Oltre 2000 presenze nel 2025 grazie ai cammini di trekking: Orvieto sta diventando una delle capitali del turismo lento in Italia. E in arrivo c’è anche un grande progetto di promozione territoriale.
Un indotto a favore dell’economia locale di oltre mezzo milione di euro in dodici mesi e la consapevolezza che Orvieto sta velocemente diventando una delle più importanti mete del turismo lento in Italia. E’ il bilancio di fine anno dei cammini dell’intrepido Larth e del miracolo del Corpus domini.
Il progetto di turismo lento, lanciato ad inizio 2024 da Emanuele Rossi, Luca Sbarra e Claudio Lattanzi, sta lentamente, ma progressivamente cambiando il volto del turismo locale con una costante accelerazione sul versante della destagionalizzazione dei flussi e dell’aumento dell’indice di permanenza.
Si tratta di una iniziativa sostenuta da privati a sostegno di altri imprenditori che sara’ presto implementata da un ambizioso piano di marketing turistico e territoriale. “All’inizio del nuovo anno –anticipano i promotori – sarà sottoposta all’attenzione del mondo imprenditoriale un progetto che si propone di incrementare in maniera ancora più significativa le presenze turistiche attraverso la creazione di nuovi cammini, ma anche con il ricorso ad una serie di iniziative volte a sostenere la crescita di tutte le aziende del territorio orvietano, non solamente nell’ambito turistico“.
E’ morta all’età di 100 anni Maria Sole Agnelli, figlia di Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte, Maria Sole era la sorella di personalità celebri come Gianni Agnelli, noto come “l’Avvocato”, Susanna Agnelli, Umberto, Clara, Cristiana e Giorgio.
Un secolo di vita segnato da impegni sociali, politici e sportivi. Che hanno toccato anche l’Umbria, con il suo incarico di sindaco del Comune di Campello sul Clitunno dal 1960 al 1970, diventando un simbolo della partecipazione femminile in politica in un’epoca in cui era ancora rara.
Eppure, Maria Sole Agnelli non amava essere sotto i riflettori spesso accesi sulla sua famiglia.
Sposata due volte, nel 1953 con il conte Ranieri Campello della Spina, scomparso prematuramente nel 1959, ha avuto quattro figli: Virginia, Argenta, Cintia e Bernardino. Dal secondo matrimonio, nel 1964, con il conte Pio Teodorani-Fabbri, deceduto nel 2022, è nato Edoardo.
Ma soprattutto Maria Sole ha ha lasciato un segno nel mondo della cultura e dell’educazione, ricoprendo dal 2004 al 2018 la carica di presidente della Fondazione Agnelli, istituzione di grande prestigio che sostiene progetti in ambito educativo, culturale e di ricerca scientifica. Nel 2018, ha passato il testimone al nipote John Elkann, concludendo un periodo di leadership efficace e discreta.
Maria Sole Agnelli era una grande appassionata di equitazione, un interesse che l’ha resa una figura di riferimento nel mondo equestre italiano. Proprietaria di cavalli da competizione, ha visto uno dei suoi esemplari conquistare la medaglia d’argento nella disciplina individuale di completo ai Giochi Olimpici di Monaco del 1972.
Appresa la notizia, la Fondazione Festival dei Due Mondi, a nome del presidente Andrea Sisti, sindaco della città di Spoleto, del direttore Artistico Daniele Cipriani e di tutto lo staff e dei collaboratori, apprende con profonda tristezza la notizia della scomparsa di Maria Sole Agnelli.
Maria Sole Agnelli, ha dedicato la sua vita alle istituzioni, alla comunità e alla promozione della cultura. Fu Sindaco di Campello sul Clitunno negli anni Sessanta, portando un forte impegno civico e culturale nel tessuto della comunità umbra.
Nel 1962, in qualità di sindaco di Campello sul Clitunno, fu promotrice della nascita e del sostegno alla Fondazione del Festival dei Due Mondi, contribuendo in modo significativo alla creazione di un progetto culturale che avrebbe trasformato Spoleto in uno dei poli internazionali dell’arte, della musica, del teatro e della cultura. Questa visione pionieristica e lungimirante ha segnato profondamente le prime fasi di sviluppo del Festival e ne ha consolidato la missione di ponte tra culture, discipline artistiche e comunità.
Con la sua capacità di unire senso civico, patrimonio culturale e visione sociale, Maria Sole Agnelli ha incarnato fin dalle origini lo spirito di apertura e dialogo che ancora oggi anima il Festival dei Due Mondi, contribuendo a farne un luogo di incontro e di eccellenza artistica su scala internazionale.
