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L’Umbria recupera imprese | Gli ultimi dati Movimprese e l’analisi

Nel terzo trimestre 2025 nella regione il numero delle aziende in Umbria è continuato a crescere. Il recupero nel numero delle imprese quindi prosegue, ma il confronto con un anno fa resta ancora negativo. Segnali di vitalità per le società di capitale, anche se la distanza dal resto del Paese si allarga.

Il risultato è comunque importante: mentre l’Italia e il Centro tirano il fiato, segnando una leggera flessione dopo il rimbalzo primaverile, l’Umbria si muove in controtendenza, confermando un tessuto imprenditoriale che prova a ritrovare equilibrio e fiducia dopo che, fino a due trimestri fa, aveva evidenziato una fase difficile.

Questo il quadro dell’imprenditoria umbra che emerge dai dati di Movimprese di Infocamere, la piattaforma del sistema camerale italiano che fotografa la dinamica delle imprese sul territorio. Nel trimestre luglio-settembre 2025, le imprese umbre iscritte al Registro camerale sono 90.440, in aumento di 132 unità rispetto al secondo trimestre.

Il confronto annuale
Se però il confronto si sposta su base tendenziale, cioè rispetto allo stesso periodo del 2024, il quadro cambia. Un anno fa le imprese registrate erano 91.088: il saldo negativo è di 648 aziende, pari a un calo dello 0,7%.
In Italia la flessione è del 0,6%, nel Centro del 0,5%.
Un quadro dunque ambivalente: bene nel confronto ravvicinato, meno brillante nel confronto annuale. Ma la direzione di marcia è tornata quella giusta, e questo è il segnale che più conta in una fase ancora incerta.

Dieci anni di trasformazioni
Se si guarda al decennio 2015-2025, l’Umbria registra una contrazione più marcata rispetto alla media nazionale e al Centro Italia. Dieci anni fa, nel terzo trimestre 2015, le imprese iscritte erano 95.422, quasi 5.000 in più rispetto a oggi.
Il calo complessivo è quindi del 5,2%, contro il -3% dell’Italia e il -3,6% del Centro.
Un arretramento che racconta le difficoltà di un territorio colpito duramente dalle crisi globali, ma anche la capacità di adattamento di chi è rimasto, investendo in nuovi modelli organizzativi e digitali.

Le società di capitale tornano a muoversi
Segnali incoraggianti arrivano dalle società di capitale, considerate un termometro della solidità di un sistema produttivo. Nel terzo trimestre 2025 l’Umbria ne conta 25.907, pari al 28,6% del totale delle imprese.

Un valore ancora distante dalla media nazionale del 33,4%, ma in crescita rispetto ai trimestri precedenti: +200 società rispetto al secondo trimestre, dopo un rimbalzo già avviato nella primavera 2025.
Sul fronte annuale, tuttavia, il bilancio resta in lieve rosso: tra il terzo trimestre 2024 e lo stesso periodo del 2025 si registra una flessione da 17.207 a 17.171 società di capitale.
È un arretramento minimo, ma che segnala come le imprese umbre più strutturate abbiano faticato più della media nazionale a reggere l’urto post-Covid, probabilmente perché più esposte in settori colpiti duramente dalle restrizioni o perché meno dotate di riserve e strumenti finanziari.

Una crescita ancora da consolidare
Nel lungo periodo, la quota delle società di capitale sul totale delle imprese umbre è comunque cresciuta in modo costante: era il 21,5% nel 2015, è salita al 25,8% nel 2019 e ha toccato il 28,6% nel 2025.
Ma la distanza con l’Italia, invece di ridursi, si è ampliata.
Se nel 2019 l’indice umbro era pari all’89,6% del dato nazionale, nel 2025 è sceso all’85,6%. Un gap che racconta un tessuto economico ancora troppo frammentato, dove la microimpresa resta il modello prevalente.
Eppure, rispetto al 2015, l’Umbria ha guadagnato terreno: dieci anni fa era ferma all’81,2% dell’indice nazionale.

La mappa delle imprese umbre
Nel III trimestre 2025, la composizione per forma giuridica conferma la netta prevalenza delle imprese individuali, che restano la spina dorsale dell’economia regionale: 44.952 aziende, pari al 49,7% del totale.
Seguono le società di capitale, con 25.906 imprese (28,6%), e le società di persone, pari a 17.172 unità (19%).
Chiudono il quadro le altre forme giuridiche con 2.410 imprese, il 2,7% del totale.

Tra resilienza e reazione
La fotografia che emerge è quella di un’Umbria che prova a reagire pur restando fragile, come dimostra anche il calo su base annuale del numero delle imprese.
La fase di ricostruzione economica post-pandemia si intreccia con un processo di selezione naturale delle imprese: chi ha saputo innovare e digitalizzarsi regge, chi è rimasto ancorato a modelli tradizionali fatica.
Il messaggio, tuttavia, è chiaro: la vitalità del sistema imprenditoriale umbro non è spenta. È un segnale da leggere con attenzione e da sostenere con politiche mirate, capaci di rafforzare la struttura del tessuto produttivo, favorendo la transizione verso modelli d’impresa più solidi, capitalizzati e innovativi.

“I dati Movimprese del terzo trimestre 2025, dopo quelli positivi del II semestre – commenta il presidente della Camera di commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni – evidenziano un’Umbria che sta reagendo, anche in un contesto nazionale che torna a rallentare. È un segnale importante, perché dimostra che il sistema produttivo regionale ha ritrovato un po’ di fiducia e sta tornando a investire, dopo che fino a due trimestri fa aveva passato una fase difficile. Certo, la distanza con la media italiana resta, ma la direzione è quella giusta: serve continuità, non solo nel sostegno alle imprese ma anche nella semplificazione amministrativa e nell’accesso al credito. Il nostro compito, come Camera di Commercio, è accompagnare tutto questo, valorizzando chi scommette su qualità, digitalizzazione e capitale umano. L’Umbria non deve rinunciare a giocare un ruolo da protagonista in questa fase di transizione economica”.

Lavoro, è l’artigianato a trainare la ripresa dei piccoli centri terremotati

L’artigianato guida la ripresa dell’economia nelle zone terremotate. Se si esclude Spoleto, negli altri 14 comuni del cosiddetti “cratere” dieci anni dopo il sisma del 2016 si registra un +11% di addetti. Nello stesso periodo, l’Umbria ha visto un calo del 4,3% e l’Italia del 7,2%.

I dipendenti subordinati registrano un +39,5 (Umbria +1,5% e Italia -6,2%). Complessivamente imprese in calo dell’11,2%: questo significa che ce ne sono di meno, ma sono più strutturate e in grado di assicurare più occupazione.

