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Autore: Sara Grossi

Meno imprese, ma più strutturate: così cambia la geografia economica dell’Umbria

Meno imprese in Umbria, ma più strutturate e con un numero maggiore di addetti. E’ il quadro del report della Camera di Commercio, che vede dal 2019 ad oggi l’Umbria crescere più di Italia e Centro sotto la spinta di piccole e medie, mentre arretrano le micro più fragili. Un’analisi che mostra come sta cambiando la geografia imprenditoriale in Umbria, anche nel confronto con l’Italia e con il Centro.

Un indicatore che conta

La dimensione media delle imprese umbre – misurata in addetti per impresa – è da anni un fattore sensibile per la competitività. Un sistema produttivo troppo polverizzato tende infatti a investire meno, innovare con più difficoltà e resistere meno alle crisi. I dati del Sistema camerale relativi al secondo trimestre 2025 mostrano ora un miglioramento: la media sale a 3,7 addetti, rispetto ai 3,5 del 2019. L’aumento è del +5,7%, superiore al +5,0% dell’Italia e al +4,9% del Centro. In valori assoluti l’Umbria resta sotto i livelli medi (Italia 4,3, Centro 4,5), ma accorcia le distanze grazie a un passo più sostenuto.

Il decennio 2015-2025

Sul lungo periodo la dimensione media umbra passa da 3,4 a 3,7 addetti (+8,8%), mentre l’Italia cresce del 7,5% e il Centro del 9,8%. Va però distinta la dinamica: tra 2015 e 2019 l’Umbria cresceva lentamente (+2,9%), meno delle altre aree; dal 2019 al 2025 il quadro cambia e la regione accelera oltre la media. Non un salto improvviso, ma un trend consolidato negli ultimi anni. Questo andamento segnala che il tessuto locale, pur fragile, ha trovato nuove leve di rafforzamento.

Meno imprese, più addetti

Dal 2019 al 2025 le imprese attive umbre calano da 79.790 a 77.861 (-2,4%). Nello stesso periodo gli addetti aumentano da 279.220 a 287.471 (+3,0%). È un andamento più favorevole del +2,9% italiano e nettamente migliore del -1,2% del Centro. Le realtà più deboli hanno chiuso, mentre quelle rimaste hanno assorbito manodopera, guadagnando peso organizzativo. Un processo di selezione naturale che riduce la frammentazione rafforzando il tessuto complessivo.

Piccole e medie protagoniste

A trainare l’aumento sono soprattutto piccole e medie imprese, quelle che dispongono di scala minima per innovare. Nel decennio 2015-2025 le medie tra 100 e 249 addetti segnano +35,8% di occupati; quelle tra 50 e 99 addetti +16,2%. Le piccole crescono con +18,2% (10-19 addetti) e +16,5% (20-49). Soffrono invece le micro, in particolare quelle con 1-5 addetti. Le grandi vedono un incremento del 7,6% degli addetti quelle tra 250 e 499 dipendenti e del 4,6% quelle da 500 addetti in su.

La geografia che cambia

La distribuzione degli addetti evidenzia un riequilibrio. Le micro scendono dal 40,7% al 34,7% degli occupati. Salgono le piccole dal 23,2% al 26,1%, le medie dal 12,1% al 14,6% e anche le grandi dal 13,7% al 14,4%. Le micro restano prevalenti nel tessuto, ma con un peso minore: un passaggio importante perché in Italia le imprese di dimensione intermedia garantiscono gran parte della produttività e dell’export.

Più dipendenti veri

Tra 2019 e 2025 in Umbria i dipendenti non familiari crescono del +7,9%, meglio dell’Italia (+6,2%) e del Centro (+2,0%). Su dieci anni l’incremento è +13,1%, contro +11,1% e +11,3%. Parallelamente calano i parenti coinvolti. È un segnale di qualità: più lavoro dipendente regolare, più contratti a tutela, più competenze interne. La crescita dimensionale non riguarda solo la quantità ma anche la struttura occupazionale, con un tessuto meno basato su relazioni familiari e più su rapporti professionali.