“A nome di tutta la Fondazione – si legge nella nota – desideriamo esprimere le nostre sentite condoglianze alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutte le comunità che hanno avuto il privilegio di conoscerla e apprezzarla. La sua eredità umana e culturale resterà fonte di ispirazione per le future generazioni e per tutti coloro che operano nel mondo della cultura e dello spettacolo”.
Nella conferenza stampa di fine anno, in cui insieme ai suoi assessori ha fatto il punto sull’attività svolta nel 2025 e sulle prospettive per i prossimi anni di mandato, la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, ha toccato anche alcuni temi economici.
Accordi con il Governo e fondi per lo sviluppo economico
I risultati più importanti ottenuti per lo sviluppo economico della Regione – ha detto – sono stati l’Accordo di programma per 1,2 miliardi di investimenti sulla Acciai speciali Terni, l’ingresso nella Zona Economica Speciale (ZES) e la parziale revisione dell’Accordo di Coesione FSC 2021-2027, che finanzierà nuove infrastrutture urbane finalizzate al sistema del trasporto locale e alcune opere di rigenerazione urbana. Risultati, ha riconosciuto, ottenuti attraverso la collaborazione con il Governo nazionale.
Inoltre, sono stati ottenuti fondi statali per 3 milioni di euro per il Giubileo – risultato per il quale ha rivendicato l’azione della sua amministrazione – che sono stati utilizzati per migliorare i servizi di trasporto, accoglienza e sicurezza, che hanno portato l’Umbria a registrare numeri straordinari in termini di flussi turistici nel 2025. Questi interventi rappresentano una preparazione per il centenario del 2026, per il quale è in fase di preadozione un disposto normativo regionale.
Ricostruzione post-sismica
Quanto alla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 2016 in Umbria, a fronte di un totale di 5325 istanze presentate all’Ufficio Speciale Ricostruzione, ben 3845 risultano concesse per un importo totale richiesto di oltre € 1.956.099.219,00 di cui € 1.441.694.418 concessi e € 895.805.229 liquidati.
Il 90% delle pratiche sono già avviate. Su tutto spicca l’inaugurazione della Basilica di San Benedetto, che sarà a breve seguita dall’apertura degli ospedali di Cascia e Norcia, dall’inizio dei lavori su palestre scolastiche e su tante opere pubbliche e private. Inoltre, grazie a un grande sforzo congiunto del Commissario con il Governo e i Presidenti delle Regioni, è stata garantita la copertura per migliaia di cantieri che sarebbero stati messi in crisi dal termine del Bonus 110%.
La Regione ha incluso il sisma di Umbertide del 2023 nel cratere sismico, affidando alla Protezione Civile Regionale e all’Ufficio Speciale per la Ricostruzione la gestione rispettivamente della fase emergenziale e di quella ricostruttiva.
Tasse e manovra
Rispondendo alle domande dei giornalisti sulla Manovra, la presidente Proietti ha ribadito la necessità di approvarla per evitare un deficit strutturale dell’Ente. Ricordando che l’aumento dell’Irpef toccherà il 27% dei percettori di reddito. Non escludendo, sulla base degli indicatori economici e sociali della situazione umbra alla fine del triennio, possibili interventi per attenuare gli aumenti Irpef e quello Irap per le imprese che scatterà dal primo gennaio 2026.
Nell’Italia che ha il record in Europa di donne che hanno un lavoro indipendente (il 16% contro una media Ue del 10,6%), in Umbria più di un quarto delle imprese sono al femminile. Sono infatti 19.743 le imprese nell’isola che hanno come titolari donne, su un totale di 77.988 aziende, pari al 25,3%.
Una percentuale superiore alla media italiana, che è del 22,7%. E che pone l’Umbria al quarto posto tra le regioni italiane.
Certo, quando si parla di auto-impiego bisogna fare attenzione a quelle forme contrattuali che in realtà possono nascondere un lavoro subordinato svolto con minori tutele ed oneri da parte degli imprenditori, che si servono di personale con partita Iva. Ma comunque il dato sull’imprenditoria femminile mostra anche una certa intraprendenza delle donne in economia.
La Cgia evidenzia almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale.
Il primo è strutturale ed è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità.
