più esposte su questo fronte. Ciò, però, non significa che un eventuale calo di questi investimenti sarebbe privo di effetti per il nostro sistema produttivo.
Se la guerra dovesse protrarsi, al possibile ridimensionamento delle partecipazioni si aggiungerebbe infatti il rischio di un rallentamento dell’export umbro verso il Medio Oriente, che vale circa 190 milioni di euro.
Sarebbe un doppio contraccolpo per le imprese, dentro uno scenario internazionale già molto fragile. Una crisi prolungata potrebbe colpire la crescita mondiale e spingere diverse economie verso una fase recessiva, con conseguenze rilevanti anche per i territori più dinamici.
Come Camera di Commercio dell’Umbria stiamo seguendo con la massima attenzione l’evoluzione della situazione, insieme alle altre istituzioni del territorio. L’obiettivo è farci trovare pronti e contenere, per quanto possibile, l’impatto sulle imprese umbre.”

Sempre più i laureati in Umbria che scelgono di andare all’estero

L’Umbria riduce in modo sensibile la perdita di laureati verso il resto d’Italia. Ma, sempre stando ai dati Istat del 2024 (gli ultimi elaborati ufficialmente) si allarga bruscamente il divario con l’estero.

Dentro i confini: un rosso più stretto

Sul fronte interregionale il dato resta negativo, ma cambia intensità. Nel 2024 sono arrivati in Umbria, trasferendo qui la residenza da altre regioni, 1.422 laureati. Nello stesso anno quelli che hanno lasciato stabilmente la regione per spostarsi altrove sono stati 1.545. Il saldo è dunque di -123.

Preso da solo, il numero non è buono. Ma il confronto con il 2023 dice molto di più. Un anno prima gli arrivi erano stati 1.399 e le partenze 1.820, con un saldo di -421. Significa che in dodici mesi la distanza si è ridotta nettamente. Dopo il picco negativo del 2023, il peggiore mai registrato dall’Umbria nella mobilità interregionale dei laureati, il 2024 segna un rientro verso valori più contenuti.

Non basta, naturalmente, per parlare di inversione. Il saldo resta in rosso per il nono anno consecutivo. Ed è questo il punto da non perdere. Prima del 2016 l’Umbria aveva saldi positivi con le altre regioni, a volte anche robusti. Quei flussi contribuivano a compensare almeno in parte le uscite verso l’estero. Oggi quella capacità di riequilibrio si è molto indebolita. Il 2024 la rende meno fragile rispetto al 2023, ma non la ricostruisce.

Fuori dai confini: la vera ferita del 2024

Se dentro l’Italia la perdita si restringe, fuori dall’Italia accade l’opposto. Ed è qui che il quadro si fa più severo. Nel 2024 i laureati di cittadinanza italiana arrivati o rientrati in Umbria dall’estero sono stati 174. Nel 2023 erano stati 202. Le partenze, invece, sono salite da 446 a 623.

Il saldo è così precipitato a -449, contro il -244 dell’anno precedente. In pratica, il passivo si è più che raddoppiato nel giro di un anno. Ancora più eloquente è il dato assoluto delle uscite: 623 partenze rappresentano uno dei valori più elevati dell’ultimo decennio.

Qui si misura la vera novità del 2024. Il miglioramento sul terreno interregionale non viene accompagnato da una tenuta sul fronte internazionale. Anzi. L’uscita verso l’estero accelera proprio mentre si allenta la pressione dei trasferimenti verso le altre regioni italiane. È un movimento che cambia la qualità del problema: non si tratta più soltanto di una regione che perde laureati, ma di una regione che contiene meglio la perdita interna e peggiora nettamente quella esterna.

Il bilancio che resta in rosso

Messi insieme, i due piani restituiscono il conto finale. Il saldo negativo di 123 laureati nel confronto con le altre regioni e quello di 449 nel rapporto con l’estero producono nel 2024 una perdita complessiva di 572 laureati.