Politiche e formazione

Il cambiamento non nasce dal caso. Negli ultimi anni in Umbria si è lavorato per innalzare la taglia media d’impresa attraverso bandi con fondi europei e programmi di formazione rivolti sia a imprenditori che a dipendenti. Queste leve hanno sostenuto investimenti, digitalizzazione e aggiornamento organizzativo. Un percorso che ha permesso ad alcune micro di diventare piccole e a diverse piccole di crescere ulteriormente. La crescita dimensionale è quindi l’esito di politiche mirate ma anche di una selezione spontanea: le imprese meno attrezzate hanno ceduto il passo a quelle capaci di strutturarsi.

Un confronto utile

Collocare i dati umbri nel quadro nazionale aiuta a leggere la traiettoria. L’Italia, pur restando sopra nei valori assoluti, nella crescita dimensionale delle aziende non ha registrato lo stesso ritmo dell’Umbria post-2019. Nel Centro Italia, invece, la contrazione del numero di imprese non è stata compensata da una crescita analoga degli addetti. L’Umbria si distingue dunque per un modello meno statico, che riduce le fragilità e si avvicina a configurazioni più solide.

Implicazioni operative

Tre conseguenze principali emergono da questo quadro. Il primo è una maggiore stabilità, grazie a una base crescente di lavoratori dipendenti non familiari.

Il secondo effetto è una maggiore capacità di investimento, concentrata nelle fasce 10-49 e 50-250 addetti.

Infine, la riduzione della polverizzazione, con un innalzamento della soglia minima di efficienza.

Elementi che incidono sulla competitività e sulla capacità di attrarre finanziamenti e partnership, specie nei settori innovativi.

Ricostruzioni post-sisma, esperienze a confronto

Due giornata di confronto – giovedì 18 e venerdì 19 settembre, a Norcia – sul tema “Dalle emergenze passate azioni e prospettive efficaci e sicure nelle ricostruzioni post-sisma: esperienze a confronto”. L’occasione di confronto tra i rappresentanti di Istituzioni, Enti, Imprese e Parti sociali e alcune Regioni italiane che hanno vissuto esperienze analoghe di ripartenza lavorativa, economica e sociale per il superamento delle catastrofi edilizie e ambientali derivanti dai fenomeni sismici.

L’iniziativa è organizzata da Inail Umbria, Regione Umbria, Comune di Norcia e dagli enti bilaterali territoriali del settore edilizia.

I modelli procedurali e le buone pratiche adottate in tali contesti emergenziali, comprese quelle in materia sicurezza nel lavoro e di restauro del patrimonio artistico e culturale dei piccoli borghi caratterizzanti spesso i territori più colpiti, costituiscono oggi elementi e riferimenti utili per orientare e predisporre un approccio maturo, tempestivo ed efficace nell’affrontare le eventuali future situazioni di ricostruzione. Ciò nel pieno rispetto dei principi e dei parametri di responsabilità e di sicurezza nei confronti delle persone, dei lavoratori, delle committenze, del patrimonio storico artistico e della comunità.

L’iniziativa ospiterà alcuni soggetti promotori di positivi interventi e di buone pratiche nella ricostruzione e nel restauro in sicurezza.

Partendo dall’esperienza realizzata nelle zone del centro Italia coinvolte nel sisma 2016, sarà rappresentato quanto realizzato, i modelli adottati e i risultati raggiunti, compresi quelli sull’andamento infortunistico nei cantieri a fronte delle misure incrementali di prevenzione adottate.

Nel corso della giornata del 18 settembre p.v. è prevista altresì una visita guidata al cantiere della Basilica di S.Benedetto da Norcia e al cantiere della Cattedrale Santa Maria Argentea di Norcia.

Seguirà l’avvio dei lavori con gli interventi di alcuni rappresentati delle principali Istituzioni pubbliche coinvolte e una tavola rotonda condotta e coordinata dal Direttore Generale dell’Inail dott. Marcello Fiori.

I modelli procedurali nati dalle esperienze di ricostruzione post-sisma che hanno interessato il territorio nazionale nel corso degli ultimi decenni saranno presentati e messi a confronto da una rappresentanza plurale di soggetti che hanno gestito le ricostruzioni post-sisma nelle Regioni Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Marche, Lazio e Campania.

L’iniziativa prevede la partecipazione di una platea qualificata di oltre 200 persone, tra istituzioni, tecnici, imprese, parti sociali, reti delle professioni, cittadinanza civile e studenti e rappresentanti del mondo della scuola.

Capitale italiana arte contemporanea, Foligno-Spoleto tra le quattro finaliste

Foligno-Spoleto è tra le quattro finaliste per il riconoscimento di Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2027.

