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Autore: Matteo Savino

Muore nel cantiere stradale schiacciato da un rullo compressore

Incidente mortale sul lavoro a Valtopina, dove un operaio di 20 anni è morto mentre era alla guida di un rullo compressore in un cantiere stradale.

Il giovane era a bordo del mezzo utilizzato per compattare l’asfalto quando, per cause ancora in corso di accertamento, ha perso l’equilibrio finendo a terra. Il mezzo lo ha quindi schiacciato, senza lasciargli scampo.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e il personale del 118, ma per lui non c’è stato nulla da fare. Sulla vicenda sono in corso gli accertamenti dei carabinieri.

Le parole della presidente Proietti

Appresa la notizia, ha espresso il proprio cordoglio la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti: “Apprendo con immenso dolore e profondo sgomento la notizia del tragico incidente sul lavoro avvenuto questa mattina a Valtopina, in cui ha perso la vita un ragazzo di appena vent’anni. È straziante pensare che una vita così giovane possa essere spezzata mentre sta svolgendo il proprio lavoro”.

“A nome mio personale, della Giunta regionale e dell’intera comunità umbra – ha proseguito Proietti – desidero esprimere il più sincero e commosso cordoglio ai familiari, agli amici e ai colleghi del giovane lavoratore. La perdita di un ragazzo di vent’anni è una ferita grave per tutti noi, che colpisce al cuore l’intera collettività. Non possiamo rassegnarci a considerare queste tragedie come una fatalità: il diritto a un lavoro sicuro e dignitoso deve rimanere una priorità assoluta e inderogabile. Occorre continuare nell’impegno incessante e corale da parte di tutte le istituzioni, delle parti sociali e del tessuto produttivo per rafforzare la cultura della prevenzione e garantire che ogni persona possa tornare a casa sana e salva al termine della propria giornata lavorativa”.

Coccia: non è una tragica normalità

Sulla tragedia è intervenuta anche Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia: “Non possiamo continuare a considerare tutto questo una tragica normalità”.

(foto generica di archivio)

In Umbria 24mila pensionati in più rispetti ai lavoratori | Analisi e dinamica dei prossimi anni

In Umbria ci sono oltre 24mila pensionati in più rispetto ai lavoratori. Un saldo negativo che, nel Centro Italia, l’Umbria condivide con le Marche. Mentre nel Nord l’unica regione con saldo a favore dei pensionati è un’altra con un’età media molto elevata, la Liguria (-4,767). Tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un dato a favore dei pensionati. Le situazioni più critiche interessano la Sicilia con -186.462, la Calabria con -220.349 e, specialmente, la Puglia con -263.020.

L’Ufficio studi della Cgia ha analizzato i dati delle province e regioni italiane e delineato la prospettiva per i prossimi anni, con i nuovi pensionamenti certi, mentre le assunzioni del futuro sono ovviamente da dimostrare in base all’andamento del mercato del lavoro.

In Italia

In Italia il numero dei pensionati ha ormai raggiunto quello dei lavoratori. Il dato definitivo del 2025 indica in 24,1 milioni le persone occupate in Italia e quasi 23,2 le pensioni pagate.

Un numero, il secondo, destinato con certezza ad aumentare nei prossimi anni, come rileva la Cgia. Entro il 2029 usciranno infatti dal mercato del lavoro 3 milioni di italiani. Di questi, una quota pari a circa il 74 per cento del totale, ossia 2.244.700 persone, interesserà le regioni centrosettentrionali. Anche se l’altra dinamica, quella dei nuovi ingressi al lavoro, penalizza di più il Sud, che quindi vede più sbilanciato il rapporto verso i pensionati.

Un problema per il sistema economico italiano, che avrà a disposizione meno manodopera e impiegati. Ma anche per i conti pubblici.  Quest’anno – rileva sempre l’Ufficio studi della Cgia – la spesa pensionistica è destinata a toccare i 351,8 miliardi di euro: il 2,7 per cento in più di quanto abbiamo pagato l’anno scorso, un trend in linea con l’andamento dell’inflazione che quest’anno dovrebbe crescere del 2,8 per cento. Ma nel 2029, a legislazione vigente, l’ammontare delle uscite complessive per pagare tutti gli assegni pensionistici dovrebbe aumentare di 36,8 miliardi, attestandosi sui 388,6 miliardi di euro: praticamente il 10,5 per cento in più, mentre l’inflazione, stando alle previsioni, dovrebbe salire di “soli” 5,8 punti. L’effetto “esodo” comincerà a farsi sentire anche sui conti del sistema previdenziale.