E’ quanto mostra, in sintesi, il report della Camera di Commercio dell’Umbria, nell’ambito del Progetto Fenice.

Meno imprese, ma più addetti

L’analisi copre il decennio dal secondo trimestre 2015 al secondo trimestre 2025, includendo il 2019 come anno pre-pandemico. Nei comuni montani del cratere (Arrone, Cascia, Cerreto di Spoleto, Ferentillo, Montefranco, Monteleone di Spoleto, Norcia, Poggiodomo, Preci, Polino, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Sellano e Vallo di Nera) escludendo Spoleto che, essendo una città, ha dinamiche sue proprie differenti dalla situazione più omogenea esistente negli altri comuni, le imprese artigiane attive sono calate da 489 a 411, con una perdita dell’11,2%.

Numeri peggiori della media regionale (-5,5%) e nazionale (-4%). Ma dietro questa contrazione si cela un paradosso positivo: gli addetti sono aumentati dell’11%, passando da 1.008 a 1.149. Una dinamica positiva che va in direzione opposta rispetto al resto del Paese: l’Umbria ha perso 3.936 addetti (-4,3%), l’Italia addirittura 214mila (-7,2%).

È il segnale che, seppur meno numerose, le imprese artigiane rimaste hanno saputo irrobustirsi, assumere e crescere di dimensione. La media è salita da 2,1 a 2,8 addetti per azienda, ribaltando il rapporto con la regione che nel 2015 aveva valori più alti.

Tanti dipendenti subordinati

Il vero spartiacque è nella qualità dell’occupazione. Nei 14 comuni del cratere, i dipendenti subordinati – lavoratori dipendenti veri e propri, non familiari – sono aumentati del 39,5%: da 370 a 629. Un dato che fa impressione se confrontato con l’Umbria (+1,5%) e con l’Italia, che ha perso il 6,2%.

In parallelo i collaboratori familiari sono scesi da 638 a 520 (-20,2%). Nel 2015 erano quasi il doppio dei dipendenti, nel 2019 si erano equilibrati, nel 2025 i subordinati hanno preso il sopravvento. È la fine del modello tradizionale e l’inizio di un artigianato più moderno, che non si regge solo sul nucleo familiare ma apre le porte a professionalità esterne.

Un passaggio che segna la differenza tra resistere e competere. E che racconta come il terremoto, pur devastante, abbia accelerato una trasformazione che altrove fatica a decollare.

Male Spoleto

Se si include Spoleto, il quadro resta positivo ma si smorza. La città, con oltre 36mila abitanti – più di tutti gli altri 14 comuni messi insieme – riduce la crescita degli addetti allo 0,6% e frena l’aumento dei dipendenti al 9,1%.

Le dinamiche spoletine, più simili al trend regionale, non agganciano la stessa traiettoria di rafforzamento. Il cratere montano appare così come un contesto a sé, più coeso e più segnato dalla ricostruzione, mentre Spoleto segue un percorso urbano e meno trainato dall’emergenza post-sisma.

I settori che trainano

Dentro i numeri si vedono i mestieri che hanno beneficiato di più. In dieci anni, gli addetti legati all’alloggio e alla ristorazione sono quasi raddoppiati, da 109 a 213, spinti dalla presenza del personale dei cantieri della ricostruzione e dalla ripresa post terremoto di un certo flusso turistico.

La manifattura cresce da 831 a 879 addetti, segno che anche i settori tradizionali possono adattarsi. L’agricoltura artigiana rimane stabile con 79 addetti, mentre trasporti e magazzinaggio segnano una leggera contrazione. Le “altre attività di servizi”, che includono anche comparti innovativi, assorbono circa 400 occupati.

Oltre la ricostruzione

La domanda è inevitabile: cosa accadrà quando i cantieri finiranno? La ricostruzione ha agito da motore straordinario, ma non potrà durare all’infinito. Se non si consolida ora la crescita, il rischio è di perdere terreno.

La priorità è rendere strutturale l’irrobustimento, puntando su innovazione, formazione, filiere e attrazione di giovani. Non basta resistere: serve costruire un futuro competitivo. Il cratere montano ha dimostrato che l’artigianato può cambiare pelle anche nelle zone più fragili. La sfida è trasformare l’eccezione in regola, facendo di questi territori un laboratorio di resilienza che diventa sviluppo.

La sfida sociale e il Progetto Fenice

Accanto ai segnali positivi, resta aperta una sfida cruciale: quella demografica. Il cratere montano soffre infatti di spopolamento e invecchiamento della popolazione, con il rischio che la vitalità economica non trovi nuova linfa nelle generazioni future. Perché la crescita non resti un episodio legato solo alla ricostruzione, occorre attrarre giovani e competenze innovative, trasformando questi territori in luoghi capaci di offrire opportunità stabili. Le risorse del PNRR, la spinta della digitalizzazione e le opportunità della transizione verde possono diventare leve decisive per consolidare i risultati e garantire che l’artigianato del cratere resti competitivo anche oltre l’emergenza. E in questo contesto si inserisce il Progetto Fenice, nato dalla collaborazione fra Università per Stranieri di Perugia, Comune di Norcia, Camera di Commercio dell’Umbria e Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica, per aiutare concretamente a ricostruire il tessuto sociale, culturale ed economico delle aree colpite dal sisma.

La dichiarazione di Mencaroni

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi numeri ci dicono che la montagna umbra del cratere, pur ferita dal sisma del 2016, ha reagito con una sorprendente capacità di rafforzamento. Meno imprese ma più solide, più grandi, con più occupati, mentre la regione e l’Italia hanno perso terreno. La spinta della ricostruzione ha avuto un ruolo decisivo, ma la vera sfida è andare oltre e rendere strutturale questa crescita. Dobbiamo accompagnare le aziende nell’innovazione e nell’accesso a nuove competenze, perché l’artigianato non può restare legato soltanto all’onda lunga dell’emergenza. Il capitale umano è il cuore di questo processo – sottolinea Mencaroni – e come Camera di Commercio continueremo a sostenerlo con strumenti concreti di sviluppo territoriale. Perché non basta resistere: serve costruire un futuro competitivo. Il cratere montano ha dimostrato che l’artigianato può cambiare pelle anche nelle zone più fragili. La sfida – conclude – è trasformare l’eccezione in regola, facendo di questi territori un laboratorio di resilienza che diventa sviluppo”.

Consumi, quest’anno segnali di ripresa: ecco per cosa spendono gli umbri

Consumi in Umbria ancora sotto i livelli pre-crisi, ma con segnali di ripresa: il 2025 cresce dell’1,1% sul 2024. Lo rileva l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sui consumi delle famiglie italiane nei trent’anni 1995-2025.