Il dato pesa anche per la sua natura. Non fotografa una mobilità generica o provvisoria. Registra spostamenti di residenza, cioè decisioni che hanno una consistenza più profonda. È per questo che quei 572 laureati in meno vanno letti come una riduzione netta di capitale umano qualificato. Il calo del passivo interregionale attenua una parte della pressione, ma non modifica la sostanza del bilancio complessivo.

Chi parte, e quando parte

Anche la composizione per età aiuta a capire. Tra i laureati umbri di cittadinanza italiana che si trasferiscono stabilmente all’estero, oltre il 55 per cento ha tra 25 e 34 anni. Un altro 34,7 per cento ha tra 35 e 64 anni. Solo il 6,5 per cento ha fino a 24 anni.

Non sfugge il punto essenziale: la quota maggiore di uscite riguarda la fascia in cui si consolidano carriera, specializzazione, reddito, scelte familiari, iniziativa economica. È la fase in cui un territorio, se trattiene competenze, consolida la sua base produttiva. Se la perde, ne riduce la profondità.

Il decennio che cambia scala al fenomeno

Il 2024 è duro, ma non isolato. Nel decennio 2014-2024 i laureati umbri di cittadinanza italiana emigrati stabilmente all’estero sono cresciuti del 132,5 per cento, passando da 268 a 623. L’aumento è leggermente inferiore alla media italiana, pari al 145,1 per cento, ma resta di dimensioni molto ampie.

Il raffronto con l’emigrazione complessiva della popolazione umbra italiana è ancora più istruttivo. Nello stesso arco di tempo gli umbri trasferiti stabilmente all’estero sono aumentati del 75,6 per cento, passando da 1.119 a 1.965. In altre parole, i laureati mostrano una propensione all’emigrazione stabile quasi doppia rispetto alla media della popolazione regionale italiana. È uno scarto che dice molto, perché non riguarda soltanto il volume delle partenze, ma la loro qualità.

La stretta demografica sullo sfondo

Questo flusso si innesta su una base demografica già indebolita. Tra il 2019, ultimo anno pre-Covid, e il 2025, l’Umbria ha perso il 12,5 per cento della popolazione nella fascia 25-45 anni, quella che coincide in larga parte con il pieno dell’età da lavoro. Si è passati da 218.431 a 191.099 persone, con una riduzione di 27.332 residenti.

La contrazione è più pesante nella provincia di Terni, dove il calo raggiunge il 14,3 per cento, pari a 7.762 persone in meno. In provincia di Perugia la flessione è dell’11,9 per cento, con una perdita di 19.660 residenti. Nel complesso, nel post-Covid l’Umbria ha perso il 2,5 per cento della popolazione totale, cioè 22.271 abitanti, contro una media nazionale del 1,5 per cento.

Dentro questa cornice, i dati Istat del 2024 acquistano un significato ancora più netto. La regione non perde solo residenti. Perde, in misura crescente, anche una parte qualificata della popolazione che dovrebbe sostenere lavoro, innovazione, impresa e capacità di sviluppo.

Il commento

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Umbria non può limitarsi a registrare le partenze dei suoi laureati: deve costruire, con lucidità e continuità, le condizioni perché restare diventi una scelta credibile, solida e persino competitiva. Questo significa, come sostengo da tempo, realizzare un’iniziativa comune tra istituzioni, università, sistema delle imprese e autonomie territoriali, capace di valorizzare chi decide di investire qui le proprie competenze. Questo tavolo operativo è bene che si avvii il prima possibile, per analizzare la situazione e progettare un intervento concreto mirato e consapevole. Trattenere capitale umano qualificato non è una questione simbolica, ma una priorità economica e civile: vuol dire rafforzare innovazione, lavoro di qualità, attrattività e possibilità di crescita per l’intera regione. È da qui che passa una parte decisiva del futuro dell’Umbria”.

Giovani e digitale nell’impresa: i due volti dell’Umbria

Due indagini con la Camera di Commercio dell’Umbria descrivono un doppio binario. Nel digitale “classico” la regione resta sotto la media nazionale, ma l’economia dei Digital Content Creator corre: in Umbria sono 392 imprese. Nel perimetro delle start-up innovative, invece, la quota giovanile resta sotto media. Sulle start-up Terni spicca per intensità e posizionamenti: 7° e 14° posto su 110 province. Perugia tiene su alcuni indicatori, ma rallenta nella crescita ed è indietro sulle giovanili.