La situazione nelle province

Dall’analisi, fatta dall’Ufficio studi della Cgia – del saldo tra il numero di occupati e le pensioni erogate nel 2025, delle 102 province d’Italia
monitorate “solo” 54 presentano un saldo positivo. Infine, le uniche realtà territoriali del Mezzogiorno che presentano una differenza positiva sono Catania (+475), Matera (+1.127), Pescara (+3.454) e, in particolare, Ragusa (+16.241).

La situazione più “squilibrata” d’Italia si è verificata nella Città Metropolitana di Reggio Calabria: la differenza è stata pari a -90.368. Seguono la provincia di Taranto con -87.189, Lecce con -85.508 e Messina con -76.936. Va segnalato che l’elevato numero di assegni pensionistici erogati nel Mezzogiorno non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia/anticipate, ma all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità.

Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione tra i più bassi in UE e la presenza di tantissimi lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori ha ridotto progressivamente il numero degli occupati regolari e, conseguentemente, è aumentata la platea dei percettori di welfare.

In Umbria

In Umbria nel 2025 risultano 401.882 occupati e 377.788 pensionati, con un saldo a favore di questi ultimi di 24.094 unità. L’incidente degli over 50 sui dipendenti privati nella regione ha superato il 34 per cento. Con un domanda di sostituzione entro il 2029 che sfiora il 45 per cento, con 44.800 persone che andranno in pensione, di cui 20.100 nel settore privato.

Quanto alle province, Terni e Perugia sono praticamente appaiate in classifica. A Terni risultano 104.611 pensionati e 92.897 occupati (-11.714); in provincia di Perugia ci sono 297.271 pensionati e 284.891 occupati (-12.380).

Nel Nord

Ma ci sono 11 province settentrionali che al pari della quasi totalità di quelle meridionali registrano un numero di pensioni erogate superiore a quello dei lavoratori attivi. Si tratta di Lecco con – 188, Belluno con -213, La Spezia con -602, Alessandria con -1.227, Ferrara con -1.548, Sondrio con -1.869, Massa-Carrara con -2.731, Vercelli con -5.351, Rovigo con -5.652 e Biella con -9.153.

La situazione geografica del Nord più disallineata si registra a Savona. Nel capoluogo ligure di ponente il saldo è stato pari a -9.326. Due province della Liguria su quattro presentano un risultato anticipato dal segno meno, mentre in Piemonte sono tre su otto.

Si torna a fare impresa, ma il saldo annuale è negativo | Dati e dinamiche

Nel terzo trimestre (tra luglio e settembre) si torna a fare impresa in Umbria, con un saldo positivo di 109 aziende, tra nuove aperture (826) e cessazioni (717). Con un ritmo, però, più lento del resto d’Italia. E con un bilancio annuale che è negativo, con 1147 aziende persone.

Come rilevano i dati Movimpresa – l’indagine di Unioncamere e InfoCamere sui registri camerali – il tasso di crescita dello 0,12% è il più lento d’Italia, contro lo 0,32% della media nazionale. È il secondo trimestre consecutivo con più iscrizioni che cessazioni, con l’ammontare delle imprese arrivato a 89.293 nella regione.

In dodici mesi le imprese registrate diminuiscono dell’1,27% e le attive dell’1,33%. Le società di capitali salgono al 29,68% del totale ma il divario con l’Italia si allarga, anche se di poco.

Il confronto con le altre regioni

Il confronto territoriale ridimensiona, senza cancellarlo, il primato negativo umbro. La Toscana cresce dello 0,18%, le Marche dello 0,17%: ritmi superiori a quello regionale, ma anch’essi nettamente inferiori alla media italiana. Entrambe rallentano rispetto allo stesso trimestre del 2025. Nel Centro l’eccezione è il Lazio (+0,51%); fuori dall’area spiccano Campania (+0,46%) e Lombardia (+0,41%). La debole espansione numerica coinvolge dunque anche i territori più vicini all’Umbria, che però registra il valore minimo nazionale.

Perugia e Terni

Il saldo è positivo in entrambe le province, con intensità diverse. Perugia conta 608 iscrizioni e 540 cessazioni: 68 imprese in più, ma un tasso di appena +0,10%, nella parte bassa della graduatoria italiana. Terni registra 218 iscrizioni, 177 cessazioni e un saldo di +41, pari al +0,19%. Perugia contribuisce maggiormente in valore assoluto perché ha un sistema imprenditoriale più ampio; in rapporto alla consistenza delle imprese è Terni a crescere più rapidamente.