Dati che danno una doppia lettura nel tempo. Se in Umbria i consumi pro capite restano infatti al di sotto dei livelli pre-crisi, fa sperare il segnale positivo, pur modesto, evidenziato quest’anno. Quel +1,1% rispetto al 2024, lo stesso dato della media italiana e delle regioni del Centro.

I dati nel dettaglio

Nel dettaglio, i consumi pro capite in Umbria, a prezzi costanti 2025, passano dai 19.378 euro del 1995 ai 21.532 euro attuali, con una crescita dell’11,1%. Nello stesso periodo, però, l’Italia registra un incremento del 14,4%, segno di una ripresa più sostenuta rispetto al dato regionale.

Il confronto con il 2007, anno di massimo storico, evidenzia come i consumi umbri siano ancora inferiori del 5,2%, mentre a livello nazionale la contrazione è più contenuta (-1%).

Rispetto al 2019, prima della pandemia, l’Umbria segna una crescita appena più sostenuta di quella nazionale (+3,3% Umbria contro il +2,9% Italia), ma resta al di sotto della media nazionale in valori assoluti: 21.532 euro contro 22.114 euro.

“Questi dati confermano che, pur in un quadro di moderata ripresa, la nostra regione fatica ancora a recuperare pienamente i livelli di spesa pre-crisi”, commenta Giorgio Mencaroni, presidente di Confcommercio Umbria.

“Il consumo delle famiglie è la leva principale per la crescita economica e l’occupazione: per questo è fondamentale rafforzare la fiducia e il potere d’acquisto, sostenendo redditi e riducendo la pressione fiscale. Insieme alle istituzioni dobbiamo lavorare per creare condizioni favorevoli a chi consuma e a chi produce, perché solo così potremo trasformare i segnali positivi in una ripresa stabile e duratura”.

Ufficio Studi Confcommercio: così i consumi

Ict e tempo libero trainano le nuove abitudini di acquisto. La rivoluzione tecnologica ha lasciato il segno nei comportamenti di spesa degli italiani: negli ultimi tre decenni la spesa pro capite per informatica e telefoni ha registrato una crescita vertiginosa, di quasi il 3.000%. In parallelo, anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero – in particolare i servizi culturali e ricreativi – hanno mostrato un progresso significativo, con un aumento reale di oltre il 120%. Ad eccezione del comparto tecnologico e del tempo libero, poche altre voci mostrano segnali strutturali di espansione.

Le spese per viaggi e vacanze (+18%) e ristorazione (+25,7%) – sebbene in ripresa – non hanno ancora recuperato completamente le perdite post-pandemiche. Al contrario, il contenimento della domanda di beni tradizionali continua a consolidarsi anche nel 2025, segno di una prudenza che riflette sia scelte culturali che incertezze percepite.

I beni tradizionali perdono centralità – Calano, invece, le categorie più consolidate: alimentari e bevande segnano un calo del 5,1% rispetto al 1995, l’abbigliamento perde lo 0,5% e i mobili ed elettrodomestici restano sostanzialmente stabili (+0,8%). In contrazione anche il consumo reale di energia domestica (-35,1%), dovuto principalmente alla crescente attenzione al risparmio e all’efficienza energetica, sebbene il prezzo unitario dell’energia sia cresciuto notevolmente.

Umbria terra di santi e… ballerini: i numeri dell’economia di discoteche e sale da ballo

Umbria terra di santi e… ballerini. La regione, che in genere pesa intorno all’1,4-1,5% a livello nazionale in termini di popolazione e Pil, nel comparto delle sale da ballo arriva a sfiorare il 4% del totale italiano, con quasi 1.500 addetti (il 69% dell’intero settore del relax e del divertimento). Nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, le sale da ballo umbre rappresentano il 20,1% delle imprese attive del comparto relax e divertimento (94 su 468), a fronte di una media nazionale del 7,8%. Non solo: assorbono da sole 1.469 addetti su 2.130 complessivi, pari al 69% degli occupati del settore.

L’economia del relax in Italia e in Umbria

Per inquadrare questi dati occorre considerare il contesto più ampio. L’“economia del relax e del divertimento” comprende sport, palestre, parchi, stabilimenti balneari, sale giochi, discoteche e altre attività legate al tempo libero. Non è un settore marginale, ma un ambito che incrocia turismo, socialità e benessere, generando occupazione e coesione.

Secondo l’analisi della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Unioncamere-InfoCamere e Movimprese (II trimestre 2025), in Italia sono attive 36.863 imprese del relax, con 116.185 addetti. In Umbria il comparto conta 468 imprese attive, anche se sono 550 quelle registrate.

In questo quadro le sale da ballo emergono come il vero baricentro regionale, superando per numero di addetti l’insieme di tutti gli altri sottosettori.

Le “altre attività di intrattenimento”

Accanto al ballo, il comparto umbro presenta altre voci significative. Le attività di intrattenimento e divertimento – giostre, animazione di feste, escape room, laser game, paintball – contano 108 imprese, pari al 23,1% del totale (sopra il 21,9% nazionale), ma con un peso occupazionale più ridotto: 256 addetti, pari al 12% del settore.

Organizzazioni sportive ed eventi

Rappresentano il 24,7% delle imprese attive umbre nel relax e nel divertimento (in linea con il 24,6% nazionale), ma con soli 85 addetti (4%). Più consistente appare il comparto dei centri fitness, che in Umbria incidono per il 18,6% delle imprese del relax, contro il 13,9% nazionale. Qui lavorano 121 persone, pari al 5,7% degli addetti, segno di una domanda crescente di benessere e forma fisica.

Sale giochi e parchi divertimento

Le sale giochi rappresentano l’8,5% delle imprese umbre (40 attività), poco sotto il 9,6% nazionale, con 128 addetti (6%). I parchi di divertimento e tematici raggiungono invece il 3,8% delle imprese umbre contro il 2,5% nazionale, con 63 addetti (3%). Numeri contenuti, ma che testimoniano una diversificazione dell’offerta, in grado di attrarre pubblico con formule innovative.

Stabilimenti balneari

Ovviamente, non avendo il mare, in Umbria restano un settore marginale: 1,1% delle imprese umbre del settore relax e divertimento contro il 17,7% nazionale, con appena 8 addetti. Un dato inevitabile vista la conformazione geografica della regione, che tuttavia rafforza il peso di altre attività come il ballo e il fitness, capaci di colmare in parte questa assenza strutturale.

Perugia e Terni: la geografia del relax

La provincia di Perugia concentra 362 imprese attive con 1.753 addetti (oltre l’80% del totale regionale). Qui la tradizione di locali da ballo, discoteche e intrattenimento ha trovato una naturale connessione con turismo culturale e flussi di visitatori. La provincia di Terni conta 106 imprese e 377 addetti: numeri più contenuti, ma con una specializzazione interessante nello sport, nel fitness e in alcune attività innovative. Un equilibrio che garantisce al settore una diffusione abbastanza omogenea in tutto il territorio regionale.