Il secondo fattore è motivazionale e riguarda ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità; questo aspetto sembra rispecchiare maggiormente la sensibilità femminile. Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi insieme a quelli familiari. Inoltre, coloro che si trovano in condizioni di inattività a causa della nascita di un figlio incontrano notevoli difficoltà nel reinserirsi nel mercato del lavoro. L’autoimpiego si è dunque affermato come uno degli strumenti più efficaci per riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare i propri obiettivi e aspirazioni nella speranza di ottenere risultati economici gratificanti e una maggiore indipendenza.
Dal secondo trimestre 2019 al secondo trimestre 2025 il credito reale alle imprese umbre è sceso più di un quarto. Rispetto al 2018 la contrazione raggiunge addirittura il 36,6% Al netto dell’inflazione sono evaporati quasi 3,5 miliardi di euro, che diventano oltre 5,1 miliardi nel confronto più lungo con il 2018. Le costruzioni segnano un crollo del 62% E tra 2024 e 2025 il credito continua a ridursi di un ulteriore 5,5%, contro il -1% dell’Italia.
Sono dati allarmanti quelli che emergono dall’analisi condotta dalla Camera di Commercio dell’Umbria sui dati ufficiali della banca dati statistica della Banca d’Italia. Prendendo a riferimenti valori espressi in termini reali, ossia al netto dell’inflazione, grazie a una rielaborazione che utilizza i dati Istat sui prezzi al consumo.
Il commento del presidente Mencaroni
Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il credito alle imprese umbre si è ridotto anno dopo anno e oggi il conto è evidente. Quando mancano risorse finanziarie, mancano anche investimenti e prospettive di crescita. Il problema non riguarda solo le banche o le imprese, ma l’intero sistema economico regionale. Serve ricostruire fiducia, perché senza fiducia il credito non riparte. Occorre rimettere in moto il dialogo tra imprese e sistema bancario. E creare condizioni che rendano conveniente tornare a investire in Umbria. È una sfida decisiva per il futuro della regione”.
Dal pre-Covid a oggi: una contrazione che si è stratificata nel tempo
Il confronto temporale mostra con chiarezza la portata del fenomeno. Tra il secondo trimestre 2025 e il secondo trimestre 2019, ultimo anno prima della crisi pandemica, il credito reale alle imprese umbre si è ridotto del 28,3%. Estendendo il confronto al 2018, la contrazione raggiunge -36,6%. Si tratta di un dato più negativo della media nazionale e che colloca l’Umbria in una posizione di difficoltà anche rispetto a molte altre regioni del Centro Italia.
Questa riduzione non è avvenuta in un solo momento, ma si è accumulata nel corso degli anni, attraversando fasi diverse: l’espansione post-Covid sostenuta da politiche monetarie straordinariamente espansive, il successivo irrigidimento legato all’aumento dei tassi di interesse a partire dal 2022 e, infine, la fase più recente, in cui la discesa dei tassi non ha prodotto una ripresa del credito.
Miliardi di euro in meno per il sistema produttivo
Osservando i valori assoluti, la dimensione della perdita diventa ancora più evidente. In termini reali, tra il 2019 e il 2025 quasi 3,5 miliardi di euro di credito alle imprese sono venuti meno. Se il confronto viene effettuato con il 2018, la riduzione supera i 5,1 miliardi di euro. Si tratta di risorse che, nel tempo, non hanno più alimentato investimenti, liquidità aziendale e processi di crescita, incidendo direttamente sulla capacità competitiva del tessuto produttivo regionale.
Settori colpiti in modo asimmetrico
La contrazione del credito non ha interessato in modo uniforme i diversi comparti. Le costruzioni risultano il settore più penalizzato, con una riduzione reale del credito del 62%, che raggiunge -63,2% in provincia di Perugia e -58,9% in quella di Terni. Seguono i servizi, con -36,8%, e l’industria manifatturiera, che registra -26,1%, ma con una penalizzazione particolarmente marcata nel Ternano (-37,1%).
Il ruolo degli intermediari bancari
Dal lato dell’offerta, la contrazione del credito riflette comportamenti differenziati. Le banche classificate dalla Banca d’Italia come “piccole” sono quelle che hanno ridotto maggiormente l’esposizione, con -29,6% tra il 2019 e il 2025. Seguono le banche “minori” e quelle “medie”. Le banche maggiori, pur riducendo anch’esse il credito, hanno contenuto la flessione al 17,4%, segnalando una maggiore capacità di tenuta.