La dinamica nei 12 mesi

Sul confronto annuale, invece, il segno è negativo. A settembre 2025 le imprese umbre registrate erano 90.440; dodici mesi dopo sono 1.147 in meno (−1,27%), cosa che avviene anche a livello nazionale. La diminuzione interessa sia Perugia (−915, −1,33%) che Terni (−232, −1,08%). La flessione umbra supera quella dell’Italia (−0,84%) e della Toscana (−0,98%); le Marche aumentano invece di 257 imprese (+0,18%). Due trimestri consecutivi con saldi positivi nel 2026 non hanno quindi compensato il terreno perduto rispetto a un anno fa.

La contrazione è più forte che in Italia (−0,84%), Toscana (−0,97%) e Marche (−0,11%). Il trimestre estivo porta comunque 120 attive in più rispetto a giugno: un risultato congiunturale positivo, ma insufficiente a riassorbire il calo dei dodici mesi.

Le imprese attive

Occorre però distinguere registrate e attive. Le prime comprendono tutte le imprese non cessate presenti nel Registro, anche se inattive, sospese o in liquidazione. Le seconde sono quelle che risultano esercitare un’attività economica, senza procedure concorsuali in atto. In Umbria al 30 settembre se ne contano 76.954, pari all’86,18% delle registrate; le altre 12.339 posizioni non sono automaticamente aziende chiuse, ma che semplicemente al momento non operano. La quota delle attive è dell’86,19% in Italia, dell’87,18% in Toscana e del 90% nelle Marche.

Il dato delle imprese attive, più vicino all’effettiva operatività economica, conferma la difficoltà del confronto annuale: in Umbria sono 1.034 in meno (−1,33%) rispetto a settembre 2025, di cui 795 nella provincia di Perugia e 239 in quella di Terni.

Il numero delle imprese, tuttavia, non coincide con il peso economico del sistema produttivo. Una ditta individuale e un’azienda con centinaia di dipendenti contano entrambe come una sola unità; la stessa regola vale quando nascono o cessano. Per capire se il tessuto economico si rafforza servono anche addetti, fatturato, dimensioni, produttività, investimenti e settori delle attività che entrano ed escono dal mercato. Iscrizioni e cessazioni descrivono soprattutto la propensione a intraprendere e il ricambio delle imprese. Il loro numero, preso isolatamente, non permette di misurare una corrispondente perdita o crescita di capacità produttiva.

La tipologia di imprese

Un’indicazione importante arriva dalla composizione per forma giuridica. In Italia le società di capitali superano per la prima volta la soglia dei due milioni, arrivando a 2.007.486. Il loro saldo trimestrale è +14.529, pari al 79% di quello nazionale complessivo. In Umbria le società di capitali sono 26.503, contro 25.907 di settembre 2025: 596 in più (+2,30%). Da giugno sono cresciute di 163 unità, più dell’aumento complessivo delle registrate (+107): nello stesso trimestre diminuiscono infatti di 41 le società di persone, di 5 le ditte individuali e di 10 le altre forme.

Il peso delle società di capitali sale così dal 28,65% al 29,68% di tutte le imprese umbre, ma il divario nazionale non si riduce. La quota italiana passa dal 33,35% al 34,44% e la distanza aumenta, seppure di poco, da 4,70 a 4,76 punti percentuali. Anche Toscana (31,08%) e Marche (31,20%) sono avanti. Nella regione la quota raggiunge il 31,72% a Terni e il 29,04% a Perugia. La diffusione delle società di capitali suggerisce forme organizzative più strutturate, senza dimostrare da sola che le singole aziende siano maggiori, più patrimonializzate o finanziariamente più solide. Quanto alle altre forme giuridiche, nell’anno l’Umbria perde 1.312 imprese individuali e 333 società di persone.

L’artigianato

Nell’artigianato il segno meno riguarda anche l’ultimo trimestre. Le imprese artigiane registrate in Umbria sono 18.924, 441 in meno in un anno (−2,28%): un calo superiore a quelli di Italia (−1,55%), Toscana (−1,89%) e Marche (−0,73%). Tra luglio e settembre le iscrizioni umbre sono 213, le cessazioni 221: saldo −8 (−0,04%), mentre l’Italia è a +1.401 (+0,11%), la Toscana a +27 (+0,03%) e le Marche a −103 (−0,27%). A Perugia le 166 iscrizioni compensano altrettante cessazioni; a Terni 47 nuove attività e 55 cessazioni producono il saldo regionale negativo.

