Da Perugia a Milano, per una tappa ‘intermedia’ di un viaggio verso la realizzazione di un sogno ambizioso, affermarsi come stilisti di moda, lasciando la propria impronta nel fashion system. Sono i giovani talenti che hanno partecipato alla terza edizione di Umbria Fashion, a novembre 2025 a Perugia, e come premio hanno potuto prendere parte alla Milano Fashion Week 2026, andata in scena dal 24 febbraio al 2 marzo nel capoluogo lombardo.
Alice Paparelli, vincitrice del contest per stilisti emergenti, insieme a Giulia Brunetti e Maria Chiara Tenda, seconda e terza classificata, sono state ospiti della sfilata di Vivetta. Ad accompagnarle una guida esperta, Laura Cartocci, founder di Umbria Fashion e presidente di Un’idea per la vita onlus, da oltre 30 anni nel settore della moda dapprima come indossatrice di noti brand nazionali ed internazionali e poi come insegnante di portamento e collaboratrice della casa di moda Luisa Spagnoli, protagonista nelle sfilate milanesi. Proprio con la Luisa Spagnoli le ragazze hanno avuto un’altra grande opportunità, potendo entrare nel backstage e partecipare attivamente al fashion show inserito in un evento internazionale, la Milano Fashion Week appunto, dove stilisti e case di moda presentano le proprie collezioni al pubblico lanciando mode e tendenze. Non solo: prima di ripartire le aspiranti stiliste hanno vissuto anche un’altra esperienza coinvolgente nel set allestito a Palazzo Barozzi per la presentazione della collezione fall-winter 2026/2027 di Fabiana Filippi. Qui, l’architettura del XX secolo e gli affreschi di Giulio Borsani hanno dialogato con un’installazione di fili disposti secondo una struttura a labirinto concentrico. In questo spazio, il filo ha preso vita come segno e percorso, in un racconto in cui l’identità di Fabiana Filippi si è rivelata nel dialogo tra arte, materia e corpo.
“Sono giovani e talentuose – ha dichiarato Laura Cartocci, riferendosi alle stiliste emergenti che hanno ‘mosso i primi passi’ proprio a Umbria Fashion – e sono felice di aver potuto accompagnarle in questa esperienza milanese. Hanno potuto respirare un’atmosfera internazionale e osservare cosa succede dietro le quinte di una sfilata per compiere, così, un ulteriore passo verso la realizzazione del loro sogno”.
“Questa è una delle tante opportunità offerte da Umbria Fashion – ha ricordato Cartocci –, evento che coniuga moda, arte e solidarietà e che vuole anche essere un ponte tra i giovani che si stanno formando nelle scuole di moda e design del territorio e il mondo imprenditoriale del fashion. Non a caso, tra i premi dell’edizione 2025 del contest, oltre alla partecipazione alla Milano Fashion Week, c’erano anche due tour in aziende di moda che si sono tenuti alla Monnalisa di Arezzo e alla Cardinalini & C. spa di Acquasparta, dove gli stilisti emergenti sono stati accolti rispettivamente dai presidenti Piero Iacomoni e Marco Cardinalini. La vincitrice del contest di UF, Alice Paparelli, inoltre, sarà chiamata a svolgere un tirocinio di tre mesi alla Cardinalini & C.”.
Due indagini con la Camera di Commercio dell’Umbria descrivono un doppio binario. Nel digitale “classico” la regione resta sotto la media nazionale, ma l’economia dei Digital Content Creator corre: in Umbria sono 392 imprese. Nel perimetro delle start-up innovative, invece, la quota giovanile resta sotto media. Sulle start-up Terni spicca per intensità e posizionamenti: 7° e 14° posto su 110 province. Perugia tiene su alcuni indicatori, ma rallenta nella crescita ed è indietro sulle giovanili.
Nel precedente report della Camera di Commercio era emerso che la quota di imprese che innovano nel digitale è inferiore alla media italiana di 5,8 punti percentuali; ancora più marcato il divario sull’intensità degli investimenti (tecnologia, organizzazione e modelli di business), dove il gap arriva a -9,7 punti. È un dato che pesa, perché descrive la capacità di trasformare il digitale in produttività. Eppure, guardando dove l’innovazione si alimenta di linguaggi, piattaforme e competenze diffuse – spesso più vicine ai giovani – la fotografia si fa meno scontata. Due indagini realizzate con la collaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria mettono in fila gli indizi. La prima, di Infocamere con il coordinamento scientifico dell’Università di Padova, misura l’espansione dell’economia dei Digital Content Creator. La seconda, Dataview – Il barometro dell’economia territoriale di Unioncamere–Istituto Guglielmo Tagliacarne, osserva le start-up innovative nelle due province umbre. Insieme raccontano un territorio che produce nuova imprenditorialità digitale, ma che fatica ancora a tradurre una parte di quel potenziale nel canale, più stretto e costoso, delle start-up innovative “certificate”.