Il confronto con l’Italia

Nel complesso l’Umbria pesa per l’1,27% delle imprese italiane dell’economia del relax, leggermente sotto il suo peso medio in termini di Pil e popolazione. Ma in alcune voci il quadro si ribalta. Come detto le sale da ballo umbre valgono quasi il 4% del totale nazionale, i parchi divertimento l’1,92% e i centri fitness l’1,75%. Più contenute le quote umbre in eventi sportivi (1,17%) e sale giochi (1,36%).

A livello nazionale, il comparto è guidato dalle attività di intrattenimento e divertimento (21,9%), seguite da organizzazioni sportive ed eventi (19,2%), stabilimenti balneari (17,7%), centri fitness (13,9%), sale da ballo (7,8%), sale giochi (9,6%), altre attività sportive (5,4%) e parchi tematici (2,5%).

Economia e socialità

L’Umbria mostra dunque un profilo particolare. Non eccelle in tutti i segmenti del relax e del divertimento, ma nelle sale da ballo, e in misura più contenuta anche in altre voci del settore, presenta valori superiori (nel ballo nettamente superiori) alla media nazionale. È qui che il divertimento si trasforma in impresa, la socialità in lavoro, la musica in attrattività territoriale.

Il dato triplo delle sale da ballo non è quindi soltanto un numero: è l’indicatore di un settore che unisce economia e comunità, rafforzando l’immagine dell’Umbria come regione capace di trasformare passioni collettive in leve di sviluppo. Un fenomeno, d’altronde, già visto con i dati della cultura, oggetto del report della Camera di Commercio di qualche settimana fa.

Il commento del presidente Mencaroni

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato delle sale da ballo fotografa una regione che, nel cuore del Paese, ha saputo trasformare la voglia di socialità in un pezzo di economia concreta: venti imprese su cento del comparto relax, contro meno di otto a livello nazionale, e quasi il 70% degli addetti. È un risultato che ci distingue e che racconta la vitalità di un settore capace di generare lavoro e attrattività. Ma l’economia del relax non è fatta solo di piste da ballo: comprende sport, fitness, intrattenimento, parchi, con performance più in linea con la media italiana. Per questo guardiamo al dato del ballo come a un segnale incoraggiante, che ci dice quanto le identità locali possano diventare leva di sviluppo, e allo stesso tempo come stimolo per rafforzare gli altri comparti e dare all’Umbria un profilo ancora più competitivo”.

Così è cambiata la presenza delle donne nelle imprese umbre negli ultimi dieci anni

Aumentano nelle aziende umbre le donne dipendenti non familiari. Un segno di vera crescita, come sottolinea la Camera di commercio dell’Umbria, che ha analizzato le dinamiche nella regione nell’ultimo decennio.

Spiega Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati dimostrano che l’imprenditoria femminile umbra, pur riducendosi numericamente, ha saputo crescere in qualità, struttura e occupazione. È un segnale di maturità che dobbiamo valorizzare: le imprese guidate da donne sono oggi più solide, meno legate al nucleo familiare e più aperte a competenze esterne, capaci quindi di affrontare le sfide del mercato globale. Tuttavia, restano barriere che non possiamo ignorare: l’accesso al credito, la burocrazia e la difficoltà di consolidare le attività nel tempo. Per questo la Camera di Commercio dell’Umbria continuerà a sostenere percorsi di formazione, digitalizzazione e certificazione di parità, strumenti essenziali per rendere l’impresa femminile un pilastro sempre più forte del nostro sviluppo economico e sociale. La crescita dell’Umbria passa anche dalla crescita delle sue imprenditrici”.

Meno imprese ma più robuste
Il decennio 2015-2025 ridisegna la geografia delle imprese femminili in Umbria. Se da un lato il numero complessivo cala – da 20.789 a 19.633, pari a -5,6% – dall’altro la solidità delle aziende “rosa” cresce. Gli addetti crescono da 49.594 a 52.563, con un incremento del 6% che segnala un percorso di consolidamento. Aumenta soprattutto la dimensione media: 2,68 addetti contro i 2,39 del 2015, +12,1%, un progresso ben superiore alla media nazionale (+8,7%).

È un segnale importante: le imprese femminili umbre restano più piccole delle maschili (4,14 addetti medi), ma accorciano le distanze. E soprattutto smettono di poggiare quasi esclusivamente sulla famiglia, aprendo a nuove forme di occupazione.

Un cambio culturale evidente
Dentro questi numeri si legge un cambiamento di prospettiva. In dieci anni gli addetti familiari si riducono del 15,7% (da 20.670 a 17.416), mentre crescono con forza gli addetti non familiari (+17,7%, da 28.924 a 35.147). Significa che sempre più imprenditrici scelgono di affidarsi a competenze esterne, assumendo dipendenti veri e propri. Una tendenza che, in proporzione, è quasi doppia rispetto a quella delle imprese maschili (+9,5%).

Il risultato è chiaro: meno attività a stretta conduzione familiare, più imprese professionalizzate. È un salto di qualità che cambia la natura del tessuto produttivo “rosa”, rendendolo più competitivo e pronto ad affrontare sfide complesse.

La sfida della sopravvivenza
Resta però un punto debole: la durata delle imprese femminili. I dati Unioncamere mostrano che a 5 anni dalla nascita sopravvive il 72,3% delle aziende “rosa”, contro il 77,3% di quelle maschili; oltre i 5 anni la distanza si allarga, 67,5% contro 73,1%. Un segnale che richiama l’urgenza di strumenti di accompagnamento più forti, per aiutare le imprese femminili a consolidarsi nel tempo.

Eppure, nonostante le difficoltà, le imprese femminili continuano a rappresentare un quarto del tessuto imprenditoriale umbro, con un peso leggermente sceso, in Umbria, dal 25,7% al 25,3%. Un dato che non toglie rilevanza al loro ruolo, sempre più centrale nelle dinamiche economiche locali.

Il nodo del credito
Altro fronte cruciale è quello del finanziamento. Solo poco più di un terzo delle imprese femminili ricorre a prestiti bancari, una quota simile a quella maschile. Ma le modalità di avvio mostrano una forte differenza culturale: tre imprenditrici su quattro iniziano con capitali personali o familiari, mentre solo una su quattro utilizza prestiti bancari (26,9% contro il 22,4% degli uomini).

L’uso di strumenti innovativi come business angels, venture capital o crowdfunding è marginale: meno dell’1%. Una scelta che garantisce autonomia finanziaria, ma che limita la possibilità di scalare i mercati. È qui che si gioca una partita decisiva per il futuro: aprirsi a fonti di capitale diversificate è ormai condizione indispensabile per crescere in un contesto competitivo globale.