Il commento

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Le 109 imprese di saldo positivo nel trimestre sono un dato incoraggiante, ma non cancellano la crescita più lenta rispetto al resto d’Italia né la diminuzione registrata nell’arco di un anno, anche tra le imprese effettivamente attive. Dobbiamo però evitare di giudicare la forza della nostra economia soltanto dal numero delle aziende: contano le dimensioni, gli occupati, gli investimenti e la capacità di creare valore. La crescita delle società di capitali indica un’evoluzione importante del sistema imprenditoriale umbro, anche se il divario con la media nazionale non si restringe. Merita attenzione la contrazione continua dell’artigianato, una componente essenziale della nostra economia. La sfida è duplice: favorire la nascita di nuove imprese e creare condizioni che consentano a quelle esistenti di rafforzarsi, innovare e competere. Perché non conta soltanto quante imprese abbiamo, ma anche quanto riescono a crescere e quale contributo danno allo sviluppo e all’occupazione della regione”.

Dichiarazioni e Irpef, così in Umbria e nel resto d’Italia

Ci sono 23 euro di differenza tra quanto versato di Irpef in Umbria dai residenti nella provincia di Perugia (che dichiarano in media un reddito di 24.889) e quelli della provincia di Terni (24.366 il reddito dichiarato). Del resto le due province umbre sono praticamente appaiate a metà della classifica sulla tassazione stilata dall’Ufficio studi della Cgia, che ha raccolto le dichiarazioni dei redditi del 2025 (sul 2024), stilando una classifica del fisco per province in Italia.

Nel Perugino i contribuenti sono 483.059, di cui 265.770 dipendenti, 178.838 pensionati, 18.640 autonomi, mentre in 25.623 percepiscono redditi da partecipazioni.

Nel Ternano ci sono 84.087 lavoratori dipendenti, 62.428 pensionati, 6.288 autonomi, mentre in 6.514 percepiscono un reddito da partecipazione.

Una classifica, quella stilata dalla Cgia, che, vista la progressività del sistema fiscale italiano, è in qualche modo indice anche della ricchezza di un territorio.

In Italia

A livello nazionale, è Milano la città dove si pagano più tasse in Italia. Nel 2024 ogni contribuente della Città Metropolitana lombarda ha versato in media 9.066 euro di Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche).

Un importo che supera di oltre 1.500 euro quello di Roma, seconda con 7.536 euro. Dietro alla Capitale si piazzano Monza/Brianza con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 e Bologna con 6.846.

Chi paga l’Irpef

Complessivamente, sono quasi 43 milioni gli italiani che ogni anno versano l’Irpef, con una media nazionale di 5.788 euro. A reggere il peso maggiore del sistema sono i lavoratori dipendenti, che con 24,1 milioni rappresentano la fetta più consistente, seguiti da 14,5 milioni di pensionati.

Più defilate le partite Iva, poco più di 1,6 milioni, un dato che però non include gli autonomi a cui si applica la flat tax, che seguono regole fiscali diverse. Sulla mappa del Paese, è la Capitale a primeggiare: la Città Metropolitana di Roma conta da sola 3 milioni di
contribuenti. Alle sue spalle c’è Milano con 2,5 milioni, mentre il podio è chiuso da Napoli, che si ferma a 1,7 milioni.

I meno tartassati

Tra le province meno tartassate del Paese scorgiamo Crotone con un’Irpef media versata da ciascun contribuente pari a 3.867 euro, Vibo
Valentia con 3.836, Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689. Le aree più depresse, dove mediamente si guadagna di meno.

Fisco in aumento

Quest’anno – certifica la Cgia – la pressione fiscale in Italia dovrebbe attestarsi al 43 per cento, in lieve aumento rispetto al 42,9 registrato nel 2025. Il trend è in crescita dal 2024 e il dato del 2026 è il più elevato degli ultimi 10 anni.

Incidenti sui cantieri stradali, scontro tra Regione e Anas

L’Anas risponde alla presidente dell’Umbria Stefania Proietti, che dopo l’incidete di Passignano, in cui hanno perso la vita due giovani in un incidente avvenuto in prossimità di un restringimento di carreggiata sul Raccordo Perugia – Bettolle, aveva richiesto maggiori garanzie di sicurezza nella gestione dei cantieri stradali. Oltre a ribadire la necessità di limitare il transito dei mezzi pesanti, in particolare sulla E45.