Nel precedente report della Camera di Commercio era emerso che la quota di imprese che innovano nel digitale è inferiore alla media italiana di 5,8 punti percentuali; ancora più marcato il divario sull’intensità degli investimenti (tecnologia, organizzazione e modelli di business), dove il gap arriva a -9,7 punti. È un dato che pesa, perché descrive la capacità di trasformare il digitale in produttività.
Eppure, guardando dove l’innovazione si alimenta di linguaggi, piattaforme e competenze diffuse – spesso più vicine ai giovani – la fotografia si fa meno scontata. Due indagini realizzate con la collaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria mettono in fila gli indizi. La prima, di Infocamere con il coordinamento scientifico dell’Università di Padova, misura l’espansione dell’economia dei Digital Content Creator. La seconda, Dataview – Il barometro dell’economia territoriale di Unioncamere–Istituto Guglielmo Tagliacarne, osserva le start-up innovative nelle due province umbre. Insieme raccontano un territorio che produce nuova imprenditorialità digitale, ma che fatica ancora a tradurre una parte di quel potenziale nel canale, più stretto e costoso, delle start-up innovative “certificate”.

L’alfabetizzazione digitale si fa impresa

L’indagine sui Digital Content Creator intercetta imprese nate attorno ai nuovi canali digitali: YouTube, TikTok, Instagram, e a parole chiave come “content creator”, “video maker”, “influencer”, rintracciate nell’oggetto sociale e nelle descrizioni di attività. Non è soltanto un fenomeno culturale: dietro un contenuto ben costruito ci sono competenze su produzione, montaggio, grafica, dati, marketing, contratti e diritti.
La ricerca distingue le imprese in due gruppi. Le “core” operano in settori ATECO intrinsecamente legati alla content creation (produzione audiovisiva, piattaforme digitali, comunicazione e marketing digitale): rappresentano una nuova imprenditorialità nativa. Le “ibride” svolgono attività in cui la creazione di contenuti è ancillare ma rilevante (moda, turismo, fitness, consulenza, istruzione): sono la prova che il contenuto può diventare parte integrante del modello di business.
Tra 2015 e 2024 la crescita è netta. In Italia le imprese di Digital Content Creator sono aumentate del +185% (da 8.918 a 25.429), con un ritmo più intenso per le “core” (+206%) rispetto alle “ibride” (+155%). L’Umbria segue la stessa traiettoria e conta 392 imprese: 229 “core” e 163 “ibride”. Sul totale nazionale la regione vale l’1,54% del fenomeno; sale all’1,7% nelle “ibride” e scende all’1,43% nelle “core”: quote in linea, e in parte leggermente superiori, rispetto al peso dell’Umbria su popolazione ed economia nazionale. È qui che l’innovazione “giovane” si vede con più chiarezza: come imprenditorialità digitale diffusa, spesso micro, capace di crescere e contaminare settori tradizionali.
La cerniera: giovani presenti, ma meno della media nel perimetro start-up
È qui che il racconto cambia tono. Nelle graduatorie sulle start-up innovative, infatti, la quota di start-up giovanili risulta sotto la media nazionale sia a Terni sia a Perugia, e in modo più marcato nel capoluogo. Non è una smentita della spinta giovanile: è la prova che questa spinta, oggi, passa più facilmente da canali a bassa soglia d’ingresso (creator, servizi digitali, attività ibride) che dal canale delle start-up innovative, dove contano capitale, reti, incubazione e competenze avanzate. In altre parole: i giovani innovano, ma non sempre lo fanno dentro la definizione statistica di “start-up innovativa”.