L’alfabetizzazione digitale si fa impresa
L’indagine sui Digital Content Creator intercetta imprese nate attorno ai nuovi canali digitali: YouTube, TikTok, Instagram, e a parole chiave come “content creator”, “video maker”, “influencer”, rintracciate nell’oggetto sociale e nelle descrizioni di attività. Non è soltanto un fenomeno culturale: dietro un contenuto ben costruito ci sono competenze su produzione, montaggio, grafica, dati, marketing, contratti e diritti. La ricerca distingue le imprese in due gruppi. Le “core” operano in settori ATECO intrinsecamente legati alla content creation (produzione audiovisiva, piattaforme digitali, comunicazione e marketing digitale): rappresentano una nuova imprenditorialità nativa. Le “ibride” svolgono attività in cui la creazione di contenuti è ancillare ma rilevante (moda, turismo, fitness, consulenza, istruzione): sono la prova che il contenuto può diventare parte integrante del modello di business. Tra 2015 e 2024 la crescita è netta. In Italia le imprese di Digital Content Creator sono aumentate del +185% (da 8.918 a 25.429), con un ritmo più intenso per le “core” (+206%) rispetto alle “ibride” (+155%). L’Umbria segue la stessa traiettoria e conta 392 imprese: 229 “core” e 163 “ibride”. Sul totale nazionale la regione vale l’1,54% del fenomeno; sale all’1,7% nelle “ibride” e scende all’1,43% nelle “core”: quote in linea, e in parte leggermente superiori, rispetto al peso dell’Umbria su popolazione ed economia nazionale. È qui che l’innovazione “giovane” si vede con più chiarezza: come imprenditorialità digitale diffusa, spesso micro, capace di crescere e contaminare settori tradizionali. La cerniera: giovani presenti, ma meno della media nel perimetro start-up È qui che il racconto cambia tono. Nelle graduatorie sulle start-up innovative, infatti, la quota di start-up giovanili risulta sotto la media nazionale sia a Terni sia a Perugia, e in modo più marcato nel capoluogo. Non è una smentita della spinta giovanile: è la prova che questa spinta, oggi, passa più facilmente da canali a bassa soglia d’ingresso (creator, servizi digitali, attività ibride) che dal canale delle start-up innovative, dove contano capitale, reti, incubazione e competenze avanzate. In altre parole: i giovani innovano, ma non sempre lo fanno dentro la definizione statistica di “start-up innovativa”.
Le start-up innovative nelle due province dell’Umbria
Nel barometro Dataview di Unioncamere–Tagliacarne, la provincia di Terni risulta sopra la media nazionale in tre voci su cinque e in due casi entra tra le prime venti posizioni della graduatoria delle 110 province italiane. Il dato migliore è l’incidenza delle start-up ad alto valore tecnologico in ambito energetico: 29,2%, 7° posto nazionale. Molto bene anche il numero di start-up innovative per 100.000 abitanti: 14, che vale il 14° posto. La variazione percentuale 2016–2025 è +100% (38° posto). Restano invece più deboli due indicatori: l’incidenza delle start-up femminili (4,2%, 101° posto) e quella delle start-up giovanili (sotto media, 74ª posizione). La provincia di Perugia mostra un profilo più irregolare. È sopra media in due indicatori: l’incidenza delle start-up femminili (23,3%, 11° posto su 110) e l’incidenza delle start-up ad alto valore tecnologico in ambito energetico (22,1%, 22ª posizione). Regge nel numero di start-up innovative per 100.000 abitanti (13,5, 50° posto), ma rallenta nella variazione 2016–2025 (+38,7%, 66° posto). Il punto più critico è l’incidenza delle start-up giovanili: 9,3%, 94° posto su 110. Il quadro finale è quindi coerente, ma più sfumato di uno slogan: l’Umbria tiene e cresce dove l’innovazione digitale è accessibile, sperimentale e diffusa; mentre nel canale delle start-up innovative, soprattutto per la componente giovanile, emergono ancora margini ampi. La base c’è. La sfida – per imprese, istituzioni e sistema dei servizi – è rendere più facile il passaggio dalla competenza digitale al progetto imprenditoriale strutturato: dal contenuto al prodotto, dalla visibilità al capitale, dalla micro-attività all’impresa che scala.
Mencaroni: la transizione digitale cambio di mentalità e metodo
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi dati ci dicono una cosa che spesso sfugge: la transizione digitale non è una vetrina di tecnologie, è un cambio di mentalità e di metodo. Se i giovani trovano strade rapide per fare impresa nelle piattaforme e nei contenuti, significa che il talento c’è e sa muoversi; il compito delle istituzioni è trasformare quell’energia in progetti che restano, crescono e creano lavoro qui. Per questo, nel nostro programma di mandato, digitale ed ecologico non sono due capitoli separati: sono la stessa sfida, produrre di più consumando meno, competere con dati e competenze invece che con margini compressi. Ecco perché investiamo in iniziative che portano l’impresa dentro le scuole: non per ‘orientare’, ma per allenare i ragazzi a sperimentare, magari fallire e poi ripartire meglio. L’Umbria può diventare un laboratorio nazionale se riesce a fare il salto dal digitale praticato al digitale industriale: dalla creatività diffusa a filiere e imprese che scalano”.
Approvata all’unanimità dei presenti (Pd, M5S, Avs, Ud-Pp) dalla Terza commissione dell’Assemblea legislativa dell’Umbria la proposta di legge “Disposizioni per la tutela e la sicurezza dei lavoratori digitali”, firmata da Francesco Filipponi e Maria Grazia Proietti Proietti (Pd).
Le norme contenute, così come emendate ed integrate durante i lavori di Commissione, mirano ad incrementare la sicurezza dei lavoratori digitali che svolgono la propria attività sul territorio umbro, tutelando la loro dignità, sicurezza e salute. Migliorando la trasparenza del mercato del lavoro e promuovendo un modello di sviluppo delle piattaforme digitali che sia socialmente responsabile ed equo.
La Regione dovrà individuare, di concerto con le Asl, le misure necessarie a tutelare salute e sicurezza dei lavoratori attraverso: la valutazione dei rischi tradizionali e specifici per la peculiare attività che svolgono i lavoratori digitali (stress lavorativo intrinsecamente connesso ai tempi di consegna, l’assegnazione dei turni, la distribuzione delle occasioni di lavoro e dei luoghi di svolgimento dell’attività); la definizione delle modalità di mitigazione dei rischi e l’individuazione dei dispositivi di protezione individuale più idonei per lo svolgimento dell’attività; la definizione della formazione specifica obbligatoria a carico delle piattaforme digitali, con particolare attenzione al Codice della strada e al mezzo di trasporto utilizzato per la prestazione di lavoro; la previsione di iniziative di informazione specifica sulle malattie professionali e sui rischi e sui danni derivanti dall’esercizio dell’attività di servizio e sulle procedure di prevenzione e di protezione.
Viene previsto il ‘Registro regionale del lavoro tramite piattaforme digitali’, articolato in: anagrafe dei lavoratori digitali e anagrafe dei soggetti giuridici che offrono lavoro tramite piattaforme digitali. L’iscrizione è, in entrambi i casi, gratuita e facoltativa. Prevista poi l’istituzione della ‘Consulta regionale del lavoro digitale’ che fornisce indicazioni per la stesura del programma annuale degli interventi, elabora studi e ricerche, presenta proposte per il perfezionamento della legislazione, monitora l’evoluzione dell’economia digitale, esamina le problematiche applicative delle tutele dei lavoratori digitali. Elabora inoltre la ‘Carta dei diritti dei lavoratori digitali’.
In caso di condizioni meteo climatiche che comportino rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori digitali, il presidente della Giunta regionale adotta ordinanze contingibili e urgenti a loro tutela.
Dopo l’approvazione della graduatoria finale del concorso per 124 infermieri, la Regione Umbria annuncia la pubblicazione del concorso per l’assunzione a tempo indeterminato di 122 operatori sociosanitari da mettere a disposizione delle quattro Aziende sanitarie regionali.
L’Azienda unità sanitaria locale Umbria 2, in qualità di azienda capofila, ha pubblicato il bando di concorso pubblico unificato per titoli ed esami per la copertura a tempo indeterminato di 122 posti di operatore sociosanitario (oss). Il concorso è indetto in forma congiunta tra l’Azienda Usl. Umbria 1, l’Azienda Usl Umbria 2, l’Azienda ospedaliera Santa Maria della misericordia di Perugia e l’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni. I 122 posti sono ripartiti tra le quattro aziende sanitarie regionali: 50 all’ASL Umbria 1, 50 all’ASL Umbria 2, 12 all’azienda ospedaliera di perugia e 10 all’Azienda ospedaliera di Terni. La distribuzione include specifiche riserve di legge a favore dei volontari delle Forze Armate congedati senza demerito e degli operatori volontari del servizio civile universale o nazionale.
Per partecipare è richiesto il possesso dell’attestato di qualifica di operatore sociosanitario, conseguito ai sensi dell’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2001. Le domande di partecipazione dovranno essere presentate esclusivamente online attraverso il portale del reclutamento InPA (www.inpa.gov.it) entro le ore 14:00 del 5 marzo 2026. Il bando integrale è disponibile sul sito aziendale www.uslumbria2.it nella sezione “Concorsi”. Per informazioni amministrative è possibile contattare l’Ufficio concorsi al numero 0743.210344 o 210450, dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 12:30.
“Stiamo mantenendo la rotta su uno degli impegni più concreti che questa Giunta si è assunta – dichiara la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti – costruire un servizio sanitario regionale più forte, più vicino ai cittadini e capace di rispondere alle esigenze di una popolazione che cambia. Dopo la graduatoria degli infermieri, ora mettiamo a bando altri 122 Operatori Sociosanitari: figure insostituibili che ogni giorno, nei reparti e nei servizi territoriali, garantiscono assistenza, umanità e continuità di cura alle persone più fragili. Queste assunzioni non sono solo numeri: sono un investimento nella qualità della sanità umbra, nella dignità del lavoro e nella sicurezza di ogni famiglia della nostra regione. Continueremo su questa strada, con metodo e determinazione”.
Proclamato lo stato d’agitazione generale al Comune di Foligno. Lo hanno dichiarato la RSU e le organizzazioni sindacali UIL FPL, FP CGIL, CISL FP e USB, chiedendo alla Prefettura l’attivazione del tentativo di conciliazione previsto per i servizi pubblici essenziali.
La decisione, spiegano i sindacati, arriva dopo mesi di segnalazioni e richieste di incontro rimaste senza un confronto stabile e verificabile. Le criticità sono aumentate di mese in mese: da ultimo, il 26 gennaio scorso il sindacato aveva formalmente richiesto alla Giunta un incontro urgente, segnalando rischi di disservizi e la necessità di scelte immediate su alcuni snodi strategici dell’Ente. Il 4 febbraio si è tenuta una riunione alla presenza del Sindaco e di tutti gli assessori, nella quale è stato possibile rappresentare unitariamente le criticità più urgenti e chiedere un percorso ravvicinato di aggiornamenti e verifiche; a distanza di oltre due settimane, tuttavia, mentre le criticità permangono, non risultano convocazioni successive né un calendario operativo di confronto.
Tra le urgenze principali viene indicata la situazione dell’Area Lavori Pubblici, chiamata a gestire in una fase delicatissima interventi complessi e procedure connesse anche al PNRR. Il personale segnala una condizione di forte pressione operativa e fragilità organizzativa, con un punto cruciale: la tenuta della catena decisionale e delle responsabilità sui procedimenti, a partire dalle funzioni essenziali legate ai progetti.
“Se i procedimenti rallentano o si bloccano – sottolinea il sindacato – i riflessi non restano dentro un ufficio: possono tradursi in ritardi, criticità amministrative, maggiori oneri e, nei casi peggiori, nel rischio di perdita di risorse. Questo significa possibili impatti sul bilancio comunale e quindi sulla capacità dell’Ente di garantire servizi e investimenti alla cittadinanza”.
Altro nodo urgente è la piena operatività dell’Ufficio Personale, snodo decisivo per tutta la macchina comunale: gestione del rapporto di lavoro, assunzioni, organizzazione, atti e scadenze. Risulta essenziale che l’Amministrazione assicuri continuità operativa immediata, ricoprendo senza ulteriore attesa il posto di responsabile dell’Ufficio, vacante da circa due mesi.
“Senza un Ufficio Personale pienamente operativo – spiegano – si rallentano o si fermano processi che riguardano tutti: lavoratori, uffici e, quindi, servizi alla cittadinanza. Non è una questione ‘di settore’: è un tema di tenuta complessiva dell’Ente e di garanzia della regolarità delle attività”.
RSU e sindacati evidenziano infine che, pur nel rispetto delle procedure previste, su dossier cruciali – tra cui riorganizzazione e sistema di valutazione/performance – il confronto rischia di ridursi a un passaggio formale, senza reale incidenza sulle scelte finali, comprimendo il contributo dei lavoratori e alimentando tensioni interne.
Con lo stato d’agitazione, RSU e OO.SS. chiedono quindi: un metodo di relazioni sindacali effettivo, con verifiche ravvicinate e riscontri tracciabili, affinché il confronto non resti di facciata sulle principali scelte organizzative e sulle ricadute sul lavoro; misure urgenti per assicurare la piena operatività dell’Ufficio Personale; azioni immediate per mettere in sicurezza l’Area Lavori Pubblici e garantire continuità gestionale e capacità di rispettare scadenze e adempimenti, inclusi quelli connessi al PNRR, prevenendo ricadute su bilancio e servizi.
“Dopo la riunione del 4 febbraio – concludono – il Sindacato ha mantenuto una linea di estrema riservatezza e cautela, confidando nell’avvio di un percorso concreto e di dialogo. Il passare del tempo, senza soluzioni certe e senza un confronto stabile sulle scelte, impone oggi nuove iniziative”.
In Umbria un quarto delle persone assunte nell’ultimo anno è di nazionalità estera. Percentuale superiore a quella mediamente registrata in un’Italia, di oltre il 23%. In Umbria sono stranieri 17.660 neoassunti sul totale di 69.970 immessi al lavoro nel corso dell’ultimo anno. Rispetto al periodo pre-covid, l’incremento è stato del 188,5%, il terzo più alto in Italia. Probabilmente anche per la spinta della ricostruzione delle zone del terremoto, vista l’elevata percentuale di stranieri assunti in edilizia.
L’Umbria sta diventando una delle regioni con più presenza di lavoratori extracomunitari nelle imprese. Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale si hanno dati definitivi, in attesa di quelli del 2025) i dipendenti extracomunitari erano 29.380 su un totale di 236.820 (il 12,4%).
Le province umbre
Nella provincia di Terni i neoassunti stranieri nell’ultimo anno sono stati 3.630 su un totale di 15.320 (23,7%), Percentuale che nella provincia di Perugia sale al 25,7%: 14.030 gli assunti stranieri su 54.660.
In Italia
Una situazione in controtendenza con quanto si osserva in Italia. Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata sono l’Emilia Romagna (17,4%), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6).
Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia, cresce a ritmo sostenuto la presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025 le assunzioni di immigrati sfiorano quota 1 milione e 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato.
L’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri (42,9%). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%.
Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540.
Secondo il Report della Camera di Commercio su dati Excelsior, quasi 9mila aziende umbre programmano ingressi di personale straniero. Nel 2025 17.660 assunzioni di immigrati, pari al 25,2% del totale. La media nazionale si ferma al 23,4%.
Intanto a febbraio sono previste 4.990 assunzioni complessive, il 51,6% è giudicato di difficile reperimento. Nel trimestre febbraio-aprile 16.820 ingressi, -7,1% sul 2025, meglio comunque del dato italiano -18,5%.
Mencaroni: “Rafforzare formazione, orientamento e politiche attive”
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri confermano che il lavoro straniero non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del nostro sistema produttivo. Se quasi quattro imprese su dieci che assumono prevedono ingressi di personale immigrato e una assunzione su quattro riguarda lavoratori esteri, significa che la competitività dell’Umbria passa anche dalla capacità di attrarre e integrare competenze. Allo stesso tempo, il 51,6% di profili difficili da reperire ci dice che il vero nodo è l’incontro tra domanda e offerta. La tenuta di febbraio e la flessione più contenuta rispetto al dato nazionale indicano prudenza, non arretramento. Ora serve rafforzare formazione, orientamento e politiche attive, perché in una regione che invecchia il capitale umano è la prima infrastruttura su cui investire”.
Imprese che assumono: il perimetro reale del dato
Il primo passaggio decisivo riguarda il campo di osservazione. Nel 2024, in Umbria, poco più di 22mila imprese hanno dichiarato di voler effettuare nuove assunzioni. Di queste, 8.750 aziende hanno programmato anche l’ingresso di lavoratori stranieri.
La percentuale (39,7%) non si riferisce quindi all’universo complessivo delle imprese attive, ma esclusivamente a quelle che hanno espresso un fabbisogno occupazionale. È una distinzione sostanziale: significa che quasi quattro imprese su dieci, tra quelle che cercano personale, prevedono di ricorrere anche a manodopera immigrata.
Il confronto con la media nazionale, ferma al 34,4%, colloca l’Umbria stabilmente sopra il dato italiano e all’ottavo posto tra le venti regioni. Davanti si trovano soprattutto territori del Centro-Nord con mercati del lavoro più dinamici e tassi di occupazione più elevati, mentre nel Mezzogiorno l’incidenza risulta sensibilmente inferiore.
Il dato non è episodico né congiunturale. È l’indicatore di una componente ormai strutturale del sistema produttivo regionale, che interessa agricoltura, manifattura, costruzioni, turismo e servizi alla persona. In molti comparti la disponibilità di lavoratori stranieri rappresenta un fattore di continuità operativa.
Un’assunzione su quattro riguarda personale straniero
Se si passa dal numero di imprese al volume delle assunzioni programmate, la fotografia resta coerente. Nel 2025 in Umbria sono state previste 17.660 assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 25,2% del totale.
In altri termini, una assunzione su quattro riguarda personale immigrato. Anche in questo caso la regione supera la media nazionale, ferma al 23,4%, e si colloca al nono posto nella graduatoria per incidenza delle assunzioni di stranieri sul totale.
L’Umbria non guida la classifica, ma si muove nella fascia medio-alta. Il lavoro straniero non è una soluzione residuale, bensì una componente ordinaria della domanda. Non riguarda solo mansioni operative o stagionali: in diversi comparti la richiesta si estende a figure tecniche e professionali con competenze specifiche, segno di un fabbisogno distribuito lungo l’intera catena produttiva.
Un elemento spesso sottovalutato è la difficoltà di reperimento. Anche per il personale straniero le imprese segnalano criticità, seppure in misura generalmente inferiore rispetto ai lavoratori italiani. La tensione tra domanda e offerta attraversa l’intero mercato del lavoro e segnala un disallineamento persistente tra competenze disponibili e profili richiesti.
Febbraio 2026: stabilità in controtendenza
Guardando al complesso delle assunzioni – italiani e stranieri insieme – il mese di febbraio 2026 offre un segnale moderatamente positivo. Le imprese umbre hanno programmato 4.990 ingressi, con un lieve aumento rispetto a febbraio 2025.
Il confronto con l’Italia evidenzia una dinamica migliore: a livello nazionale si registra un saldo negativo di 7.130 assunzioni su base annua. Il rallentamento colpisce soprattutto le regioni meridionali, mentre nel Centro-Nord le variazioni risultano più contenute e in alcuni casi stabili.
In Umbria, tuttavia, emerge un dato significativo: il 51,6% delle assunzioni programmate a febbraio viene indicato come di “difficile reperimento”. Più di una su due. È la misura concreta di un mercato selettivo, in cui la richiesta di competenze tecniche, operative e specializzate fatica a trovare risposta immediata.
Il trimestre in flessione, ma meno della media nazionale
Il quadro cambia osservando il trimestre febbraio-aprile 2026. Le assunzioni programmate in Umbria scendono da 18.100 a 16.820, con una riduzione di 1.280 unità, pari al -7,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.
La flessione esiste, ma risulta nettamente più contenuta rispetto al dato nazionale. In Italia il calo nel trimestre raggiunge il -18,5%, equivalente a quasi 96mila assunzioni in meno. I segni negativi sono diffusi in quasi tutte le regioni, con poche eccezioni concentrate nel Nord-Ovest.
L’Umbria mostra dunque una tenuta relativa. La programmazione si riduce, ma non si contrae in modo brusco. È un segnale di prudenza più che di arretramento, in un contesto economico che resta incerto e selettivo.
Una componente strutturale da monitorare
Nel complesso, i dati delineano una regione in cui il lavoro straniero rappresenta una leva strutturale della domanda di personale: quasi 18mila ingressi l’anno, una quota superiore alla media nazionale sia per numero di imprese coinvolte sia per incidenza sulle assunzioni complessive.
Parallelamente, l’avvio del 2026 segnala un rallentamento nella programmazione trimestrale, pur meno accentuato rispetto al quadro italiano. Il doppio movimento – fabbisogno stabile di lavoratori stranieri e prudenza nelle previsioni complessive – restituisce l’immagine di un sistema produttivo che continua a cercare competenze, ma con maggiore cautela e selettività.
In una regione segnata dall’invecchiamento demografico e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, la presenza di lavoratori stranieri – anche tra i lavori più qualificati – non è più una variabile accessoria. È una componente ordinaria dell’equilibrio occupazionale. E la capacità di intercettare competenze, formarle e integrarle rappresenta oggi uno degli snodi decisivi per la competitività e la sostenibilità del territorio nel medio periodo.
Nel corso del 2025 sono state 17 le vittime sul lavoro in Umbria su un su circa 373mila lavoratori ufficiali. Con un’incidenza di 46.5 che è la terza peggiore in Italia.
La situazione più grave nell’ultimo anno si è registrata nella provincia di Perugia, che con 13 decessi su 283.327 lavoratori ha un’incidenza di 45.9. In zona rossa anche la provincia di Terni, che con 4 decessi su poco meno di 90mila lavoratori ha un’incidenza di 44.6.
I dati nazionali
Sono i dati dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, che nel 2025 conta 1.093 infortuni mortali totali: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. La maglia nera per il maggior numero di vittime in occasione di lavoro va ancora alla Lombardia (112). Seguono: Campania (80), Veneto (76), Emilia-Romagna e Piemonte (65), Sicilia (64), Lazio (60), Puglia (58), Toscana (50), Marche (27), Liguria (26), Calabria (21), Sardegna (18), Umbria e Trentino-Alto Adige (17), Abruzzo (16), Basilicata (12), Friuli-Venezia Giulia (10), Molise (3) e Valle d’Aosta (1).
Il settore più colpito è quello delle costruzioni, con 148 decessi in occasione di lavoro; seguito da attività manifatturiere (117), trasporti e magazzinaggio (110) e commercio (68).
In Italia solo il 57,4% delle donne lavora (9.4 punti percentuali in meno rispetto a quello maschile) e il 70% delle dimissioni è femminile. Il 30% delle donne occupate lavora part time – spesso in modo involontario – contro appena il 7% degli uomini. Tra le madri under 35 il part time sale addirittura al 60%. E nel biennio 2023-2024, su 100mila dimissioni volontarie dal lavoro, 70mila hanno riguardato donne, costrette a lasciare l’occupazione soprattutto per l’impossibilità di conciliare tempi di lavoro e carichi di cura familiare.
Dati che raccontano una crescita frenata e un talento sprecato, quelli presentati nel convegno “Competitività significa Parità”, svoltosi al Centro Congressi della Camera di Commercio dell’Umbria. Tra gli intervenuti l’assessore regionale Simona Meloni, il presidente dell’Ente camerale, Giorgio Mencaroni, la Consigliera nazionale di parità supplente, Agnese Nadia Canevari, la Consigliera di Parità della Regione Umbria, Rosita Garzi.
Numeri che, pur segnando un miglioramento rispetto al passato, raccontano ancora un Paese che fatica a valorizzare pienamente il lavoro femminile. Ed è proprio da questi dati che ha preso le mosse il convegno “Competitività significa Parità”, svoltosi questa mattina a Perugia, presso il Centro Congressi della Camera di Commercio dell’Umbria.
L’iniziativa si inserisce nelle attività di promozione e divulgazione del progetto PAGINA – Parità di Genere in Azienda, promosso dalla Consigliera di Parità della Regione Umbria, dalla Regione Umbria e dalla Camera di Commercio dell’Umbria, con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un progetto che ha già dimostrato la propria efficacia: il bando collegato al percorso formativo ha registrato un’ottima partecipazione delle imprese umbre, confermando un interesse reale e diffuso verso la Certificazione della Parità di Genere UNI/PdR 125:2022.
PAGINA accompagna le aziende in un percorso strutturato e basato su indicatori misurabili, che interviene su governance, gestione delle risorse umane, equità retributiva, tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro, con l’obiettivo di prepararle concretamente al conseguimento della certificazione e, soprattutto, di diffondere una nuova cultura organizzativa.
Ad aprire i lavori è stato il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, che ha evidenziato come “la parità di genere in azienda e la sua certificazione siano un’ottima realtà normativa, ma richiedano ancora molto lavoro di implementazione”. Mencaroni ha sottolineato come oggi il percorso sia seguito soprattutto da imprese femminili, mentre “le altre sono ancora meno coinvolte”, aggiungendo però che “diventerà sempre più evidente che la parità di genere significa maggiore competitività dell’impresa”. Da qui la necessità, secondo il presidente camerale, di “una forte animazione da parte delle istituzioni, delle associazioni di categoria e dei corpi sociali intermedi”, esattamente ciò che il progetto PAGINA sta realizzando.
L’assessora regionale alle Politiche di parità di genere e antidiscriminazione, Simona Meloni, intervenuta da remoto, ha richiamato “la centralità del lavoro e dell’indipendenza economica per garantire una parità reale tra uomo e donna”, ricordando l’impegno della Regione in una strategia condivisa con istituzioni e parti sociali. “La tutela del lavoro femminile è ancora poco centrata – ha affermato – e stiamo lavorando con Inps e Inail per renderla più ampia ed efficace”. Annunciato anche l’aggiornamento della legge regionale del 2015 sulle politiche di genere, “una norma che dieci anni fa fu una novità assoluta e fece da battistrada ad altre regioni”.
Un quadro nazionale ancora critico è stato delineato da Agnese Nadia Canevari, Consigliera nazionale di parità supplente, che ha fornito i dati più aggiornati sul mercato del lavoro. “La disuguaglianza di genere continua a rallentare la crescita del Paese”, ha affermato, pur riconoscendo che “passi avanti sono stati fatti” e che aumentano gli esempi virtuosi. La sfida, secondo Canevari, è “ridefinire i modelli organizzativi di lavoro per rendere le imprese più giuste, più inclusive e più competitive”. Centrale anche il tema del gender pay gap, con il decreto legislativo di recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva, che dovrebbe entrare in vigore da giugno.
La Consigliera di Parità della Regione Umbria, Rosita Garzi, è entrata nel merito dei meccanismi che ancora producono disuguaglianza, nel suo intervento dedicato a “un modello organizzativo più equo e più inclusivo”. “Gender pay gap, segregazione verticale e orizzontale, penalizzazione legata alla maternità: sono i principali fenomeni discriminanti che caratterizzano le organizzazioni in Italia”, ha spiegato, affrontando anche i temi del clima aziendale, della gestione del conflitto e della giustizia organizzativa. Equità, inclusione e produttività – insieme ai vantaggi fiscali – sono le principali motivazioni che spingono le imprese verso la certificazione della parità di genere.
Spazio anche alle esperienze concrete con l’intervento di Elisa Severino, HR manager di Tarkett Official, azienda con sede a Terni e già certificata. Severino ha ricordato come “la nostra azienda abbia una forte cultura delle certificazioni: ne abbiamo sette e abbiamo accolto subito anche quella di genere, perché la nostra organizzazione aveva già tutte le caratteristiche per ottenerla”.
Di grande interesse anche gli interventi da remoto di Gianluca Puliga, dirigente del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e di Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere. Puliga ha ricordato l’obiettivo europeo delle 3.000 imprese ed enti certificati entro giugno 2026, sottolineando che “oggi siamo già a 12.349 certificazioni, un risultato che possiamo definire un grande successo” e ribadendo che “questo strumento resterà nel nostro sistema normativo anche dopo la fine del Pnrr”. Pompei ha invece richiamato il ruolo storico del sistema camerale, ricordando che “già nel 1998 nacquero i Centri per l’Imprenditoria Femminile” e che la certificazione rappresenta “la naturale evoluzione di quell’impegno trentennale”.
A tirare le conclusioni è stato il segretario generale della Camera di Commercio dell’Umbria, Federico Sisti, che ha individuato il filo rosso dell’intera mattinata “nella consapevolezza che Italia e Umbria vogliono fare un salto in avanti sulla parità di genere”. Un salto da fare insieme, “per una società più sostenibile e per aumentare la competitività delle imprese”.
Terni è la seconda provincia in Italia dove più alta è l’età media dei lavoratori dipendenti nel settore privato: 43,61 anni. Dietro solo (e di poco) alla provincia di Potenza.
Con 20.513 dipendenti che hanno più di 50 anni, pari al 37,4% di coloro che sono ricevono una busta paga da imprese private presenti nella provincia di Terni.
La media italiana – secondo l’elaborazione fatta dall’Ufficio studi della Cgia su dati Inps – è di 41,91 anni di età, con il 32,7% degli over 50.
Ad abbassare un po’ l’età media dei dipendenti del settore privato in Umbria c’è il dato della provincia di Perugia: 42,23 anni. Con il 33,1% del totale dei dipendenti che ha più di 50 anni.
L’Umbria è comunque sul podio delle regioni per anzianità dei lavoratori dipendenti del settore privato: sul totale di 236.820 gli over 50 sono 80.650 (pari al 34,1%) con un’età media di 42,55. Un’età più alta si trova solo in Basilicata e in Molise.
Un dato, quello umbro, a cui contribuiscono vari fattori. L’elevata età media della popolazione (anche se la Liguria, ad esempio, presenta una situazione diversa). L’elevata incidenza dell’impiego pubblico sul totale. Ed anche la cosiddetta fuga dei cervelli, con i giovani che spesso lasciano la regione perché attratti dal lavoro nelle grandi imprese (non solo per una questione di salario, ma di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità percepite) che hanno sede fuori dai confini regionali e spesso nazionali.