La risposta di Anas

Anas nella sua risposta ricorda che in Umbria “sta portando avanti un articolato piano di riqualificazione delle strade in gestione, illustrato alla Regione in diverse occasioni. Gli interventi mirano a migliorare le condizioni e gli standard di sicurezza della rete e, negli ultimi anni, hanno consentito di riqualificare centinaia di chilometri, con investimenti complessivi prossimi al miliardo di euro”.

Sul grave incidente avvenuto a Passignano sul Trasimeno precisa che “sono in corso gli accertamenti degli organi competenti, ai quali spetta ricostruire la dinamica e individuarne le cause. La presenza di un cantiere non può, da sola e prima della conclusione degli accertamenti, essere considerata elemento sufficiente per attribuire responsabilità”.

E ancora: “La sicurezza stradale richiede un’azione coordinata su più fronti: infrastrutture, veicoli e comportamenti di chi guida. Per questo Anas affianca agli interventi sulla rete iniziative di educazione e sensibilizzazione, in collaborazione con istituzioni e soggetti del territorio”.

La gestione dei cantieri

Anas evidenzia che i cantieri sono organizzati “nel rispetto delle norme e delle prescrizioni tecniche applicabili. La segnaletica viene sottoposta a controlli e manutenzione; la sicurezza delle maestranze e degli utenti della strada resta un requisito essenziale nella gestione dei lavori. Gli interventi di riqualificazione profonda – precisa – richiedono tempi tecnici e vengono spesso realizzati per fasi, anche per mantenere la circolazione durante i lavori. Le modalità e i tempi dipendono dalle caratteristiche delle opere e dalle condizioni necessarie per eseguirle in sicurezza”.

Mezzi pesanti sulle strade umbre

Quanto alla proposta di limitare o vietare il transito dei mezzi pesanti sulle strade umbre, Anas, come già rappresentato alla Regione, può disporre limitazioni temporanee alla circolazione esclusivamente in corrispondenza di cantieri o opere stradali e in presenza di fondati motivi tecnici o geometrici. Un divieto generalizzato, o motivato da ragioni diverse da quelle tecniche, esula dalle competenze di Anas e dovrebbe essere valutato dai soggetti istituzionali competenti, nel rispetto del quadro costituzionale e normativo.

“La sicurezza stradale – conclude Anas – richiede collaborazione tra istituzioni, decisioni basate su elementi verificabili e interventi concreti a tutela di chi viaggia. Anas è impegnata su questo tema con grande determinazione”.

Giornata nazionale morti sul lavoro, i dati in Italia e in Umbria

In occasione della 76ª Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro, promossa dall’ANMIL (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi del Lavoro), l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega di Mestre ricorda che da gennaio a luglio di quest’anno in Italia si contano 595 vittime sul lavoro: 430 in occasione di lavoro e 165 in itinere. Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia registrano il maggior numero di vittime in occasione di lavoro, con Calabria, Sicilia, Campania, Liguria e Puglia che hanno l’incidenza maggiore. Resta elevata anche l’incidenza in Umbria. Un bilancio che torna appunto al centro dell’attenzione in occasione della giornata nazionale.

“Ricordare non basta: è necessario continuare a investire nella prevenzione, nella formazione e nella consapevolezza, affinché la sicurezza diventi un impegno concreto e quotidiano” commenta Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio. “Nei primi sette mesi del 2026 – spiega – sono stati registrati 595 decessi, un numero leggermente inferiore rispetto all’anno precedente, quando le vittime erano 607. Una lieve diminuzione che non può essere interpretata come un miglioramento strutturale della sicurezza nel nostro Paese. Il quadro resta infatti critico, sia a livello territoriale, con cinque regioni in zona rossa, sia per alcune categorie di lavoratori particolarmente esposte al rischio. Tra queste, i lavoratori stranieri, che registrano 121 vittime in occasione di lavoro e un’incidenza della mortalità oltre tre volte superiore a quella degli italiani: 46,8 decessi ogni milione di occupati stranieri, contro 14,4 per quanto riguarda gli italiani. Gli over 65 restano la fascia d’età con l’incidenza più elevata. A questo quadro si aggiunge l’aumento del 5,3% delle denunce di infortunio, che nei primi sette mesi del 2026 hanno raggiunto quota 368.085. Numeri che richiamano l’attenzione sulla necessità di rafforzare le misure di formazione e prevenzione per contrastare il fenomeno infortunistico. È questo l’impegno che questa giornata nazionale deve rinnovare: fare della tutela della vita e della salute dei lavoratori una priorità concreta e quotidiana”.