Queste le città candidate in finale:

– FOLIGNO (PG) in aggregazione con SPOLETO, con il dossier “Foligno-Spoleto in Contemporanea”;

– ALBA (CN), con il dossier “Le fabbriche del vento”

– PIETRASANTA (LU), con il dossier “Essere arte. O dell’umanità dell’arte”

– TERMOLI (CB), con il dossier “Traiettorie contemporanee”

Le audizioni pubbliche delle città finaliste al Ministero della Cultura a Roma il 16 ottobre. Ciascun Comune avrà a disposizione un tempo massimo di 60 minuti, articolati in 30 minuti di presentazione del progetto e 30 minuti di colloquio con la Giuria, per illustrare nel dettaglio le proprie proposte.

La proclamazione della Capitale italiana dell’Arte Contemporanea, con un contributo finanziario di un milione di euro, avverrà entro il 30 ottobre.

Inflazione, ecco quanto è aumento il costo della vita in Umbria

In Umbria una famiglia media pagherà 422 euro in più l’anno per gli acquisti per effetto dell’inflazione, che ad agosto è stata rilevata dall’Istat al +1,6%. Un dato percentualmente in linea con la media nazionale, ma che nella pratica si riconduce a +21 euro l’anno sborsati.

A trainare i rincari è Perugia, dove si spenderanno 487 euro in più l’anno (+1,8%), al di sopra della media nazionale. Meglio Terni, dove la spesa in più è in media di 271 euro (+1%).

La classifica nazionale

L’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle regioni e delle città che quest’estate si sono rivelate più rincarate in termini di aumento del costo della vita. Una classifica stilata sulla base dei dati territoriali dell’inflazione pubblicati dall’Istat.

In testa alla graduatoria c’è Bolzano, dove l’inflazione tendenziale pari a +2,1% si traduce nella maggior spesa aggiuntiva su base annua, equivalente a 697 euro per una famiglia media.

Segue Rimini che, con +2,4% su agosto 2024, la terza inflazione più alta d’Italia dopo Cosenza, al 1° posto con +2,7%, e Belluno al 2° posto con +2,5%, ed aequo con Siena, ha un incremento di spesa annuo pari a 661 euro a famiglia. Sul gradino più basso del podio Belluno che con +2,5% ha una spesa supplementare pari a 652 euro annui per una famiglia tipo.

Appena fuori dal podio Siena che, con un’inflazione del 2,4%, registra una stangata pari a 649 euro. Seguono Pistoia (+2,3%, +622 euro), Arezzo (+2,2% e +595 euro), al settimo posto Udine (+1,9%, +534 euro), poi Trieste (+1,9%, +534 euro). Chiudono la top ten, con 533 euro, Venezia e Roma, entrambe con un’inflazione dell’1,9%. Cosenza, con +2,7%, si colloca “solo” all’undicesimo posto con +525 euro.

Sull’altro fronte della classifica, la città dove i prezzi sono aumentati di meno è Pisa, dove con +0,3%, l’inflazione più bassa del Paese ex aequo con Aosta, si ha un aumento annuo di 81 euro. Al secondo posto Aosta, +0,3% e un maggior costo della vita di 83 euro. Medaglia di bronzo per Campobasso (+0,5% e +118 euro). Al quarto posto della classifica delle città più risparmiose, Benevento (+0,6%, + 133 euro), seguita da Brindisi (0,7%, +138 euro), Trapani (+0,6%, +139 euro), al settimo posto Caserta (+0,8%, +177 euro), poi Reggio Emilia (+0,7%, +193 euro) e Parma (+0,7%, +193 euro). Chiude la top ten delle migliori, con 201 euro, Cuneo (+0,8%).

Guardando alle Regioni, quella che ha conosciuto i rincari maggiori in estate, con un’inflazione annua a +1,6%, il Trentino Alto Adige, che registra a famiglia un aggravio medio pari a 495 euro su base annua. Segue il Friuli Venezia Giulia (+1,8%, +493 euro). Al terzo posto con +483 euro, Veneto e Lazio, entrambe con un’inflazione dell’1,8%. La Puglia e la Calabria sono le regioni con la maggiore inflazione d’Italia: +2,1%. La regione più “risparmiosa” è la Valle d’Aosta: +0,4% e +111 euro. In seconda posizione il Molise (+0,6%, +142 euro), in terza la Sicilia (+1,1%, +247 euro).