Burocrazia e incentivi
Alle difficoltà di accesso al credito si sommano quelle legate agli incentivi pubblici. Oltre la metà delle imprese segnala ostacoli burocratici. Una imprenditrice su tre lamenta la complessità delle pratiche, mentre più di una su dieci sottolinea le attese troppo lunghe per ricevere concretamente i fondi.

Questa rigidità amministrativa rischia di vanificare l’impatto delle politiche pubbliche, soprattutto per le realtà più piccole, che non hanno uffici dedicati a seguire pratiche e scadenze. In molti casi, la burocrazia diventa un ostacolo alla competitività, più che uno strumento di sostegno.

Certificazione di parità in crescita, ma con ampi margini di miglioramento
Un segnale incoraggiante arriva dalla certificazione della parità di genere, introdotta dal PNRR e gestita da Unioncamere. A livello nazionale le imprese certificate sono passate dalle poche decine del 2022 alle 7.960 del 2025. Un progresso significativo, ma che riguarda ancora una quota molto limitata del tessuto produttivo italiano.

Considerato che in Italia le imprese femminili attive sono oltre 1,3 milioni, la certificazione oggi interessa solo una minoranza e lascia dunque ampi margini di crescita. Rafforzare questo strumento non significa solo ridurre il gender gap, ma anche rendere più trasparenti i processi interni, aumentare la reputazione e migliorare la competitività delle aziende, creando un ambiente più attrattivo per talenti e investimenti.

Il ruolo del comitato per l’imprenditoria femminile
Fondamentale, in questo scenario, il contributo del Comitato per l’imprenditoria femminile (CIF) della Camera di Commercio dell’Umbria. Presieduto da Dalia Sciamannini e coordinato sul piano dirigenziale dal vice segretario generale Giuliana Piandoro, il CIF promuove la cultura d’impresa, organizza attività di formazione, mentoring e networking, e offre strumenti per affrontare i nodi più critici, dal credito alla digitalizzazione.

Un lavoro costante che trasforma i numeri in occasioni concrete di crescita e accompagna le donne imprenditrici verso percorsi di maggiore autonomia e stabilità.

Per le imprese umbre 4.380 assunzioni, ecco dove

Ad agosto le imprese dell’Umbria prevedono 4.380 assunzioni, con un saldo negativo di 230 unità rispetto allo stesso mese del 2024. Su base trimestrale, però, il dato si fa positivo: tra agosto e ottobre sono 17.920 gli ingressi previsti, 390 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

I dati arrivano dall’ultimo bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Programma nazionale “Giovani, donne e lavoro”, cofinanziato dall’Unione europea. Excelsior è oggi uno strumento fondamentale per leggere in tempo reale le dinamiche occupazionali italiane: ogni mese intervista oltre 100mila imprese, restituendo una mappa dettagliata delle assunzioni previste, dei profili ricercati e delle difficoltà di reperimento.

Ma la vera notizia, come rilevato da una specifica analisi della Camera di Commercio dell’Umbria, non sta nei volumi assoluti delle assunzioni, bensì nella loro composizione qualitativa. E questa composizione racconta un cambiamento profondo e, sotto molti aspetti, preoccupante.

Sempre meno laureati

Il primo dato allarmante riguarda la domanda di laureati: solo il 7% delle assunzioni previste ad agosto 2025 richiede un titolo universitario. È il livello più basso dal 2019, anno in cui la quota era al 9%, poi scesa all’8% nel 2024.

Un trend che non riguarda solo l’Umbria: anche a livello nazionale si osserva un arretramento, con il dato italiano che passa dall’11% del 2019 al 9% attuale. Il che significa che il sistema produttivo nel suo complesso si sta allontanando dai profili ad alta qualificazione, con un impatto negativo sull’innovazione e sulla crescita di lungo periodo.

L’avanzata delle qualifiche professionali

Se laureati e diplomati perdono terreno, altri profili avanzano con decisione. A guidare la trasformazione è la voce “qualifica o diploma professionale”, che da sola assorbe il 45% delle assunzioni umbre previste ad agosto 2025. Era al 32% nel 2019 e al 44% nel 2024: una crescita continua, che riflette la domanda di competenze operative e specialistiche di base, a scapito dell’istruzione generale.

Nel frattempo, diplomati e laureati insieme rappresentano solo il 31% delle assunzioni (24% i diplomati, 7% i laureati), contro il 46% del 2019. Un vero e proprio slittamento verso il basso nella scala formativa.

Inalterata, invece, la quota di chi entra nel mercato del lavoro con la sola scuola dell’obbligo, che rimane attorno al 22%.

Più profili generici, meno specializzazione

A completare il quadro, l’evoluzione dei profili professionali richiesti. Crescono quelli “generici”, ovvero senza specializzazione specifica, che passano dal 12% del 2019 al 18% nel 2025.

All’opposto, calano sensibilmente le assunzioni di dirigenti, specialisti e tecnici (dal 17% al 12%) e quelle di operai specializzati e conduttori di impianti (dal 37% al 27%). Solo le professioni commerciali e dei servizi registrano un incremento, passando dal 28% al 37%, mentre gli impiegati restano stabili al 6%.

Questi dati indicano una struttura occupazionale che si sposta verso profili intermedi e generici, mentre si restringe lo spazio per le professioni più complesse, cruciali per l’innovazione.

Le “Top five” dei settori: l’industria metalmeccanica ed elettronica arretra

Il cambiamento emerge anche osservando la composizione settoriale delle assunzioni. Tra i cinque comparti con il maggiore peso percentuale nel trimestre agosto-ottobre 2025 (le cosiddette “Top five”), si registrano due segnali opposti.

Crescono i servizi di alloggio e ristorazione; servizi turistici, che passano dal 16,1% al 19,1% delle assunzioni totali, e le costruzioni, dall’8,4% all’11,3%.

Al contrario, si riducono le assunzioni nel commercio (dal 14,8% al 13,1%) e nei servizi alle persone (dal 13,2% al 10,6%).

Il cambiamento più emblematico riguarda però l’industria. Nel 2019 tra le “Top five” umbre figuravano le industrie metalmeccaniche ed elettroniche, con il 5,1% delle assunzioni nel trimestre agosto-ottobre. Oggi spariscono dalla classifica, sostituite dalle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, con il 4,9% delle assunzioni.

Un’ulteriore conferma che il peso dei settori tecnologicamente avanzati si sta assottigliando, lasciando spazio ad attività più tradizionali, meno strategiche e meno innovative.

Il paradosso del lavoro che c’è, ma non si trova

Le imprese umbre che intendono assumere sono aumentate negli anni: erano il 9% ad agosto 2019, oggi sono il 12%. Ma l’espansione quantitativa non colma il divario qualitativo.