​MORTI SUL LAVORO IN ITALIA: I PRINCIPALI DATI DEI PRIMI SETTE MESI DEL 2026

L’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega richiama l’attenzione su alcuni dei dati più significativi relativi all’andamento del fenomeno infortunistico in Italia nei primi sette mesi del 2026. L’analisi completa, con i dati e i grafici di approfondimento, è disponibile sul sito: www.vegaengineering.com/osservatorio

IL RISCHIO DI MORTE NELLE REGIONI

A fine luglio 2026, con un’incidenza media nazionale pari a 17,8 decessi ogni milione di occupati, sono cinque le regioni in zona rossa, con un’incidenza superiore del 25% rispetto alla media nazionale: Calabria, Sicilia, Campania, Liguria e Puglia.

In Umbria negli ultimi 4 anni, l’incidenza della mortalità nei primi sei mesi è stata 30,4 nel 2023, di 18,8 nel 2024, di 26,8 nel 2025, di 18,5 nel 2026.

Infermiere aggredito al Pronto soccorso: la Asl1 parte civile, ma Uil Fp invoca maggiore protezione

Un infermiere in servizio presso il Pronto soccorso dell’ospedale di Città di Castello, venerdì pomeriggio è stato aggredito da un paziente. Secondo una prima ricostruzione dei fatti comunicata dalla Asl1, l’autore dell’aggressione si era presentato al Pronto soccorso ed era stato preso in carico dal triage alle ore 17,29, ricevendo un codice a bassa priorità. Durante l’attesa avrebbe manifestato ripetuti atteggiamenti di insofferenza nei confronti del personale sanitario, che lo ha ripetutamente rassicurato spiegando che i medici e il personale sanitario in servizio erano impegnati nell’assistenza di utenti giunti al Pronto soccorso con condizioni cliniche caratterizzate da livelli di priorità superiori.

Intorno alle ore 19 si è poi verificata l’aggressione fisica: l’uomo ha spintonato l’infermiere in servizio, facendolo cadere a terra e generando momenti di tensione all’interno del reparto. Il sanitario è stato immediatamente soccorso dai colleghi e ha riportato un trauma cranico e lesioni con una prognosi di 15 giorni.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Città di Castello, che hanno raccolto le prime testimonianze e avviato la denuncia d’ufficio, come previsto dalla normativa vigente in materia di aggressioni al personale sanitario.

La Direzione generale della Usl Umbria 1 – insieme alla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, e alla direttrice regionale Salute e Welfare, Daniela Donetti – hanno espresso la più ferma condanna per la grave aggressione subita, manifestando al professionista la massima solidarietà e vicinanza. L’Azienda sanitaria comunica, inoltre, la volontà di costituirsi parte civile nel procedimento che scaturirà dall’accaduto, nella convinzione che episodi di violenza nei confronti degli operatori sanitari debbano essere denunciati e perseguiti con determinazione, affinché simili comportamenti non abbiano più a ripetersi.

In seguito ai fatti verificatisi e tenuto conto sia del quadro clinico della persona coinvolta sia della necessità di gestire gli aspetti emotivi conseguenti all’episodio, l’uomo è stato trattenuto dai sanitari e risulta attualmente ricoverato presso l’ospedale.

La Usl Umbria 1 rinnova il proprio sostegno al professionista aggredito e ribadisce il proprio impegno nella tutela della sicurezza degli operatori sanitari, che ogni giorno garantiscono assistenza e cura ai cittadini con professionalità e dedizione.

La Uil Fp: subito misure di prevenzione e protezione

Per la UIL FP Umbria, quanto avvenuto rappresenta un “episodio grave e inaccettabile, che riporta al centro dell’attenzione una questione che non può più essere affrontata soltanto attraverso dichiarazioni di circostanza: la sicurezza di chi ogni giorno lavora nei servizi di emergenza-urgenza per garantire assistenza e cure ai cittadini. Chi lavora in sanità – prosegue il sindacato – non può essere lasciato solo, né diventare il bersaglio della rabbia e della violenza. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tutto il personale impegnato nei Pronto Soccorso svolgono un servizio essenziale, spesso in condizioni di forte pressione, e hanno il diritto di lavorare in ambienti sicuri, senza temere per la propria incolumità fisica e psicologica”.