Redditi, ecco chi sono e quanto guadagnano e pagano i contribuenti umbri

In Umbria il 68,9% dei contribuenti (cioè 460.962), ha dichiarato nel 2023 meno della media nazionale, pari a pari a 24.830 euro. Il reddito medio complessivo dichiarato nella regione è stato di 22.790 euro. Un dato complessivo che vede però, secondo l’elaborazione della Cgia su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, situazioni molto differenti tra le due province.

In provincia di Perugia

Nella provincia di Perugia, secondo le dichiarazioni del 2023, il reddito complessivo medio è stato di 22.867 euro, mentre è stata di di 5.091 l’Irpef media versata. Il numero dei 502.222 contribuenti risulta così suddiviso: 284.070 i lavoratori dipendenti; 178.430 i pensionati; 19.047 gli autonomi; 26.425 coloro che percepiscono redditi da partecipazioni.

In provincia di Terni

Nella provincia di Terni nello stesso anno il reddito complessivo medio è stato di 22.570 euro, mentre è stata di di 5.084 l’Irpef media versata. Il numero dei 166.381 contribuenti risulta così suddiviso: 89.086 i lavoratori dipendenti; 62.900 i pensionati; 6.471 gli autonomi; 6.714 coloro che percepiscono redditi da partecipazioni.

In Italia

A livello nazionale, secondo l’elaborazione della Cgia, al netto delle detrazioni e degli oneri deducibili, nel 2023 i contribuenti hanno dichiarato un’Irpef pari a 190 miliardi di euro.

Guardando alle province italiane, il prelievo medio netto più elevato ha interessato i contribuenti della Città Metropolitana di Milano con 8.846 euro. Seguono le persone fisiche di Roma con 7.383, della provincia di Monza-Brianza con 6.908, di Bolzano con 6.863 e della Città Metropolitana di Bologna con 6.644. I meno tartassati d’Italia sono stati i contribuenti della Sud Sardegna che hanno pagato solo 3.619 euro. La media nazionale è stata pari a 5.663 euro.

A scuola senza telefonini, il Codacons: segnalateci inosservanze, denunceremo gli istituti

Con l’avvio dell’anno scolastico il Codacons anche in Umbria annuncia denunce contro quegli istituti che non faranno rispettare la direttiva ministeriale che vieta l’utilizzo dei telefonini, anche durante la ricreazione.

“Una rivoluzione attesa da tempo che, tuttavia, si sta scontrando con l’opposizione degli studenti – scrive il Codacons – ma anche di molti presidi e insegnanti, e la cui applicazione pratica appare a rischio.
Diversi istituti infatti hanno già messo le mani avanti segnalando le difficoltà logistiche legate al nuovo divieto: dalla vigilanza da parte degli insegnanti all’esigenza di dotarsi di armadietti, contenitori o altri strumenti per conservare i telefonini. C’è poi la possibilità concreta che gli studenti riescano ad eludere la nuova norma, ad esempio introducendo un secondo cellulare non dichiarato in classe”.

Per il Codacons “vietare lo smartphone a scuola non è solo una misura di civiltà e buonsenso introdotta a favore degli stessi studenti, ma serve anche a prevenire abusi. I telefonini in classe, infatti, se da un lato rappresentano una fonte di distrazione, dall’altro sono spesso utilizzati dagli studenti per compiere atti di bullismo e per gravi violazioni della privacy”.

Per tali motivi l’associazione a tutela di utenti e consumatori ha deciso di scendere in campo avviando anche in Umbria una iniziativa contro gli istituti che non faranno rispettare il divieto. I genitori i cui figli frequentano scuole che continueranno a far usare i telefonini durante la giornata scolastica, potranno inviare una segnalazione alla mail info@codacons.it. I presidi di tali istituti saranno denunciati dal Codacons per inottemperanza alle disposizioni vigenti e dovranno rispondere della disapplicazione della circolare.

“Così come gli studenti rischiano sanzioni (fino alla sospensione) se non si atterranno al divieto sull’uso dei cellulari, allo stesso modo – conclude il Codacons – anche le scuole devono essere sanzionate se non faranno rispettare con la massima severità le nuove disposizioni”.

Prima campanella per oltre 105mila studenti umbri: le date dell’anno scolastico e le nuove regole

Lunedì 15 settembre suonerà la prima campanella per 105.204 studenti umbri. Ce ne saranno 2492 in meno rispetto ad un anno fa, segno di una denatalità che nella regione porta a percentuali sempre più preoccupanti.

Gli studenti umbri sono attesi in 5.512 classi: 680 della scuola d’infanzia; 1.813 della scuola primaria; 1.077 nella scuola secondaria di primo grado; 1.942 nella scuola secondaria di secondo grado.

Particolari accorgimenti sono previsti per accogliere un numero crescente di ragazzi con disabilità: quest’anno tra i banchi saranno 5.302.

Il calendario scolastico

In quest’anno scolastico in Umbria previsti 204 giorni effettivi di attività didattica. Le lezioni termineranno il 9 giugno 2026 per le scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, mentre la scuola dell’infanzia proseguirà fino al 30 giugno.

Le festività previste dalla normativa nazionale restano confermate, a partire da Natale e Pasqua fino alle ricorrenze civili come il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno.

Lunga pausa invernale, con le vacanze natalizie si estenderanno dal 22 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026. A Pasqua, invece, scuole chiuse dal 2 al 7 aprile 2026. I ponti portano due giornate di vacanza aggiuntiva: sabato 2 maggio, allungamento naturale della Festa del Lavoro, e lunedì 1° giugno, che anticipa la Festa della Repubblica.

Le nuove regole

Sulla base delle indicazioni del Ministero dell’Istruzione e del Merito, quest’anno si torna in classe con qualche novità. Via i cellulari, anche nell’ora di ricreazione. Spetta a ciascun istituto decidere le modalità con le quali far rispettare questa prescrizione.

Torna il voto in condotta, anche per le medie. Per le superiori sarà decisivo anche per il giudizio finale: con 5 si viene bocciati, indipendentemente dal profitto, mentre con 6 si viene rimandati.

All’esame di maturità, chi non sosterrà l’orale sarà respinto.

Lavoro, è l’artigianato a trainare la ripresa dei piccoli centri terremotati

L’artigianato guida la ripresa dell’economia nelle zone terremotate. Se si esclude Spoleto, negli altri 14 comuni del cosiddetti “cratere” dieci anni dopo il sisma del 2016 si registra un +11% di addetti. Nello stesso periodo, l’Umbria ha visto un calo del 4,3% e l’Italia del 7,2%.

I dipendenti subordinati registrano un +39,5 (Umbria +1,5% e Italia -6,2%). Complessivamente imprese in calo dell’11,2%: questo significa che ce ne sono di meno, ma sono più strutturate e in grado di assicurare più occupazione.

E’ quanto mostra, in sintesi, il report della Camera di Commercio dell’Umbria, nell’ambito del Progetto Fenice.

Meno imprese, ma più addetti

L’analisi copre il decennio dal secondo trimestre 2015 al secondo trimestre 2025, includendo il 2019 come anno pre-pandemico. Nei comuni montani del cratere (Arrone, Cascia, Cerreto di Spoleto, Ferentillo, Montefranco, Monteleone di Spoleto, Norcia, Poggiodomo, Preci, Polino, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Sellano e Vallo di Nera) escludendo Spoleto che, essendo una città, ha dinamiche sue proprie differenti dalla situazione più omogenea esistente negli altri comuni, le imprese artigiane attive sono calate da 489 a 411, con una perdita dell’11,2%.

Numeri peggiori della media regionale (-5,5%) e nazionale (-4%). Ma dietro questa contrazione si cela un paradosso positivo: gli addetti sono aumentati dell’11%, passando da 1.008 a 1.149. Una dinamica positiva che va in direzione opposta rispetto al resto del Paese: l’Umbria ha perso 3.936 addetti (-4,3%), l’Italia addirittura 214mila (-7,2%).

È il segnale che, seppur meno numerose, le imprese artigiane rimaste hanno saputo irrobustirsi, assumere e crescere di dimensione. La media è salita da 2,1 a 2,8 addetti per azienda, ribaltando il rapporto con la regione che nel 2015 aveva valori più alti.

Tanti dipendenti subordinati

Il vero spartiacque è nella qualità dell’occupazione. Nei 14 comuni del cratere, i dipendenti subordinati – lavoratori dipendenti veri e propri, non familiari – sono aumentati del 39,5%: da 370 a 629. Un dato che fa impressione se confrontato con l’Umbria (+1,5%) e con l’Italia, che ha perso il 6,2%.

In parallelo i collaboratori familiari sono scesi da 638 a 520 (-20,2%). Nel 2015 erano quasi il doppio dei dipendenti, nel 2019 si erano equilibrati, nel 2025 i subordinati hanno preso il sopravvento. È la fine del modello tradizionale e l’inizio di un artigianato più moderno, che non si regge solo sul nucleo familiare ma apre le porte a professionalità esterne.

Un passaggio che segna la differenza tra resistere e competere. E che racconta come il terremoto, pur devastante, abbia accelerato una trasformazione che altrove fatica a decollare.

Male Spoleto

Se si include Spoleto, il quadro resta positivo ma si smorza. La città, con oltre 36mila abitanti – più di tutti gli altri 14 comuni messi insieme – riduce la crescita degli addetti allo 0,6% e frena l’aumento dei dipendenti al 9,1%.

Le dinamiche spoletine, più simili al trend regionale, non agganciano la stessa traiettoria di rafforzamento. Il cratere montano appare così come un contesto a sé, più coeso e più segnato dalla ricostruzione, mentre Spoleto segue un percorso urbano e meno trainato dall’emergenza post-sisma.

I settori che trainano

Dentro i numeri si vedono i mestieri che hanno beneficiato di più. In dieci anni, gli addetti legati all’alloggio e alla ristorazione sono quasi raddoppiati, da 109 a 213, spinti dalla presenza del personale dei cantieri della ricostruzione e dalla ripresa post terremoto di un certo flusso turistico.

La manifattura cresce da 831 a 879 addetti, segno che anche i settori tradizionali possono adattarsi. L’agricoltura artigiana rimane stabile con 79 addetti, mentre trasporti e magazzinaggio segnano una leggera contrazione. Le “altre attività di servizi”, che includono anche comparti innovativi, assorbono circa 400 occupati.

Oltre la ricostruzione

La domanda è inevitabile: cosa accadrà quando i cantieri finiranno? La ricostruzione ha agito da motore straordinario, ma non potrà durare all’infinito. Se non si consolida ora la crescita, il rischio è di perdere terreno.

La priorità è rendere strutturale l’irrobustimento, puntando su innovazione, formazione, filiere e attrazione di giovani. Non basta resistere: serve costruire un futuro competitivo. Il cratere montano ha dimostrato che l’artigianato può cambiare pelle anche nelle zone più fragili. La sfida è trasformare l’eccezione in regola, facendo di questi territori un laboratorio di resilienza che diventa sviluppo.

La sfida sociale e il Progetto Fenice

Accanto ai segnali positivi, resta aperta una sfida cruciale: quella demografica. Il cratere montano soffre infatti di spopolamento e invecchiamento della popolazione, con il rischio che la vitalità economica non trovi nuova linfa nelle generazioni future. Perché la crescita non resti un episodio legato solo alla ricostruzione, occorre attrarre giovani e competenze innovative, trasformando questi territori in luoghi capaci di offrire opportunità stabili. Le risorse del PNRR, la spinta della digitalizzazione e le opportunità della transizione verde possono diventare leve decisive per consolidare i risultati e garantire che l’artigianato del cratere resti competitivo anche oltre l’emergenza. E in questo contesto si inserisce il Progetto Fenice, nato dalla collaborazione fra Università per Stranieri di Perugia, Comune di Norcia, Camera di Commercio dell’Umbria e Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica, per aiutare concretamente a ricostruire il tessuto sociale, culturale ed economico delle aree colpite dal sisma.

La dichiarazione di Mencaroni

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi numeri ci dicono che la montagna umbra del cratere, pur ferita dal sisma del 2016, ha reagito con una sorprendente capacità di rafforzamento. Meno imprese ma più solide, più grandi, con più occupati, mentre la regione e l’Italia hanno perso terreno. La spinta della ricostruzione ha avuto un ruolo decisivo, ma la vera sfida è andare oltre e rendere strutturale questa crescita. Dobbiamo accompagnare le aziende nell’innovazione e nell’accesso a nuove competenze, perché l’artigianato non può restare legato soltanto all’onda lunga dell’emergenza. Il capitale umano è il cuore di questo processo – sottolinea Mencaroni – e come Camera di Commercio continueremo a sostenerlo con strumenti concreti di sviluppo territoriale. Perché non basta resistere: serve costruire un futuro competitivo. Il cratere montano ha dimostrato che l’artigianato può cambiare pelle anche nelle zone più fragili. La sfida – conclude – è trasformare l’eccezione in regola, facendo di questi territori un laboratorio di resilienza che diventa sviluppo”.

Così la dinamica di spesa delle famiglie umbre

Nel corso del 2024 i consumi in Umbria sono aumentati moderatamente, come rileva la Banca d’Italia nell’ultimo rapporto sull’economia regionale. Secondo l’indicatore ITER-con, la spesa è cresciuta dello 0,5% in termini reali (come nella media nazionale), beneficiando solo in parte dell’espansione del reddito.

L’incremento è stato di entità simile a quello registrato dall’Istat nel 2023, quando la spesa era stata sostenuta dagli acquisti di servizi (tra cui quelli legati al turismo) e di beni durevoli.

Secondo le stime di Confcommercio nell’anno in corso la dinamica dei consumi si confermerebbe in lieve espansione, come nel complesso del Paese. Il clima di fiducia delle famiglie, disponibile a livello di macroarea, è migliorato, specie nella prima parte del 2024.

I dati ufficiali disponibili a livello regionale sui consumi registrano le spese sostenute dalle famiglie entro i confini territoriali, a prescindere dal loro luogo di residenza. Per individuare i consumi dei residenti, evidenzia il Rapporto, occorre includere quelli effettuati da questi fuori regione ed escludere le spese sostenute in regione dai non residenti.

In base alle stime dell’Osservatorio Findomestic, lo scorso anno gli acquisti di beni durevoli, che rappresentano quasi un decimo del totale, hanno continuato a crescere in termini reali, in misura sostanzialmente analoga alla media nazionale, sostenuti anche dall’espansione della spesa per acquisto di automobili. Secondo i dati dell’Associazione nazionale filiera automobilistica (ANFIA), nel 2024 in Umbria le immatricolazioni di autovetture sono cresciute di oltre il 10% rispetto all’anno precedente (-0,5 in Italia).

Nel 2023, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati dell’Indagine sulle spese delle famiglie dell’Istat, la spesa media mensile di una famiglia umbra era di poco inferiore a 2.800 euro (2.200 al netto dei fitti imputati); in termini equivalenti era lievemente superiore a quella italiana.

La quota di famiglie umbre nel primo quinto della distribuzione nazionale della spesa equivalente
(comprendente il 20% di famiglie italiane con la spesa più bassa) era pari al 15,2%.

La spesa media delle famiglie nel quinto regionale più elevato era 4,4 volte superiore a quella dei nuclei nel primo quinto (4,8 nella media italiana). La diseguaglianza della spesa, così come misurata dall’indice di Gini3, era pari nello stesso anno a 0,29 (0,31 nella media nazionale).

Secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati della Rilevazione sulle forze di lavoro (RFL) dell’Istat, relative ai nuclei senza pensionati e con persona di riferimento sotto i 65 anni, nella media dei primi tre trimestri (ultimo dato disponibile), la quota di individui che vivono in famiglie senza occupati è rimasta contenuta (6,2%; 9,0 in Italia). L’incidenza di persone in nuclei con due o più occupati è aumentata (60,8%; 53,6 nella media nazionale).

Crisi automotive, allarme e monito all’Ue da 40 Regioni (tra cui l’Umbria)

Da Monaco di Baviera dove si è tenuta l’Assemblea annuale dell’Automotive Regions Alliance (ARA), l’allarme delle 40 Regioni che aderiscono. Tra queste c’è l’Umbria, insieme a Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise, Basilicata, Veneto e la Lombardia, che la presiede con l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi.

Il nuovo Manifesto per il settore

L’incontro è avvenuto in occasione del Salone dell’Auto (IAA Mobility). All’ordine del giorno, la firma di un nuovo Manifesto e soprattutto un momento di confronto alla vigilia del grande appuntamento che si terrà il 12 settembre a Bruxelles, quando il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, riunirà tutti i più importanti protagonisti dell’industria dell’auto. Tutti ad esclusione di uno: l’Automotive Regions Alliance. Una scelta molto criticata dalla Lombardia e da tutta l’associazione, considerando che le Regioni aderente all’Ara rappresentano il 40% del Pil europeo.

Per Guidesi l’evento bavarese è stata l’occasione per tracciare un primo bilancio del suo anno di presidenza e per ribadire le priorità di azione, sempre con l’obiettivo di difendere l’industria Automotive messa in grave difficoltà dalle decisioni “ideologiche”, come le ha definite lo stesso Guidesi, messe in atto della precedente Commissione e non corrette dall’attuale.

L’ampliamento a 40 Regioni

“Innanzitutto – ha spiegato Guidesi durante il suo intervento – è importante sottolineare il fatto che la squadra si sia allargata arrivando a quota 40 Regioni, che nel loro complesso rappresentano l’Europa dal punto di vista geografico ma anche economico, dato che sostanzialmente i 40 territori insieme rappresentano praticamente la metà del Pil europeo. All’interno dell’alleanza abbiamo creato sinergia e sintesi: allo stesso tempo siamo riusciti a proporre alla Commissione europea documenti con idee e suggerimenti per raggiungere l’obiettivo di una mobilità sostenibile senza distruggere la competitività. Al momento però la Commissione non è passata dall’ascolto alla concretizzazione; infatti, per ora quasi nulla delle nostre proposte è stata messa in campo”.

Le priorità

Sul versante invece delle priorità, molte delle quali inserite nel nuovo Manifesto dell’Ara, il presidente dell’alleanza Guidesi ha sottolineato quanto ormai sia doveroso e non più rimandabile l’attuazione del principio di ‘neutralità tecnologica’. A tal proposito una novità significativa introdotta nel nuovo Manifesto, sottoscritto da tutte le 40 Regioni, consiste nella richiesta indirizzata alla Commissione di considerare anche i carburanti alternativi (ad esempio i biocarburanti) nel raggiungimento di una mobilità sostenibile; una battaglia ‘lombarda’ che oggi trova ampia condivisione in Europa.

Altro elemento significativo inserito nel Manifesto e condiviso da tutti i partecipanti riguarda la dura presa di posizione rispetto all’esclusione di Ara dalla prossima riunione strategica del 12 settembre a Bruxelles.

“Grave – si legge nel documento – che l’alleanza non sia stata pienamente inclusa nel dialogo strategico sul settore automobilistico, nonostante il suo ruolo essenziale nella rappresentanza degli interessi regionali, e si ritiene che ciò costituisca un’occasione mancata per garantire adeguata rappresentazione alle istanze territoriali”; anche in questo caso la Lombardia è stata tra le prime a denunciare la decisione definendola “un pessimo segnale”.

Le auto storiche

Un ulteriore passaggio significativo sottolineato da Guidesi e ripreso nel documento riguarda le ‘auto storiche’. “Si rimarca – si legge – che il quadro giuridico dell’Ue che fissa gli obiettivi climatici nel settore del trasporto su strada non si applica alle auto d’epoca, che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del patrimonio storico e culturale delle regioni automobilistiche d’Europa”. Altro elemento chiave della ‘tesi lombarda’ inserito nel Manifesto riguarda il metodo di calcolo delle emissioni: “importante considerare – si legge nel paragrafo specifico – il ruolo strategico della valutazione del ciclo di vita (LCA) nell’orientare lo sviluppo tecnologico; allo stesso tempo si ritiene fondamentale che l’UE investa ulteriormente nell’innovazione relativa ai biomateriali, alla progettazione circolare e ai metodi di produzione a basso impatto per sostenere gli obiettivi climatici e il rinnovamento industriale regionale, sia per i componenti automobilistici e l’assemblaggio di veicoli sia per i componenti delle batterie e il loro assemblaggio”.

La Commissione Ue a un bivio

“La Commissione europea – ha dichiarato il presidente di Ara, Guidesi – ora deve decidere se salvare l’industria automotive europea oppure far morire l’intero comparto. O si cambiano le regole e l’impostazione attuale oppure lasceremo ai costruttori cinesi il monopolio. L’Europa invece si troverà a gestire tanti disoccupati visto che questo settore, tra diretti e indiretti, vale 13 milioni di posti di lavoro. Con il ‘solo elettrico’ gli obiettivi ambientali si raggiungeranno unicamente attraverso la desertificazione industriale. La Commissione decida, tempo non ce n’è più”.