Le start-up innovative nelle due province dell’Umbria

Nel barometro Dataview di Unioncamere–Tagliacarne, la provincia di Terni risulta sopra la media nazionale in tre voci su cinque e in due casi entra tra le prime venti posizioni della graduatoria delle 110 province italiane. Il dato migliore è l’incidenza delle start-up ad alto valore tecnologico in ambito energetico: 29,2%, 7° posto nazionale. Molto bene anche il numero di start-up innovative per 100.000 abitanti: 14, che vale il 14° posto. La variazione percentuale 2016–2025 è +100% (38° posto). Restano invece più deboli due indicatori: l’incidenza delle start-up femminili (4,2%, 101° posto) e quella delle start-up giovanili (sotto media, 74ª posizione).
La provincia di Perugia mostra un profilo più irregolare. È sopra media in due indicatori: l’incidenza delle start-up femminili (23,3%, 11° posto su 110) e l’incidenza delle start-up ad alto valore tecnologico in ambito energetico (22,1%, 22ª posizione). Regge nel numero di start-up innovative per 100.000 abitanti (13,5, 50° posto), ma rallenta nella variazione 2016–2025 (+38,7%, 66° posto). Il punto più critico è l’incidenza delle start-up giovanili: 9,3%, 94° posto su 110.
Il quadro finale è quindi coerente, ma più sfumato di uno slogan: l’Umbria tiene e cresce dove l’innovazione digitale è accessibile, sperimentale e diffusa; mentre nel canale delle start-up innovative, soprattutto per la componente giovanile, emergono ancora margini ampi. La base c’è. La sfida – per imprese, istituzioni e sistema dei servizi – è rendere più facile il passaggio dalla competenza digitale al progetto imprenditoriale strutturato: dal contenuto al prodotto, dalla visibilità al capitale, dalla micro-attività all’impresa che scala.

Mencaroni: la transizione digitale cambio di mentalità e metodo

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi dati ci dicono una cosa che spesso sfugge: la transizione digitale non è una vetrina di tecnologie, è un cambio di mentalità e di metodo. Se i giovani trovano strade rapide per fare impresa nelle piattaforme e nei contenuti, significa che il talento c’è e sa muoversi; il compito delle istituzioni è trasformare quell’energia in progetti che restano, crescono e creano lavoro qui. Per questo, nel nostro programma di mandato, digitale ed ecologico non sono due capitoli separati: sono la stessa sfida, produrre di più consumando meno, competere con dati e competenze invece che con margini compressi. Ecco perché investiamo in iniziative che portano l’impresa dentro le scuole: non per ‘orientare’, ma per allenare i ragazzi a sperimentare, magari fallire e poi ripartire meglio. L’Umbria può diventare un laboratorio nazionale se riesce a fare il salto dal digitale praticato al digitale industriale: dalla creatività diffusa a filiere e imprese che scalano”.

“L’Umbria del vino”, tutte le cantine e i vini vincitori

Premiati al Centro congressi della Camera di Commercio dell’Umbria, a Perugia i vini vincitori del concorso enologico regionale “L’Umbria del Vino” 2026.

Per la categoria Vini bianchi DOC 1° classificato il vino Ermes Trebbiano Spoletino DOC 2024 della cantina Benedetti & Grigi di Montefalco e 2° classificato il vino Vigneto Torricella Orvieto Classico DOC 2024 della Cantina Bigi di Orvieto. Per la categoria Vini bianchi IGT, primo classificato il vino Orzalume Umbria IGT Grechetto Sauvignon 2024 dell’Azienda agricola Castello di Corbara di Orvieto, mentre secondo classificato è il vino Grande Alone Umbria bianco IGT 2023 della Cantina Baldassarri – Eredi Baldassarri Luciano di Collazzone. Nella categoria Vini Rossi DOCG primo classificato è il vino Carapace lunga attesa Montefalco Sagrantino DOCG 2018 della cantina Tenute Lunelli di Bevagna e secondo il vino Preda del falco Montefalco Sagrantino DOCG 2021 della cantina Tenute Baldo di Bastia Umbra. Per i vini rossi DOC il vino The fighter Amelia DOC Merlot 2021 della Cantina Pizzogallo si posiziona al primo posto del podio, mentre al secondo troviamo il vino Giovanotto Colli del Trasimeno Gamay DOC 2024 dell’azienda agraria Montemelino di Tuoro sul Trasimeno. Nella categoria Vini rossi IGT primo classificato è il vino Petranera (Linea Oro) Umbria Rosso IGT 2024 dell’azienda agricola Le Crete di Giove e secondo classificato il vino Costante Umbria IGT Merlot 2022 della cantina Semonte di Gubbio. Tra i vini rosati troviamo un ex aequo al primo posto, con il vino Gioie’Lise Umbria Rosato IGT 2024 della cantina Vinsentie di Tuoro sul Trasimeno e il vino La Rosa del falco Umbria Rosato IGT 2025 della cantina Ruggeri Tenuta Colfalco di Montefalco, mentre al secondo posto troviamo il vino Pepe rosa Umbria Rosato IGT 2024 della cantina Cesarini Sartori di Gualdo Cattaneo.