La UIL FP ritiene che non sia più sufficiente intervenire dopo ogni singolo episodio. “È necessario mettere in campo – scrive il sindacato – misure concrete, strutturali e verificabili per prevenire le aggressioni e tutelare chi opera quotidianamente in prima linea”.

Per questo chiede alla Regione Umbria e alle direzioni aziendali di rafforzare immediatamente le misure di prevenzione e protezione, attraverso una verifica puntuale delle condizioni di sicurezza nei Pronto soccorso, il potenziamento dei sistemi di vigilanza e controllo, la presenza di personale di sicurezza adeguatamente formato e protocolli operativi chiari per la gestione delle situazioni a rischio.

La solidarietà del sindaco

Il sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, appresa la notizia di un’aggressione avvenuta ai danni di un operatore del pronto soccorso e dopo essersi sincerato delle sue condizioni di salute gli ha manifestato “piena solidarietà, estesa a tutti gli operatori sanitari che si trovano ad affrontare le difficoltà del sistema sanitario e a fronteggiare le continue esigenze e le emergenze quotidiane anche in situazioni a dir poco critiche. Un episodio grave che stigmatizziamo con forza manifestando totale gratitudine a tutti coloro che ogni giorno lavorano negli ospedali e strutture sanitarie, in particolare come in questo caso in prima linea al pronto soccorso”, ha concluso Secondi.

Sconti Eni e Ip, file al distributore e polemiche

Con i prezzi medi in modalità self della benzina e del diesel rispettivamente a 2.150-2,156 euro al litro e 2.353_2,359 euro al litro, secondo i monitoraggi ufficiali ministeriali, l’Umbria valuta l’impatto del tetto massimo al prezzo dei carburanti che da oggi, lunedì 28 settembre, viene applicato nei distributori Eni. Una mossa che ha indotto anche la società di stato dell’Azerbaijan Socar, che controlla Italiana Petroli a prevede prezzi calmierati per i servizi IP, annunciando l’estensione anche a quelli Esso.

Il limite ai prezzi, in questo caso, sarà stabilito in base alle diverse esigenze e verrà applicato “progressivamente”, a partire dal marchio Ip. Si valuteranno poi le modalità anche per estendere il meccanismo alle stazioni Esso e “agli altri operatori della filiera che si riforniscono da Ip”. La decisione di non imporre un price cap, spiega Socar, è “garantire la sopravvivenza della filiera, costituita da migliaia di operatori”.

Proprio l’effetto sui piccoli distributori e sul sistema di vendita dei carburanti, in generale, è il tema su cui si dibatte. Da una parte, infatti, ci sono i consumatori e le imprese che hanno la possibilità di risparmiare un po’ sui carburanti; dall’altro, alcuni operatori lamentano una distorsione del mercato.

Figisc: “mossa che sconvolge il mercato della distribuzione”

“Eni surroga lo Stato sulle accise. L’operazione sconvolge il mercato distributivo mettendo in scacco la rete di major e operatori indipendenti. Respirano i consumatori, soffrono di più i gestori” è quanto pubblicato sul sito della Figisc, la Federazione dei gestori di impianti di benzina aderente a Confcommercio.

“Ora è l’azienda pubblica a togliere le castagne dal fuoco al posto dello Stato, sulla scia di quanto TotalEnergies ha fatto in Francia (Stato che, per inciso, non ha ridotto le accise – 0,690 euro al litro per la benzina e 0,607 per il gasolio, non proprio modeste – in questa crisi), acquisendo così volumi di vendite (tornano alla mente gli ‘scontoni’ dei week end estivi del 2012), gratitudine e meriti e, come sottoprodotto dell’operazione, mettendo all’angolo la discussione, peraltro spesso di facile presa demagogica, sulla tassazione dei sovraprofitti”, si legge nell’articolo. Ma “se l’operazione Eni può dare parziale sollievo ai consumatori stremati dall’escursione dei prezzi, tuttavia – si osserva – ha l’effetto di sconvolgere il mercato della distribuzione: vi è chi ha subito sostenuto che si tratta di una operazione attuata in forza di una posizione dominante, di dumping e concorrenza sleale”.