Prestito medio in calo e divario territoriale
Nel 2025, un’impresa umbra dispone in media di 114 mila euro di credito bancario, contro una media nazionale di 133 mila euro. Nel Centro Italia il Lazio registra 154 mila euro, la Toscana 129 mila, mentre le Marche risultano sostanzialmente allineate all’Umbria. Il confronto storico conferma il ridimensionamento: nel 2019 il prestito medio in Umbria era pari a 155 mila euro, a testimonianza di una perdita progressiva di capacità finanziaria.
Il dato più recente conferma la tendenza
L’analisi dell’ultimo anno mostra che la dinamica non si è arrestata. Tra il secondo trimestre 2024 e il secondo trimestre 2025, il credito reale alle imprese umbre si è ulteriormente ridotto del 5,5%, pari a oltre 514 milioni di euro. Una contrazione nettamente superiore a quella registrata a livello nazionale e nel resto del Centro Italia, che rafforza l’idea di una fragilità strutturale del contesto regionale.
Credito e investimenti: un legame che si è indebolito
Come evidenziato dai rapporti della Banca d’Italia – Filiale di Perugia, la contrazione del credito è il risultato di una domanda più debole da parte delle imprese, legata a investimenti contenuti e a un clima di fiducia ancora basso, e di politiche di offerta prudenti da parte degli intermediari bancari. Le imprese richiedono meno finanziamenti perché investono meno; le banche, a loro volta, mantengono criteri selettivi, soprattutto verso micro e piccole imprese, che rappresentano una parte rilevante del sistema produttivo umbro.
Una questione strutturale che guarda avanti
La riduzione del credito procede così di pari passo con investimenti privati modesti, rallentamento dell’edilizia dopo la fine degli incentivi fiscali e una crescita economica contenuta, sostenuta soprattutto dagli investimenti pubblici e dal PNRR, che non compensano pienamente la debolezza della domanda privata. Il quadro che emerge non riguarda soltanto il passato recente, ma chiama in causa le prospettive di sviluppo dell’Umbria: riattivare il circuito tra credito, investimenti e crescita resta una condizione essenziale per rafforzare la competitività del sistema economico regionale nei prossimi anni.
A un mese dalla fine del 2025 l’Umbria si conferma anche quest’anno una delle regioni con la maggiora incidenza di morti sul lavoro rispetto al totale degli occupati dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering.
In Umbria i decessi quest’anno sono stati 15. Quattro nella provincia di Terni, dove l’incidenza è di 44,6 su 89.730 occupati totali. Incidenza molto elevata anche a Perugia (38,8) con 11 decessi su 283.327 occupati.
IN ITALIA
Da gennaio a ottobre 2025, sono 896 le vittime sul lavoro in Italia, delle quali 657 in occasione di lavoro (come ad ottobre 2024) e 239 in itinere (6 in più rispetto al 2024).
La maglia nera per il maggior numero di vittime in occasione di lavoro va ancora alla Lombardia (86). Seguono: Veneto (70), Campania (62), Emilia-Romagna (56), Piemonte (55), Sicilia (53), Puglia (48), Lazio (45), Toscana (41), Liguria (22), Marche (21), Trentino-Alto Adige e Calabria (16), Umbria e Abruzzo (15), Sardegna (14), Basilicata (11), Friuli-Venezia Giulia (8), Molise (2) e Valle d’Aosta (1).
IL FENOMENO INFORTUNISTICO PER ETÀ: GLI OVER 65 SONO I PIÙ COLPITI
L’Osservatorio mestrino elabora anche l’identikit dei lavoratori più a rischio per fascia d’età e lo fa sempre attraverso le incidenze di mortalità (numero di decessi per milione di occupati).
Nei primi dieci mesi dell’anno, guardando le vittime in occasione di lavoro, l’incidenza più elevata si registra nella fascia d’età degli ultrasessantacinquenni (86,9) e in quella compresa tra i 55 e i 64 anni (45,0), seguita dalla fascia di lavoratori tra i 45 e i 54 anni (27,3).
Numericamente, invece, la fascia più colpita dagli infortuni mortali in occasione di lavoro è quella tra i 55 e i 64 anni (240 vittime su un totale di 657).
DONNE E INFORTUNI MORTALI: DIMINUISCONO IN OCCASIONE DI LAVORO, AUMENTANO IN ITINERE
In totale sono 74 le donne decedute nei primi dieci mesi del 2025 (1 in meno rispetto al 2024). Di queste, 36 hanno perso la vita in occasione di lavoro (11 in meno dello scorso anno) e 38 in itinere (10 in più del 2024), cioè nel percorso casa-lavoro.
LAVORATORI STRANIERI: RISCHIO MORTALE ANCORA PIÙ CHE DOPPIO
Sono 205 gli stranieri vittime di infortuni sul lavoro, su un totale di 896; 145 sono deceduti in occasione di lavoro e 60 in itinere. Il rischio di morte sul lavoro risulta essere più che doppio rispetto a quello per i lavoratori italiani. Infatti, gli stranieri registrano 57,7 morti ogni milione di occupati, contro i 23,9 italiani.
IL SETTORE PIÙ COLPITO
Alla fine di ottobre 2025 il settore più colpito è quello delle Costruzioni, con 119 decessi in occasione di lavoro; seguito da Attività Manifatturiere (98), Trasporti e Magazzinaggio (84) e Commercio (57).
Aumentano in Umbria le aziende segnalate come insolventi dalla Centrale dei rischi. Quelle, cioè, che hanno ottenuto credito e che faticano a rispettare le scadenze della restituzione. Nella regione – secondo l’elaborazione fatta dall’Ufficio studi della Cgia – le imprese insolventi sono passate in un anno da 2.185 a 2.256, con un incremento del 3,2%, di poco inferiore alla media nazionale che è del +3,6%.
Pesa la crescita dei casi nella provincia di Perugia, passati da 1.593 a 1.693 (+6,3%). Al contrario, nella provincia di Terni si assiste ad una contrazione del fenomeno dell’ultimo anno, con le imprese segnalate che sono passate da 592 a 563 (-4,9%).
L’aumento delle imprese in difficoltà nel Perugino rischia di favorire fenomeni illegali, come l’usura. Un rischio legato anche alla ripresa della stretta del credito bancario che si registra in Italia, come evidenzia la Cgia: dal 2011 ad oggi sono crollati i prestiti alle imprese italiane. A fronte dei 1.017 miliardi di euro erogati verso la fine del 2011, si è scesi a poco più di 711 miliardi nel febbraio 2020 (inizio pandemia).
Dopo l’incremento avvenuto durante il periodo Covid che ad agosto 2022 aveva innalzato lo stock erogato a 757,6 miliardi di euro, è ripresa la riduzione e a settembre di quest’anno si è attestata a poco meno di 667 miliardi. In 12 anni, rispetto al picco massimo erogato nel 2011, le imprese hanno perso 350 miliardi di prestiti bancari, pari al -34,4%.
La Regione Umbria ha convocato per il 12 dicembre Unicoop Etruria e le organizzazioni sindacali (con le quali avrà un preventivo incontro il 9) a seguito delle preoccupazioni per i tagli prospettati dopo la presentazione a Roma del nuovo piano industriale della cooperativa nata dalla fusione tra Coop Centro Italia e Unicoop Tirreno.
I sindacati parlano di una ipotizzata riduzione di personale di 180 unità nelle due sedi di Vignale e Castiglione del Lago, della eventuale dismissione di 24 punti vendita – dove sono occupati circa 340 dipendenti – e possibili cessioni a soggetti altri di individuare sul mercato.
La Regione ricorda che nel corso dell’attuazione del processo di fusione per incorporazione tra Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia, argomentato con la necessità di far fronte alla crisi del mercato, la nascente azienda unica si era impegnata a “non procedere, in ogni caso a risoluzioni traumatiche dell’occupazione, ovvero a risoluzioni unilaterali del rapporto di lavoro per ragioni connesse o derivanti dal processo di fusione”.
Rassicurazioni ribadite poi a seguito delle preoccupazioni espresse unitariamente dall’Assemblea regionale, relativamente alla volontà di non attivare alcuna procedura di licenziamento per quello che riguarda i dipendenti per i quali sarebbero state, invece, prefigurate, per un numero limitato di essi, uscite volontarie incentivate o percorsi di accompagnamento alla pensione.
Anche rispetto alla riorganizzazione dei punti vendita, l’impegno – ricorda la Regione – era quello di ricollocare il personale dei negozi accorpati in un unico punto vendita.
Impegni che ora la Regione chiede vengano rispettati nel Piano industriale.
In tal senso si è inteso immediatamente convocare i sindacati per il giorno 9 dicembre presso la Presidenza della Regione, per un confronto nel merito delle questioni sottoposte dall’azienda sul tavolo nazionale di confronto.
Collateralmente è convocato per il giorno 12 mattina un incontro in Regione con l’azienda e le organizzazioni sindacali per un primo confronto sulle ripercussioni occupazionali e di sviluppo del piano industriale della nuova compagine cooperativa interregionale.
La Giunta Regionale sta agendo, come in ogni occasione, con l’intento di difendere i livelli occupazionali attuali in intesa con le organizzazioni sindacali, oltre che tutelare la presenza in regione di una fondamentale rete di distribuzione alimentare e di partecipazione dei consumatori-soci.
L’economia perugina non è ferma, ma non riesce a decollare. Le imprese lavorano, producono, assumono, sembrano reagire. Ma il quadro complessivo restituisce l’immagine di una città che fa molta strada senza riuscire davvero ad avanzare.
È quanto emerge con nettezza dai dati elaborati dalla Camera di Commercio dell’Umbria. Numeri che, presi singolarmente, offrono perfino segnali confortanti, ma che messi insieme raccontano una storia diversa, fatta di energia che non diventa valore.
I numeri dell’economia perugina
Il tessuto imprenditoriale, a prima vista, tiene bene. Nel terzo trimestre 2025 le imprese attive sono 13.964, con una dimensione media di 4,5 addetti, superiore alla media regionale (3,7) e in linea con quella italiana. Anche la dinamica dell’ultimo decennio è coerente: Perugia passa da 4,1 a 4,5 addetti medi per impresa, in linea con l’andamento di Italia e Umbria. Gli addetti crescono: 63.064, pari a un +8,5% rispetto al 2015, un ritmo più veloce sia del dato nazionale (+5,1%) sia di quello umbro (+4,5%). Un tessuto vivo, che si espande e si adatta, almeno in termini quantitativi.
Il dato sulle imprese di capitali è ancora più significativo. Nel 2024 il valore della produzione medio supera i 6,261 milioni di euro, quasi il doppio della media italiana e molto oltre il dato regionale. Anche la crescita del valore della produzione è robusta: +47,2% rispetto all’ultimo anno pre-Covid, una performance superiore ai valori nazionale e umbro. Un risultato che dimostra la capacità di molte aziende di leggere il mercato e riposizionarsi, pur dentro un contesto cittadino che mostra segnali di fatica.
Eppure, dietro questi segnali incoraggianti, si nasconde la zavorra che da anni rallenta Perugia: la redditività troppo bassa. Se il fatturato corre, ciò che resta alle imprese dopo aver coperto i costi corre molto meno. L’Ebitda margin – il margine operativo lordo in rapporto al valore della produzione – si ferma nel 2024 al 6,5%, contro il 9,3% della media italiana e il 9% del Centro (calcolato su Umbria, Marche e Toscana). È inferiore anche all’8,3% della media umbra.
Non si tratta di un episodio, ma di una condizione strutturale. Dal 2019 al 2024 l’Ebitda delle imprese di capitali perugine è rimasto costantemente più basso rispetto a quello di Italia e Umbria, pur mostrando una crescita graduale. Il divario resta però ampio, e quel divario ha conseguenze concrete: riduce lo spazio per gli investimenti, limita la capacità di innovare e impedisce quel salto competitivo che la città attende da tempo. Le imprese fatturano, ma guadagnano troppo poco rispetto allo sforzo sostenuto. Si aumenta il volume, ma non la capacità di trasformarlo in risorse per il futuro.
Come sta cambiando il sistema imprenditoriale
Il secondo elemento chiave è la trasformazione della composizione delle imprese tra 2015 e 2025. Qui i dati rivelano un cambiamento profondo, che riflette sia l’evoluzione demografica sia i nuovi bisogni della città.
La manifattura registra un arretramento del 12,1% nel numero delle attività e del 5,4% negli addetti. Le costruzioni perdono il 7,2% delle imprese, ma aumentano gli occupati (+7,9%), segno di una concentrazione delle attività e di una domanda più orientata alla riqualificazione edilizia. Il commercio segna un calo netto: -18,5% di attività e -4,5% di addetti, una riduzione che riflette le trasformazioni delle abitudini dei consumatori e il peso crescente del digitale. I trasporti e magazzinaggio crollano del 25,6% in termini di imprese, mentre gli addetti calano solo del 2,3%, segnale di una maggiore concentrazione del settore.
Al contrario, emergono con grande forza i settori in crescita. Le attività artistiche, sportive e di intrattenimento crescono del 44,5%, fotografando una domanda crescente di servizi legati al tempo libero e al benessere. Le attività sanitarie e di assistenza sociale aumentano del 37,2%, passando da 1.468 a 2.473 imprese: un dato che riflette l’invecchiamento della popolazione e la crescente richiesta di servizi socio-sanitari. Il settore turistico registra una crescita lieve nel numero delle attività (+1,5%), ma significativa negli addetti (+15%), a conferma di un orientamento verso servizi più strutturati. Le attività immobiliari segnano un aumento del 20% delle imprese e del 14% degli addetti, mostrando un mercato vivace e in continua trasformazione.
In sintesi: Perugia si sposta dai settori tradizionali a quelli legati ai servizi alla persona, al tempo libero, alla cura, al turismo e al mercato immobiliare. Una vera metamorfosi che racconta una città sempre più orientata ai servizi e meno alla produzione, più dipendente dalla domanda interna che dalle catene del valore globali.
Un sistema che vive, ma non si rafforza
Cresce il fatturato, aumentano gli addetti, cambia la composizione del tessuto produttivo. Eppure, la debolezza della redditività rimane il punto dolente. Le imprese perugine portano a casa margini troppo esigui per investire e innovare, e l’intero sistema economico ne risente. Perugia si muove, ma non decolla. Lavora molto, ma rende troppo poco.
La sfida dei prossimi anni è chiara: trasformare quantità in qualità, spostare il baricentro dalla semplice crescita del volume d’affari alla crescita della produttività. Perché solo un sistema che riesce a trattenere valore può generare sviluppo stabile, duraturo e capace di dare a Perugia lo slancio che merita.
Il commento del presidente Mencaroni
Dati che Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, commenta così: “Questi numeri confermano che Perugia ha energie, competenze e una vitalità imprenditoriale che non si è mai spenta, ma mostrano anche quanto sia urgente trasformare questa vivacità in valore stabile. Non basta crescere in quantità: dobbiamo mettere le imprese nelle condizioni di far crescere qualità, produttività e redditività. Le aziende stanno dimostrando una capacità di adattamento notevole, ma serve un contesto che renda gli investimenti più sostenibili e gli sforzi più remunerativi. Come Camera di Commercio continuiamo a lavorare su dati, servizi e strumenti che aiutino le imprese a orientarsi, innovare e rafforzarsi. È su questo terreno che si misura la competitività di un territorio e la sua capacità di trattenere talenti, lavoro e opportunità. Perugia può fare di più e meglio: i dati lo indicano con chiarezza, e ora occorre agire con lucidità, continuità e visione, perché il futuro economico della città si costruisce adesso, non domani”.
“Gli alveari in Umbria stanno morendo”. A lanciare l’allarme il presidente di Naturalmiele durante il Forum degli Apicoltori del Mediterraneo, a Foligno, in occasione di Mielinumbria, la manifestazione che si concluderà domenica 23, a Palazzo Trinci, tra mostra mercato, show cooking e laboratori.
Un appuntamento che per due giorni trasforma Foligno in un hub internazionale dedicato al mondo delle api, alla sostenibilità e alla cooperazione tra i Paesi del bacino mediterraneo. Organizzato dal Comune di Foligno, FedApimed, APAU, Felcos Umbria, in collaborazione con Naturalmiele e con il patrocinio della Regione Umbria, il Forum rappresenta uno dei momenti più qualificanti dell’intera manifestazione, con l’obiettivo di affrontare temi cruciali legati alla produzione apistica, ai cambiamenti climatici e alle nuove strategie di sostenibilità. Un confronto andato in scena nella sala conferenze di Palazzo Trinci, mentre nel chiostro sono proseguite la mostra mercato, le degustazioni guidate e gli show cooking (a cura di Gigì Passera) e i laboratori organizzati da Naturalmiele, tutti ad ingresso gratuito.
Il quadro umbro
A fotografare lo stato dell’arte dell’apicoltura del Cuore Verde è Beniamino Romildo, presidente di Naturalmiele: “Un allarme riguarda il calo dei nostri alveari, un fenomeno su cui incidono sia gli eventi climatici sia gli effetti delle attività umane sull’ambiente. Per la nostra regione il forte decremento evidenziato nel 2024 – un calo del 9% rispetto al 2023, contro la media nazionale dell’1,5% – non si era mai registrato. Considerando che gli apicoltori umbri, sempre per lo stesso periodo, sono aumentati del 3% circa, contro il dato nazionale dell’1,25%, determinando quindi un allargamento della forbice della perdita degli alveari. Si tratta quindi di un dato che stiamo monitorando con grande attenzione. Le associazioni stanno seguendo l’andamento per capire se si tratta di un calo occasionale o di una tendenza stabile. Attualmente – sottolinea ancora Romildo – siamo nella fase di rilevamento dei dati 2025, i cui risultati definitivi saranno disponibili a gennaio. Solo allora sarà possibile effettuare valutazioni ponderate sulle azioni da intraprendere. Dai primi rilievi, però, possiamo già affermare che la situazione non sembra essere migliorata rispetto allo scorso anno. È stata registrata una moria significativa dovuta alla varroa (un acaro particolarmente aggressivo), ma permangono anche alcuni casi di mortalità delle colonie per i quali, al momento, non esiste ancora una spiegazione chiara”.
I lavori della prima giornata
Tanti gli interventi che si sono susseguiti nelle sessioni della prima giornata focalizzata su impatti ambientali e gestione produttiva. Ad aprire i lavori sono stati i rappresentanti delle istituzioni e delle principali associazioni apistiche italiane e straniere, alla presenza delle delegazioni provenienti da una decina di Paesi dell’area del Mediterraneo, come Marocco, Algeria, Egitto, Palestina, Giordania, Siria, Libano e Iraq, insieme ai produttori, ricercatori ed esperti del settore. La prima giornata si è focalizzata su impatti ambientali e gestione produttiva. Dopo i saluti istituzionali dell’assessore regionale alla cooperazione internazionale, Fabio Barcaioli, del vicesindaco di Foligno Riccardo Meloni (presente anche l’assessore comunale al Turismo, Michela Giuliani), dell’assessore David Grohmann del Comune di Perugia, si sono alternati, tra gli altri, gli interventi dell’Ambasciatore della Slovenia in Italia, Matjaz Longar, del presidente FedApimed, Vincenzo Panettieri. La mattinata ha visto gli interventi tecnici dedicati agli impatti ambientali sull’apicoltura mediterranea, con analisi sulle criticità del settore e testimonianze delle delegazioni estere, che hanno condiviso scenari e problemi comuni: variazioni climatiche, perdita di biodiversità, nuovi parassiti, difficoltà nella gestione delle colonie. Mentre nel pomeriggio i lavori sono proseguiti con la sessione dedicata a gestione apistica e produttività, con contributi scientifici e casi studio provenienti da diversi Paesi. Un’occasione preziosa per confrontarsi su tecniche, innovazioni e modelli produttivi sostenibili. Le attività del Forum sono state trasmesse in diretta streaming sulla pagina Facebook di Felcos Umbria, permettendo la partecipazione anche a distanza. Proseguiranno domani, domenica 23 novembre, dalle ore 9.30, con la tavola rotonda “Per una politica apistica mediterranea”, momento di sintesi e visione strategica che coinvolgerà rappresentanti del mondo della politica nazionale e di quello accademico, enti locali e organizzazioni professionali. Seguiranno poi la sessione “Apicoltura e territori: i Comuni amici delle api” e le conclusioni dedicate alle prospettive future di collaborazione tra i Paesi mediterranei.
Programma di domenica
Ore 9, saluti istituzionali: Michela Giuliani, assessore Turismo del Comune di Foligno; Simona Meloni, assessore Agricoltura Regione Umbria; Lorenzo Mariani, segretario regionale Confcooperative Umbria; Sabah Alhissnawi, vice presidente FEDAPIMED.
Ore 9.50, tavola rotonda “Per una politica apistica mediterranea” con: Vincenzo Panettieri, presidente FEDAPIMED -Federazione apicoltori Mediterraneo, Abdal Sabbat Khali, FAO; Riccardo Terriaca, Miele in Cooperativa; Marco Moretti, UNAAPI – Unione nazionale associazioni apicoltori italiani; Giancarlo Quaglia, Lifeanalytics; Monica Vercelli, IHC – International Honey Commission; Fathy Beaihry Abu, Arab Beekeepers Union; Riccardo Babini, Honey Working Group – COPA COGECA (Committee of Professional Agricultural Organisations-General Confederations of Agricultural Cooperatives).
Ore 12, quinta sessione, conclusione dei lavori con Luca Ciampelli, presidente APAU; Vincenzo Panettier, presidente FEDAPIMED e Marco Pellegrini, Ministero Politiche Agricole – Università della Tuscia.
Ore 16.30, I fiori del miele, degustazione guidata di mieli del Mediterraneo.