La difficoltà nel reperire le figure richieste è ancora alta: nel 2025, il 51% delle imprese segnala problemi, contro il 33% di sei anni fa. Il dato è in miglioramento rispetto al 2024, ma resta sintomo di un mercato del lavoro sbilanciato, dove la domanda si allontana dall’offerta formativa reale.

Un mercato che si adatta al ribasso

In sintesi, i numeri del Sistema informativo Excelsior disegnano un mercato del lavoro in progressiva semplificazione. L’Umbria continua ad assumere, ma lo fa spostando l’attenzione su profili meno qualificati, con ricadute strutturali sull’intero modello di sviluppo.

La regressione formativa è un dato di fatto: meno laureati, meno diplomati, più figure generiche. E con essa, si osserva una trasformazione produttiva che penalizza l’industria innovativa in favore di settori come turismo e costruzioni.

Il rischio è che il sistema economico regionale si adagi su un equilibrio fragile, rinunciando a investire nelle competenze che servono davvero per crescere.

Il Sistema Excelsior, mese dopo mese, non restituisce solo statistiche, ma una radiografia delle scelte strategiche (o delle rinunce) del tessuto imprenditoriale. E a leggere i dati di agosto 2025, l’Umbria si muove, sì, ma in maniera squilibrata.

Mencaroni: la chiave è l’innovazione

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “La vera sfida oggi è trovare la chiave perché l’economia umbra possa collocarsi stabilmente su livelli più elevati di innovazione, sia nelle attività tradizionali che in quelle ad alto contenuto tecnologico, che nella nostra regione stanno vivendo una fase di stallo. Serve un patto corale e concreto per spingere l’Umbria verso un salto di qualità, facendo leva sulla transizione digitale ed ecologica. Non a caso, questi sono i due pilastri del programma strategico che la Camera di Commercio dell’Umbria sta portando avanti. Non si tratta di far crescere un settore a scapito di un altro, ma di far crescere tutto il sistema. È questo l’unico modo per costruire un futuro più solido, attrattivo e competitivo per il nostro territorio. E per riuscirci è fondamentale una forte sinergia tra tutte le Istituzioni, regionali e nazionali”.

Umbria nella ZES, Mencaroni: “Offrirà importanti opportunità di crescita”

Esprime soddisfazione, il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, per il provvedimento con cui il Governo ha ampliato alle Marche e all’Umbria la ZRS (Zona Economica Speciale) unica, che offre la possibilità di incentivi, sgravi fiscali e semplificazione burocratica per le imprese.

“Offrirà importanti opportunità di crescita alla regione attraverso una maggiore capacità di attrazione degli investimenti”, spiega Mencaroni. Che rileva come “l’Ente Camerale abbia da sempre sollecitato questo ingresso con convegni, richieste e prese di posizioni pubbliche. Un ruolo importante, quello che svolge il sistema camerale nella ZES, perché il SUAP (Sportello Unico Attività Produttive) della Zona Economica Speciale è gestito da Unioncamere, in sinergia con le Camere dei territori interessati, e impostato per dare concretezza alla sburocratizzazione per aumentare la capacità di attrarre investimenti”.

Il saldo torna positivo, ma così stanno cambiando le imprese in Umbria

In Umbria tornano a crescere le imprese. Tra aprile e giugno di quest’anno il saldo è di 409 aziende in più. È il miglior secondo trimestre degli ultimi cinque anni, ma rispetto a un anno fa mancano all’appello 753 imprese, una flessione dello 0,83% rispetto al secondo trimestre del 2024, la peggiore tra tutte le regioni del Centro Italia. Per la prima volta le ditte individuali scendono sotto il 50% e le società di capitali superano arrivano a 28,5%.

È questo il doppio volto del sistema produttivo umbro fotografato da Movimprese, l’osservatorio sul registro delle imprese realizzato da Unioncamere e InfoCamere.

Il saldo imprese

Nel dettaglio, tra aprile e giugno 2025 in Umbria si sono iscritte 1.144 nuove imprese e ne sono state cancellate 735, portando il numero totale delle aziende registrate a quota 90.318. Una crescita dello 0,46% rispetto al trimestre precedente, un po’ sotto la media nazionale (+0,56%) e, nel Centro, superiore alle Marche (+0,43%), ma sotto la Toscana (+0,48%) e soprattutto al Lazio (+0,79%).

Un risultato che, pur limitato nella dimensione numerica, assume un significato importante se inquadrato nella tendenza recente: nei trimestri precedenti, infatti, l’Umbria aveva segnato progressi più timidi, quando non addirittura contrazioni. Ora, invece, la curva torna a salire, segnalando un possibile risveglio dell’iniziativa imprenditoriale.

Ma il recupero non è ancora sufficiente a compensare le perdite dell’ultimo anno. Rispetto allo stesso trimestre del 2024, il saldo resta negativo: il numero totale delle imprese registrate era allora di 91.061, oggi sono 753 in meno, attestandosi a 90mila 308, con un calo dello 0,83%, l’Umbria registra una contrazione più accentuata della media italiana e si piazza all’ultimo posto tra le regioni centrali, davanti solo alla Toscana (-0,79%), al Lazio (-0,67%) e alle Marche (-0,66%).

Come cambia il tessuto produttivo

Oltre al numero delle imprese, però, va osservata la loro forma giuridica, indicatore prezioso dello stato di salute e della solidità del sistema economico. Ed è qui che emergono i segnali forse più incoraggianti del report. Prosegue, infatti, la trasformazione strutturale del tessuto imprenditoriale regionale, con una progressiva riduzione delle ditte individuali – storicamente più fragili – e una crescita delle società di capitali, più robuste, strutturate e orientate all’innovazione.

Nel secondo trimestre 2025 le società di capitali rappresentano il 28,5% del totale delle imprese umbre, ancora lontane dalla media nazionale del 33,2%, ma in costante aumento. Ancora più significativo il dato sulle ditte individuali, che per la prima volta scendono sotto la soglia simbolica del 50%, attestandosi al 49,8% (erano sopra il 50% solo un anno fa). In altre parole, l’Umbria si sta lentamente spostando verso un modello imprenditoriale più moderno e solido, in linea con le dinamiche evolutive osservate a livello nazionale.

La stessa tendenza si riflette anche su base provinciale, sebbene con qualche differenza. A Terni, ad esempio, le società di capitali rappresentano già il 30,2% delle imprese registrate, una quota superiore a quella di Perugia, ferma al 27,9%. Anche il tasso di crescita trimestrale è più elevato nel Ternano (+0,49%) rispetto al Perugino (+0,44%), a conferma di un dinamismo imprenditoriale forse inatteso ma certamente significativo.