Assopetroli: “prezzi Eni impraticabili per noi, rischio storture”

Per Assopetroli la scelta rischia di avere degli effetti di stortura sulla filiera, annunciando di voler cercare un confronto con il Governo. Perché “è importante rappresentare quali possono essere gli effetti collaterali di un’iniziativa di questo tipo”, spiega il segretario generale di Assopetroli-Assoenergia, Sebastiano Gallitelli, che sottolinea “la preoccupazione e l’allerta” dei 12mila distributori indipendenti associati che rappresentano il 50% delle stazioni di servizio presenti sulle strade italiane.

Mutui casa, le incertezze economiche rischiano di riportare indietro l’orologio

L’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime, insieme alle incertezze sull’andamento dell’economia legata alle ricadute delle tensioni geopolitiche, rischia di coinvolgere anche il mercato immobiliare, che negli ultimi anni aveva conosciuto segnali di ripresa.

Come rileva la Banca d’Italia nel suo ultimo rapporto sull’economia umbra, nel corso del 2025 i finanziamenti per l’acquisto di abitazioni avevano ripreso a crescere (2,8%), con un’espansione delle nuove erogazioni, da 375 a 483 milioni di euro, connesse appunto al positivo andamento del mercato immobiliare.

Il costo dei mutui a tasso variabile ha continuato a diminuire. Nella seconda parte del 2025 si è collocato al di sotto di quello dei contratti a tasso fisso, che invece ha registrato un lieve aumento; ciò si è riflesso in una moderata riduzione della quota delle relative emissioni, che tuttavia rimangono ampiamente predominanti.

Le operazioni di surroga e sostituzione sono aumentate del 24,9%; sono giunte a rappresentare l’1,4% delle consistenze dei prestiti di inizio anno, il valore più alto dal 2022.

Quanto ai richiedenti, nel 2025 l’erogazione di nuovi mutui ha continuato a interessare maggiormente i giovani, mantenendosi su un livello storicamente elevato. Questo fenomeno è stato favorito dal ricorso alla garanzia pubblica per l’acquisto della prima
casa, soprattutto di quella fino all’80%.

Uno scenario che però le nuove incertezze sull’andamento dell’economia in generale e del settore delle costruzioni in particolare rischia di rimettere in discussione.

Credito al consumo, le famiglie umbre le più indebitate d’Italia

La regione dove le famiglie consumatrici sono più esposte a breve con banche e finanziarie è l’Umbria. Nel 2025 (l’ultimo anno per il quale si hanno dati definitivi) il debito al consumo per nucleo è stato pari a 7.514 euro (+5,1% rispetto al 2024). Seguono la Toscana con 7.399 euro (+5,6%) e la Sicilia con 7.383 euro (+4,5%). In Umbria il totale del credito al consumo erogato è arrivato a 2.919,8 milioni di euro (+142,4 milioni).

In Italia il credito al consumo delle famiglie è in media di 6.657 euro. Il credito al consumo erogato dalle banche e dalle finanziarie alle famiglie consumatrici italiane ha sfiorato i 178 miliardi di euro. L’Ufficio studi della Cgia evidenzia che nove anni fa questa cifra era molto più contenuta, con un aumento del 62% pari, in termini assoluti, a +68 miliardi circa. Un balzo notevole, che spiega i cambiamenti nelle abitudini di spesa e, soprattutto, nella capacità economica delle famiglie. 

I tassi

Per il credito al consumo, rileva ancora la Cgia, l’aumento del TAEG degli ultimi anni è stato notevole. Si è passati dal 7,64% del 2021 a una crescita costante fino al 10,16 nel 2023. Nei due anni successivi è oscillato attorno al 10%, ma a luglio di quest’anno è salito sino al 10,38 per cento. Se tra la fine del 2025 e luglio 2026 il TAEG applicato sull’acquisto della casa è rimasto immutato, quello del credito al consumo è salito di 41 punti base. Una spinta arrivata soprattutto dalle fiammate inflazionistiche che hanno colpito l’Eurozona, a cui la BCE ha risposto alzando il tasso sui rifinanziamenti, oggi al 2,65%.

I mutui

Se al credito al consumo erogato dalle sole banche (127 miliardi di euro) si aggiungono ii 447,5 miliardi di mutui per l’acquisto di un’abitazione che 3,8 milioni di famiglie hanno acceso con gli istituti di credito e altre forme di prestiti residuali, il debito complessivo sale a 612,6 miliardi di euro. In Puglia i mutui per la casa accesi sono stati 21.383.