Tra gli Spumanti di qualità primo classificato è il Gladius Metodo Classico Colli Martani Spumante DOC Millesimato 2020 della cantina Terre de la Custodia di Gualdo Cattaneo e secondo classificato è il vino Thadea Vino Spumante Rosato Brut 2024 della cantina Terre Margaritelli di Torgiano.
Per la categoria vini dolci il vino Scialo Umbria Moscato Passito IGT 2022 della cantina Dionigi si posiziona al primo posto, mentre il vino Sperello Vinsanto Colli del Trasimeno DOC 2019 della cantina Berioli di Magione si attesta al secondo posto.

Infine, per i premi speciali, il vino Panata Orvieto Classico Superiore DOC 2023 dell’Azienda agricola Argillae di Allerona si aggiudica il Premio Impresa al femminile, il vino Montefalco Sagrantino Passito DOCG 2020 dell’Azienda agricola La Fonte di Bevagna si aggiudica il Premio Giovane imprenditore e, infine, il premio Vino biologico va al vino Indigeno Umbria IGT Trebbiano 2023 dell’Azienda agricola Chiesa del Carmine di Jeremy Sinclair di Perugia.

I vini vincitori potranno ora fregiarsi dell’apposito bollino “Concorso Enologico Regionale “L’Umbria del Vino” – Vincitore” da applicare sulle bottiglie.

Il concorso enologico regionale “L’Umbria del Vino” è promosso dalla Camera di Commercio dell’Umbria e curato dalla sua Azienda Speciale Promocamera, con la collaborazione anche di Regione Umbria, Coldiretti Umbria, Confagricoltura Umbria e Cia Umbria, il 3A Parco tecnologico agroalimentare dell’Umbria, Associazione Strade del Vino e dell’Olio dell’Umbria e Confcooperative Umbria. È, peraltro, l’unico concorso enologico, nella regione, autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (così si chiamava il dicastero competente nel 2021, quando il concorso è nato).

Soddisfazione è stata espressa dal presidente della Camera di Commercio dell’Umbria Giorgio Mencaroni e dal segretario generale dell’ente Federico Sisti, che hanno tenuto a ribadire l’alto livello dei vini in concorso e l’importante lavoro di squadra che è stato fatto sia con i partner istituzionali che con i membri della commissione, composta da sommelier, enologi e giornalisti di settore, coordinati dal presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella e guidati dal capo panel Maurilio Chioccia. presenti alla cerimonia anche l’assessore regionale Simona Meloni e l’assessore comunale Fabrizio Croce, oltre ai membri della giuria e ai partner del concorso.

La produzione del vino in Umbria

La produzione del vino è aumentata in Umbria nel 2025 del 18% rispetto al 2024, con un +20% rispetto alla sua media 2020-2024, ha sottolineato il presidente della Camera di Commercio Giorgio Mencaroni. “L’Umbria è una “regione boutique” nel settore che non compete con le regioni “industriali” per ettolitri, ma per la riconoscibilità di stile e le denominazioni che la caratterizzano, conferendole una marcata impronta qualitativa con produzioni simbolo. A fronte di questi dati positivi, – ha spiegato – i prezzi delle uve continuano a subire un deciso calo. Per questo, in un tale quadro, assumono sempre più importanza strumenti che possano contribuire a favorire la conoscenza e l’apprezzamento dei nostri vini da parte dei consumatori. Uno di questi strumenti è, senza dubbio, – ha concluso – il concorso L‘Umbria del Vino, volto alla valorizzazione dell’attività delle aziende vitivinicole e a gettare le basi per rafforzarne la presenza nei mercati nazionali e internazionali, grazie anche alla collaborazione con le istituzioni ed enti della regione.“

Che il concorso regionale sia una significativa occasione di promozione del vino regionale lo ha ribadito anche il segretario generale della Camera di Commercio, Federico Sisti, che ha anche ricordato come tale attività da parte dell‘ente non si ferma qui. ”Nel mese di marzo, il 13 e 14, ad esempio, – ha aggiunto – torna l‘appuntamento con UmbriaofWine, il b2b che vedrà 30 buyer internazionali in Umbria per incontrare e conoscere le nostre cantine e le loro produzioni. Inoltre, sono state avviate collaborazioni con partner del settore qualificati, attraverso le quali il concorso si propone di abbracciare iniziative che superano i confini regionali anche di respiro internazionale, con la presenza ad esempio al prossimo Vinitaly di Verona. Infine, – ha concluso – da quest‘anno la Camera di Commercio lancia il premio per la migliore carta dei vini dei ristoranti italiani che presenta una selezione di vini umbri. A tale proposito, già per il 2026 una menzione speciale è stata data, in attesa del premio vero e proprio, alla Roscioli Salumeria con Cucina di Roma per la sua carta dei vini.

Vino e giovani è stato, quindi, il binomio al centro dell‘intervento dell‘enologo Riccardo Cotarella, che ha ricordato come il vino stia attraversando attualmente un periodo complesso. ”Dobbiamo ricordare – ha sottolineato – che il vino è parte integrante della nostra cultura, della nostra tradizione e del nostro territorio ed è nostro compito rendere anche i giovani più consapevoli di questo. Ma – ha concluso – siamo ottimisti, il vino è sempre risorto e lo farà anche questa volta.“

Il vino in questi ultimi anni ha avuto una battuta d‘arresto a causa di congiunture negative – ha detto l‘assessore Simona Meloni – però come Regione stiamo cercando di lavorare per riportarlo in positivo. Ci apprestiamo alla partecipazione a Vinitaly, che sarà un‘importante momento di valorizzazione dell‘identità dell‘Umbria, cresciuta nel settore enogastronomico sia quantitativamente che qualitativamente. Stiamo lavorando anche per far si che la valorizzazione del nostro vino passi in primis proprio dalle carte dei vini dei ristoranti umbri. Infine, abbiamo anche gli strumenti a disposizione del settore – ha aggiunto – a favore degli investimenti delle imprese, con l‘OCM Vino. Riteniamo, insomma, – ha concluso – che quello vitivinicolo sia un comparto da valorizzare non solo dal punto di vista produttivo e commerciale ma anche nel binomio agricoltura e turismo, perchè il vino è identità e territorio.“

”Si tratta di un comparto, quello del vino, che rappresenta una fetta molto importante dell‘economia della città e della regione, ma soprattutto porta un insieme di saperi e tradizioni che arricchiscono l‘immaginario e l‘enorme patrimonio immateriale che costituisce un elemento di attrazione del nostro territorio. – ha tenuto a sottolineare l‘assessore del Comune di Perugia Fabrizio Croce – Per questo l‘amministrazione comunale è e sarà sempre al fianco dell‘Umbria del vino, per valorizzarlo sia in chiave economica che in chiave turistica.“

Tornano a crescere le imprese in Umbria, nonostante il calo nel commercio

Nel 2025 è aumentato il numero delle imprese in Umbria, ma la crescita è lenta e resta lontana dalla media nazionale. Dal punto di vista territoriale, Terni fa meglio di Perugia. Tra i settori, pesa il calo del commercio, che in un anno perde 462 attività, mentre crescono servizi e professioni.

È quanto emerge dal report Movimprese di Infocamere, su dati della Camera di Commercio dell’Umbria: nella regione si contano 273 imprese in più, pari a una crescita dello 0,3%, a fronte di una media nazionale dello 0,96%.

Il risultato, pur positivo dopo il segno meno del 2024 (-0,36%), conferma quindi una dinamica più debole rispetto al quadro italiano, che nello stesso periodo registra un saldo attivo dello 0,96% (+56.599 imprese), oltre al triplo rispetto all’Umbria. Nella graduatoria nazionale l’Umbria si colloca al 14° posto su 20 regioni. Nel Centro Italia il risultato non è il peggiore, ma resta inferiore a quello di Toscana (+0,43%) e soprattutto Lazio (+2,08%), mentre le Marche si fermano a +0,27%.

Tra le due province umbre, Terni segna un andamento migliore rispetto a Perugia: +0,35% contro +0,28%. In termini assoluti, nel Ternano le nuove imprese sono 76, nel Perugino 197, per un totale regionale di 273 aziende in più. Complessivamente le imprese registrate passano da 89.958 a 90.231.

Va inoltre segnalato che le imprese attive crescono leggermente più di quelle registrate (+0,35% contro +0,30%), arrivando a quota 77.777. Il dato può riflettere sia una maggiore pulizia dei registri camerali sia il ritorno all’attività di imprese formalmente iscritte ma inattive negli anni precedenti.

La “qualità”

Prosegue, seppur lentamente, l’irrobustimento del tessuto imprenditoriale regionale. Le società di capitali aumentano anche in Umbria, ma meno che nel resto d’Italia. Nel 2025 le società di capitali attive crescono del 3,3% in regione, contro il +4,5% nazionale. La loro incidenza sul totale delle imprese umbre resta così più bassa della media italiana: 24,9% contro 29,3%.

Le imprese individuali e le società di persone continuano quindi a rappresentare una quota elevata del sistema produttivo regionale e mostrano maggiori difficoltà nel passaggio verso forme più strutturate. I segnali di miglioramento non mancano, ma l’Umbria nel 2025 non riesce a tenere il passo del resto del Paese, ampliando ulteriormente il divario.

Settori: pesa il calo del commercio

Dal punto di vista settoriale, al netto della crescita delle imprese non classificate, il dato più rilevante è il forte calo del commercio: tra il 2024 e il 2025 si contano 462 imprese in meno, di cui 315 in provincia di Perugia e 147 in quella di Terni. Le chiusure superano nettamente le nuove aperture.

A incidere sono la ristrutturazione in atto nel settore e una domanda ancora debole, nonostante la spinta del turismo. Nel 2025 in Umbria i consumi pro capite crescono dell’1,1% rispetto all’anno precedente: un aumento modesto se confrontato con l’incremento dei costi sostenuti dalle imprese, ma in linea con la media nazionale.

Continua anche la flessione del manifatturiero, che perde 172 imprese (-154 a Perugia e -18 a Terni). Frenano le costruzioni (-54 imprese) e arretrano i servizi immobiliari. A sostenere il bilancio complessivo è invece il resto del terziario, che registra un aumento delle attività.

In particolare, si segnala la crescita di 40 imprese nel settore delle Attività professionali, scientifiche e tecniche, considerato uno degli indicatori dell’innovazione. Un segnale incoraggiante sul fronte della transizione digitale ed ecologica, soprattutto in provincia di Perugia, che tuttavia non è ancora sufficiente a colmare il divario strutturale dell’Umbria rispetto alla media nazionale in termini di dinamica imprenditoriale.

Il commento

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri ci dicono che l’Umbria cresce, ma lo fa con una velocità che resta insufficiente rispetto alla media nazionale. A pesare è anche una domanda dei consumi ancora debole, un tema che non riguarda solo la nostra regione ma che incide ovunque sulla capacità delle imprese di investire e consolidarsi. Il dato del commercio in difficoltà va letto in questo contesto e richiede attenzione e strumenti adeguati. Allo stesso tempo, segnali positivi arrivano dall’aumento delle imprese nei servizi professionali, scientifici e tecnici, che indicano una direzione chiara sul fronte dell’innovazione. È su questa capacità di rinnovamento che va costruita una crescita più solida e duratura per il sistema produttivo umbro”.