Iscrizioni e cancellazioni: così nelle province

Guardando al dettaglio territoriale, emerge con chiarezza come il saldo positivo sia trainato in modo particolare dalla provincia di Perugia, che nel secondo trimestre 2025 ha registrato 866 nuove iscrizioni e 563 cancellazioni, per un saldo attivo di 303 imprese. A Terni, le iscrizioni sono state 278, le cessazioni 172, e il saldo finale di +106 aziende. Numeri meno vistosi, ma con un’incidenza percentuale più marcata sul totale, vista la diversa dimensione dei due territori.

Se il dato trimestrale può far ben sperare, nessuno però azzarda ancora a parlare di vera e propria inversione di tendenza. Per questo serviranno conferme nei mesi a venire, a partire dal prossimo bollettino Movimprese. Resta tuttavia il segnale chiaro di un tessuto imprenditoriale che, pur tra mille difficoltà, prova a rimettersi in moto. E che, soprattutto, continua a cambiare pelle: meno improvvisato, più strutturato. E quindi – si spera – anche più capace di reggere le sfide del futuro.

L’analisi del presidente Mencaroni

Questa l’analisi di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato del secondo trimestre 2025 va letto con attenzione: il saldo positivo tra iscrizioni e cessazioni è certamente un segnale di fiducia che torna, dopo una fase congiunturale molto complessa. Non registravamo un tasso di crescita trimestrale così elevato da cinque anni. Tuttavia il saldo su base annua resta negativo e ci ricorda quanto siano ancora fragili le fondamenta della nostra economia. Va sottolineato con forza anche il miglioramento strutturale del tessuto imprenditoriale umbro, con la crescita costante delle società di capitali e il calo delle ditte individuali sotto la soglia del 50%. Questo ci dice che non solo si apre un’impresa, ma si cerca di farlo con una visione più solida, organizzata, moderna”.

“La Camera di Commercio dell’Umbria – ricorda Mencaroni – è in prima linea in questo percorso: stiamo accompagnando le imprese umbre con strumenti concreti per rafforzarne la competitività e guidarle lungo la doppia transizione digitale ed ecologica. Investiamo in competenze, innovazione, internazionalizzazione e semplificazione, perché crediamo che una regione più dinamica e strutturata sia possibile. Ora la vera sfida è trasformare questi segnali in un nuovo ciclo di crescita duratura, diffusa e pienamente sostenibile”.

L’Umbria la regione con più densità di spettacoli: il caso Umbria Jazz e il traino all’economia

L’Umbria è la prima regione in Italia per offerta di spettacoli per abitante, secondo il Rapporto SIAE. Cinema, musica, sport e turismo culturale fanno da traino anche all’economia, oltre che aumentare la qualità della vita.

Incremento del 7,9% di eventi in Umbria, valore secondo solo al Veneto. La regione è prima in Italia per numero di ingressi al cinema per abitante. Boom anche per gli spettacoli sportivi in termini di spettatori (+15%) e di partite organizzate (+20%).

Mencaroni: un potente volano di sviluppo di qualità
Giorgio Mencaroni, presidente Camera di Commercio dell’Umbria: “Le attività culturali, creative e sportive rappresentano un potente volano di sviluppo di qualità per l’Umbria: elevano la vita delle persone, attraggono turismo, generano economia. La Camera di Commercio dell’Umbria è impegnata con forza a sostenere questo settore nella duplice transizione digitale ed ecologica attraverso contributi diretti, investendo nella formazione delle imprese e accompagnandole verso nuovi modelli di progettazione, produzione e comunicazione. La cultura è oggi sempre più integrata con l’innovazione: ciò che fino a ieri era analogico oggi è digitale, e la valorizzazione del patrimonio creativo passa anche per la sostenibilità. Il nostro obiettivo è far crescere un ecosistema in grado di produrre ricchezza e benessere. Lo dimostrano i numeri, ma anche la qualità crescente dell’offerta e dei servizi. I dati degli studi Unioncamere-Isnart, realizzati con Mastercard, evidenziano chiaramente anche l’impatto economico di questo settore nella regione”.

L’Umbria prima in Italia per densità di spettacoli
Il cuore verde d’Italia continua a distinguersi. Secondo il Rapporto SIAE 2025, relativo all’anno 2024, l’Umbria è la prima regione italiana per numero di spettacoli ogni 1.000 abitanti, con 79 spettacoli, seguita da Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta (entrambe a 77). Un dato che va ben oltre la media nazionale, ferma a 57, e che consacra la regione come una delle realtà più attive e dinamiche nel panorama culturale italiano. In generale, la macro-area del Centro – dove tutte le regioni si collocano sopra la media – si conferma la più performante in termini di densità dell’offerta. L’Umbria contribuisce a questo risultato con un incremento del 7,9% nell’offerta di eventi rispetto all’anno precedente, secondo solo al Veneto tra le regioni con forte vocazione culturale.

Cinema: primi per biglietti staccati in rapporto alla popolazione
Il settore cinematografico è quello dove l’Umbria ottiene il risultato più clamoroso: prima in Italia per numero di ingressi al cinema per abitante. Oltre 1,3 milioni di presenze nel 2023, pari a circa 1,5 biglietti a testa, un valore che supera quello di tutte le altre regioni, comprese le grandi. La crescita rispetto al 2022 è netta e costante. Questo trend premia la tenuta delle sale umbre, la loro distribuzione sul territorio e le politiche di accessibilità, come gli sconti e le rassegne. A livello nazionale, la media è di 1,25 spettatori per abitante, ma l’Umbria si colloca sopra 1,6, a conferma della propensione degli umbri alla fruizione cinematografica. In Italia il numero complessivo di spettacoli cinematografici è aumentato del 6,4%, mentre gli spettatori sono rimasti stabili (-0,8%).

Concerti, musica e spettacoli: sopra la media nazionale
Anche il settore della musica registra numeri sopra la media. Secondo la SIAE, l’Umbria è tra le regioni con più alta partecipazione pro capite agli spettacoli di musica leggera, grazie alla presenza di eventi di rilievo internazionale e a un circuito diffuso di festival locali. La spesa complessiva del pubblico è in netta crescita, segnale di una domanda stabile e disposta a pagare per qualità. Rispetto all’anno precedente, l’Umbria ha visto un incremento del 13% dell’offerta di concerti, il secondo più alto d’Italia dopo il Lazio (+18%).

Nel teatro e nella musica classica si osserva un rinnovato interesse, sostenuto da cartelloni di valore. Il pubblico umbro non solo partecipa, ma investe nella fruizione culturale. Questo si riflette anche nella spesa media per abitante in spettacoli dal vivo, che colloca l’Umbria tra le prime cinque regioni italiane.

L’Umbria, inoltre, è l’unica regione in Italia dove il jazz supera la musica pop, rock e leggera per partecipazione media. Questo grazie non solo all’iconico Umbria Jazz, ma anche a un sistema diffuso di rassegne. Nel 2024, il 22% dei concerti in Umbria è stato di jazz, e la regione ha registrato il 37% di tutti gli spettatori italiani del settore, con una media record di 470 partecipanti per evento (625 a luglio).

Sport: crescono pubblico e numero di partite
Non solo cultura in senso stretto. Anche lo sport come spettacolo rappresenta un ambito in forte espansione. Il numero di presenze agli eventi sportivi è aumentato del 15% rispetto al 2022, con una distribuzione che coinvolge anche i comuni più piccoli. L’Umbria è tra le prime dieci regioni italiane per partecipazione sportiva pro capite, con picchi registrati nel calcio e nella pallavolo, ma anche in discipline di nicchia sempre più seguite. Da segnalare il boom di partite organizzate: +20% rispetto al 2023, con 915 eventi calcistici ufficiali.

La spesa culturale dei turisti: seconda solo al Lazio
Un altro indicatore chiave arriva dal Rapporto Symbola: in Umbria, la quota di spesa turistica destinata alla cultura è la più alta d’Italia dopo il Lazio, con un’incidenza che va dal 75% all’80%. Si tratta di un dato che conferma l’attrattività del patrimonio immateriale, degli eventi e dei percorsi esperienziali. Il turista che sceglie l’Umbria, lo fa non solo per i paesaggi e l’enogastronomia, ma per un’offerta culturale percepita come autentica e coinvolgente.

Umbria Jazz (attualmente in corso) come caso emblematico
In questo scenario, Umbria Jazz rappresenta un tassello esemplare. L’edizione 2023, secondo l’analisi dell’Isnart e Unioncamere, realizzata in collaborazione con Mastercard e diffusa qualche mese fa dalla Camera di Commercio dell’Umbria, ha portato un +31% di spesa nel territorio perugino rispetto all’anno precedente. Gli scontrini medi rilevati con carte e POS parlano chiaro: 101 euro per turista straniero, 76 per gli italiani, con i visitatori americani in testa per capacità di spesa.

L’impatto si è allargato a tutto il tessuto urbano: +29% per la ristorazione, +36% per l’abbigliamento, +44% per bar e locali notturni. A riprova di quanto un grande evento possa generare ricadute trasversali sul commercio, l’accoglienza e la vivibilità.

Secondo il Rapporto SIAE, solo nel mese di luglio l’Umbria ha concentrato il 16% di tutti i concerti jazz italiani e il 38% del pubblico nazionale di questo genere musicale. Un exploit che ha fatto registrare un +216% di partecipazione rispetto al 2023.

Inoltre, la regione è anche al secondo posto in Italia per densità di eventi nei parchi divertimento e nelle attrazioni viaggianti, in rapporto alla popolazione (0,7 ogni 1.000 abitanti), superata solo da Emilia-Romagna e Piemonte.

Infrastrutture, turismo, export: confronto in Camera di commercio tra Proietti e Mencaroni

Prima del convegno su “Turismo, cultura, sport e inclusione per lo sviluppo del territorio”, nella Sala Giunta della Camera di Commercio dell’Umbria, a Perugia, si è tenuto l’incontro ufficiale tra la governatrice della Regione, Stefania Proietti, e il presidente dell’Ente camerale, Giorgio Mencaroni. Un incontro al quale hanno partecipato i rispettivi staff tecnici, tra cui il capo di gabinetto Nicodemo Oliverio, il segretario generale della Camera, Federico Sisti, e i vice segretari generali Mario Pera e Giuliana Piandoro.

Il dialogo ha permesso di toccare tutti i principali dossier strategici, con un’ottica concreta e costruttiva. Dallo sviluppo dell’aeroporto San Francesco d’Assisi alla questione Alta Velocità, dalla valorizzazione delle filiere produttive umbre alla promozione del marchio “Umbria Cuore Verde d’Italia”, fino all’attrazione di investimenti e alla spinta all’export: la condivisione degli obiettivi si è tradotta in un’agenda operativa.

Al centro del confronto anche il tema dell’innovazione, declinata come leva per la competitività territoriale e come attrattore per nuove imprese. La Camera di Commercio continuerà a essere soggetto attivo nella digitalizzazione delle PMI umbre, grazie all’attività del PID e al rafforzamento del legame con i Digipass regionali.

Uno dei pilastri della collaborazione è rappresentato dal settore turistico. È in fase di aggiornamento il protocollo triennale che ha portato alla creazione dell’Organismo di Gestione della Destinazione (OGD) e alla definizione congiunta della nuova legge regionale sul turismo. La Regione ha riconosciuto alla Camera il ruolo di Organismo Intermedio per l’attuazione di bandi, come quello da 720.000 euro per la promozione della destinazione Umbria, gestito secondo un modello innovativo e condiviso.

Spazio importante anche al tema giovani: mismatch tra domanda e offerta di lavoro, formazione, orientamento e rientro dei talenti dall’estero. L’obiettivo è costruire una rete solida tra scuola, università, mondo del lavoro e istituzioni, potenziando strumenti come tirocini, assegni di ricerca, borse di studio e incentivi alle assunzioni. È in fase di elaborazione un tavolo congiunto per definire nuove linee di intervento, con particolare attenzione alle competenze digitali e green.

Il rilancio dell’attrattività territoriale passa anche per un piano comune sull’attrazione di capitali. Il modello “Invest in Umbria”, sostenuto da Regione e Camera, mira a integrare servizi, promozione e supporto alle imprese. Tra le azioni condivise: roadshow, sportelli unici, voucher digitali, semplificazioni amministrative.

Rilevante anche il confronto sulla possibilità di istituire una Zona Logistica Semplificata (ZLS) interregionale Umbria–Marche, sfruttando le nuove opportunità normative. Sul versante infrastrutturale, è stato confermato l’impegno per la valorizzazione dell’aeroporto regionale, la rete ferroviaria e le opere strategiche come il Quadrilatero, con la CCIAA che ha già contribuito con oltre 12 milioni di euro al loro sviluppo.

Più che un semplice scambio istituzionale, l’incontro ha rappresentato un momento di allineamento operativo, con l’intenzione chiara di consolidare un metodo permanente di dialogo.

“Fare squadra significa ascoltare, progettare e decidere insieme, e questo incontro dimostra che in Umbria si può fare. Abbiamo una visione condivisa e la volontà di renderla realtà” ha dichiarato la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti.

“Collaborare tra istituzioni significa moltiplicare le risposte ai bisogni del territorio. Il clima che si è respirato oggi è quello giusto per costruire cose concrete, in tempi rapidi” le parole presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni.