In Umbria, il settore della ristorazione oggi conta 5.764 esercizi, costituiti per il 58,8% da ristoranti e per il 38,1% da bar, secondo un’articolazione speculare a quella nazionale. La crescita rispetto a 15 anni prima – rileva l’indagine dell’AUR QUADERNI sul commercio in Umbria, è stata complessivamente del 16,5% (19,3% in Italia).
Ma soprattutto, in Umbria si sta osservando un processo di ricomposizione interna che non è semplicemente un ribilanciamento numerico, ma una vera trasformazione strutturale: il bar tradizionale perde centralità, mentre cresce un’offerta ristorativa più complessa, specializzata e con maggiore valore aggiunto, in Italia così come in Umbria.
La flessione del numero di bar sia in Italia sia in Umbria prende corpo a partire dal 2020, a causa di una combinazione di shock esogeni e criticità interne al settore. L’impatto della pandemia ha rappresentato un punto di svolta, poiché le restrizioni alla mobilità, la contrazione dei consumi fuori casa e l’incertezza economica hanno determinato un’elevata mortalità d’impresa, indotta anche dall’aumento dei costi operativi e dalla riduzione di margini già risicati: il bar soffre più degli altri format l’aumento dei costi di gestione (energia, lavoro, materie prime), perché la sua capacità di incrementare i prezzi è limitata dal tipo di servizio e dalla reattività del consumatore rispetto a prodotti molto standardizzati. Inoltre, il bar “generalista”, basato su consumi ripetitivi e a basso margine (caffetteria, cornetteria, aperitivo di base), è stato messo sotto pressione dalla concorrenza di nuovi format ibridi che ne replicano in parte l’offerta (panifici evoluti, catene di caffetteria, punti vendita GDO con area break). Parallelamente, mutamenti nelle abitudini dei consumatori – tra cui la diffusione dello smart working e la minore frequenza delle pause tradizionali – ne hanno ulteriormente indebolito la frequentazione.
In Umbria, tali dinamiche risultano particolarmente evidenti nella provincia di Perugia, dove la diminuzione rispetto al 2019 è stata quasi doppia rispetto a Terni (-10,6% vs -5,5%), per un totale di 228 esercizi in meno nella regione. Se nel 2019 per ogni 10 mila umbri erano presenti 27,9 bar, oggi tale dotazione è scesa a 25,8, senza grandi differenze tra le due province e sostanzialmente allineata alla media nazionale.
Parallelamente, l’aumento degli esercizi di ristorazione segnala uno spostamento significativo della spesa verso i consumi fuori casa. Tale tendenza è coerente con la crescente valorizzazione del tempo, con la riduzione dei costi d’opportunità associati alla preparazione domestica e con la maggiore centralità attribuita alla socialità, per cui il ristorante svolge sempre più la funzione di luogo di relazione, aggregazione, interazione ed estende la propria funzione tradizionale attraverso format ibridi e servizi di delivery.
Attenzione soprattutto sul polo siderurgico e chimico del ternano, particolarmente energivoro, per il caro-energia conseguente alla guerra in Medio Oriente. Un problema che però ovviamente è sentito da tutte le imprese umbre, che secondo l’allarme lanciato dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre potrebbero pagare quest’anno 190 milioni di euro in più per le bollette di energia elettrica e gas, passando da 1.411 milioni a 1.601 milioni di euro.
Un incremento percentuale, quello stimato per l’Umbria, identico alla media nazionale: +13,5% (9.792 milioni di euro in più la stima dei costi per le imprese in tutta Italia).
Come evidenzia la Cgia, con un’eventuale impennata dei costi delle bollette elettriche, i settori economici più “colpiti” potrebbero essere quelli che registrano i consumi più importanti: metallurgia (acciaierie, fonderie, ferriere, etc.); commercio (negozi, botteghe, centri commerciali, etc.); altri servizi (cinema, teatri, discoteche, lavanderie, parrucchieri, estetiste, etc.); alimentari (pastifici, prosciuttifici, panifici, molini, etc.); alberghi, bar e ristoranti; trasporto e logistica; chimica.
Il vescovo Francesco Antonio Soddu lascia la Diocesi di Terni-Narni-Amelia, dove era arrivato nel 2021. In Duomo, dove aveva chiamato a raccolta la comunità religiosa e le autorità locali, Soddu ha annunciato di essere stato nominato da Papa Leone vescovo dell’Arcidiocesi di Sassari.
Nato a Chiaramonti, in provincia ed arcidiocesi di Sassari, il 24 ottobre 1959, Soddu è stato vicerettore del Pontificio seminario regionale di Cagliari dal 1985 al 1987 e poi del seminario arcivescovile di Sassari fino al 1996. Dopo essere stato direttore della Caritas diocesana dal 2005, nel 2012 è stato nominato direttore nazionale della Caritas Italiana[2], incarico che ha mantenuto fino alla nomina episcopale.
Il 27 ottobre 2012 è stato nominato da papa Benedetto XVI membro del Pontificio consiglio “Cor Unum”.
Il 29 ottobre 2021 papa Francesco lo ha nominato vescovo di Terni-Narni-Amelia, succedendo a Giuseppe Piemontese, dimessosi per raggiunti limiti di età. Il 5 gennaio 2022 ha ricevuto l’ordinazione episcopale, nella cattedrale di Terni, dal suo predecessore Giuseppe Piemontese, co-consacranti l’arcivescovo di Sassari Gian Franco Saba e il vescovo Stefano Russo, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Durante la stessa celebrazione ha preso possesso della diocesi.
Il 10 novembre dello stesso anno è stato eletto segretario generale della Conferenza episcopale umbra. Ora il suo ritorno in Sardegna.
E’ morta a soli 5 mesi di vita, all’ospedale di Perugia. E alla commozione per questa tragedia, si uniscono ora i timori, vista la diagnosi: caso di meningite fulminante da Neisseria meningitidis.
E’ stata la Direzione aziendale dell’Ospedale di Perugia a comunicare quanto avvenuto oggi, martedì.
I genitori si erano rivolti nella tarda mattinata al Pronto Soccorso Pediatrico dell’ospedale per un quadro febbrile insorto nella notte. Considerata la rapidità di evoluzione della sintomatologia, la piccola è stata immediatamente trasferita presso la Terapia Intensiva Neonatale, dove è avvenuto il decesso nonostante la tempestività delle cure intensive dei sanitari.
La Direzione aziendale rende noto di aver provveduto ad allertare ed inviare la notifica obbligatoria all’Igiene e Sanità Pubblica della Usl Umbria 1, ai fini dell’attivazione dell’indagine epidemiologica di competenza e dell’adozione di tutte le misure di profilassi previste dalla normativa vigente.
La Direzione e tutto il personale dell’Azienda ospedaliera di Perugia, unitamente alla direzione regionale e alla presidente Stefania Proietti, esprimono sincero e sentito cordoglio e vicinanza ai genitori e ai familiari in questo momento di grande dolore, nel pieno rispetto della loro riservatezza.
Secondo il Report della Camera di Commercio su dati Excelsior, quasi 9mila aziende umbre programmano ingressi di personale straniero. Nel 2025 17.660 assunzioni di immigrati, pari al 25,2% del totale. La media nazionale si ferma al 23,4%.
Intanto a febbraio sono previste 4.990 assunzioni complessive, il 51,6% è giudicato di difficile reperimento. Nel trimestre febbraio-aprile 16.820 ingressi, -7,1% sul 2025, meglio comunque del dato italiano -18,5%.
Mencaroni: “Rafforzare formazione, orientamento e politiche attive”
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri confermano che il lavoro straniero non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del nostro sistema produttivo. Se quasi quattro imprese su dieci che assumono prevedono ingressi di personale immigrato e una assunzione su quattro riguarda lavoratori esteri, significa che la competitività dell’Umbria passa anche dalla capacità di attrarre e integrare competenze. Allo stesso tempo, il 51,6% di profili difficili da reperire ci dice che il vero nodo è l’incontro tra domanda e offerta. La tenuta di febbraio e la flessione più contenuta rispetto al dato nazionale indicano prudenza, non arretramento. Ora serve rafforzare formazione, orientamento e politiche attive, perché in una regione che invecchia il capitale umano è la prima infrastruttura su cui investire”.
Imprese che assumono: il perimetro reale del dato
Il primo passaggio decisivo riguarda il campo di osservazione. Nel 2024, in Umbria, poco più di 22mila imprese hanno dichiarato di voler effettuare nuove assunzioni. Di queste, 8.750 aziende hanno programmato anche l’ingresso di lavoratori stranieri.
La percentuale (39,7%) non si riferisce quindi all’universo complessivo delle imprese attive, ma esclusivamente a quelle che hanno espresso un fabbisogno occupazionale. È una distinzione sostanziale: significa che quasi quattro imprese su dieci, tra quelle che cercano personale, prevedono di ricorrere anche a manodopera immigrata.
Il confronto con la media nazionale, ferma al 34,4%, colloca l’Umbria stabilmente sopra il dato italiano e all’ottavo posto tra le venti regioni. Davanti si trovano soprattutto territori del Centro-Nord con mercati del lavoro più dinamici e tassi di occupazione più elevati, mentre nel Mezzogiorno l’incidenza risulta sensibilmente inferiore.
Il dato non è episodico né congiunturale. È l’indicatore di una componente ormai strutturale del sistema produttivo regionale, che interessa agricoltura, manifattura, costruzioni, turismo e servizi alla persona. In molti comparti la disponibilità di lavoratori stranieri rappresenta un fattore di continuità operativa.
Un’assunzione su quattro riguarda personale straniero
Se si passa dal numero di imprese al volume delle assunzioni programmate, la fotografia resta coerente. Nel 2025 in Umbria sono state previste 17.660 assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 25,2% del totale.
In altri termini, una assunzione su quattro riguarda personale immigrato. Anche in questo caso la regione supera la media nazionale, ferma al 23,4%, e si colloca al nono posto nella graduatoria per incidenza delle assunzioni di stranieri sul totale.
L’Umbria non guida la classifica, ma si muove nella fascia medio-alta. Il lavoro straniero non è una soluzione residuale, bensì una componente ordinaria della domanda. Non riguarda solo mansioni operative o stagionali: in diversi comparti la richiesta si estende a figure tecniche e professionali con competenze specifiche, segno di un fabbisogno distribuito lungo l’intera catena produttiva.
Un elemento spesso sottovalutato è la difficoltà di reperimento. Anche per il personale straniero le imprese segnalano criticità, seppure in misura generalmente inferiore rispetto ai lavoratori italiani. La tensione tra domanda e offerta attraversa l’intero mercato del lavoro e segnala un disallineamento persistente tra competenze disponibili e profili richiesti.
Febbraio 2026: stabilità in controtendenza
Guardando al complesso delle assunzioni – italiani e stranieri insieme – il mese di febbraio 2026 offre un segnale moderatamente positivo. Le imprese umbre hanno programmato 4.990 ingressi, con un lieve aumento rispetto a febbraio 2025.
Il confronto con l’Italia evidenzia una dinamica migliore: a livello nazionale si registra un saldo negativo di 7.130 assunzioni su base annua. Il rallentamento colpisce soprattutto le regioni meridionali, mentre nel Centro-Nord le variazioni risultano più contenute e in alcuni casi stabili.
In Umbria, tuttavia, emerge un dato significativo: il 51,6% delle assunzioni programmate a febbraio viene indicato come di “difficile reperimento”. Più di una su due. È la misura concreta di un mercato selettivo, in cui la richiesta di competenze tecniche, operative e specializzate fatica a trovare risposta immediata.
Il trimestre in flessione, ma meno della media nazionale
Il quadro cambia osservando il trimestre febbraio-aprile 2026. Le assunzioni programmate in Umbria scendono da 18.100 a 16.820, con una riduzione di 1.280 unità, pari al -7,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.
La flessione esiste, ma risulta nettamente più contenuta rispetto al dato nazionale. In Italia il calo nel trimestre raggiunge il -18,5%, equivalente a quasi 96mila assunzioni in meno. I segni negativi sono diffusi in quasi tutte le regioni, con poche eccezioni concentrate nel Nord-Ovest.
L’Umbria mostra dunque una tenuta relativa. La programmazione si riduce, ma non si contrae in modo brusco. È un segnale di prudenza più che di arretramento, in un contesto economico che resta incerto e selettivo.
Una componente strutturale da monitorare
Nel complesso, i dati delineano una regione in cui il lavoro straniero rappresenta una leva strutturale della domanda di personale: quasi 18mila ingressi l’anno, una quota superiore alla media nazionale sia per numero di imprese coinvolte sia per incidenza sulle assunzioni complessive.
Parallelamente, l’avvio del 2026 segnala un rallentamento nella programmazione trimestrale, pur meno accentuato rispetto al quadro italiano. Il doppio movimento – fabbisogno stabile di lavoratori stranieri e prudenza nelle previsioni complessive – restituisce l’immagine di un sistema produttivo che continua a cercare competenze, ma con maggiore cautela e selettività.
In una regione segnata dall’invecchiamento demografico e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, la presenza di lavoratori stranieri – anche tra i lavori più qualificati – non è più una variabile accessoria. È una componente ordinaria dell’equilibrio occupazionale. E la capacità di intercettare competenze, formarle e integrarle rappresenta oggi uno degli snodi decisivi per la competitività e la sostenibilità del territorio nel medio periodo.
In Umbria a dicembre 2025 erano 5.451 i nuclei che hanno beneficiato dell’assegno di inclusione, misura che ha coinvolto 10.187 persone, a cui è andato un importo medio mensile di 662 euro.
In provincia di Perugia i nuclei beneficiati sono stati 3.590 (6.764 persone) con un importo medio di 657 euro.
In provincia di Terni 1.861 nuclei beneficiari (3.423 persone) per un importo medio leggermente più alto, di 672 euro.
L’assegno di Inclusione spetta ai nuclei familiari in condizioni di fragilità economica e sociale, che includano almeno un componente con disabilità, minorenne, over 60, o in condizione di svantaggio (inserito in percorsi socio-sanitari) e che rispettino specifici requisiti di ISEE (sotto i 10.140 euro), patrimonio immobiliare (esclusa prima casa) e mobiliare, oltre a quelli di cittadinanza e residenza in Italia.
Alla mezzanotte di stasera, giovedì 12 aprile, tutti gli assessori della Giunta comunale di Terni cesseranno la propria attività istituzionale. Ad annunciarlo è il sindaco Stefano Bandecchi, in una nota stampa in cui ringrazia “tutti i componenti della giunta del comune di Terni che hanno servito con passione, capacità e onore sino ad oggi i cittadini tutti”.
Bandecchi vede però “mancanza di entusiasmo”. E allora, tutti a casa. Almeno politicamente. Perché alcuni assessori, ex dalla mezzanotte, continueranno a lavorare, da professionisti, nelle sue aziende.
“Come sindaco – argomenta Bandecchi nella nota stampa – credo che sia arrivato il momento di un normale processo sostitutivo delle forze in campo al fine di potere gestire il secondo tempo della partita con nuove energie, nuove passioni, e una nuova capacità operativa sulle problematiche che affliggono la città”.
Chiarendo: “Il mio operato nasce esclusivamente dall’intento di alimentare la spinta propulsiva che in questi tre anni ci ha consentito di portare avanti un programma senza precedenti e di far sentire la voce di Terni in ogni contesto, laddove si giocano gli interessi sanitari, sociali ed economici della città. Sottolineo, per chi avesse voglia di fare tante chiacchiere, che molti componenti dell’attuale Giunta continueranno a collaborare con la mia persona per i molteplici affari che io gestisco come imprenditore, questo accadrà a conferma della mia stima nei confronti degli assessori uscenti”.
Il sindaco spiega poi ai giornalisti che conta di varare il nuovo esecutivo entro 10 giorni. Una Giunta politica, non tecnica. Nella quale non ci sarà posso per alcuno degli attuali (fino alla mezzanotte) assessori.
L’AUR (Agenzia Umbria Ricerche) lancia l’allarme: il calo demografico peserà notevolmente sull’economia umbra già nei prossimi anni. Questo il focus del lavoro della dr.ssa Elisabetta Tondini, sulla base delle proiezioni demografiche Istat che indicano, da qui al prossimo decennio, la popolazione italiana n calo ovunque, ad eccezione di Lombardia, Emilia-Romagna e delle due province autonome). Ancora più importante, però, è la dinamica della fascia 15–64 anni: la perdita di persone in età da lavoro sarà diffusa, non risparmierà nessun territorio e sarà più accentuata tra le regioni economicamente più svantaggiate.
Il calo della forza lavoro in Umbria
In questo scenario, l’Umbria entro il 2035 rischia di perdere il 3,4% di abitanti e l’8,9% di quelli di età compresa tra 15 e 64 anni. Cioè quasi il 9% della sua potenziale forza lavorativa. Con rischi di ulteriore marginalizzazione.
Il solo fattore demografico determinerebbe una flessione economica – seppure con intensità differenti – diffusa in tutte le regioni italiane. Il Pil italiano dal 2023 al 2035 fletterebbe dell’8,0%. Quello umbro del 9,3%. Peggio dell’Umbria farebbero, oltre la Valle d’Aosta, le regioni meridionali.
La produttività
Per conservare nel 2035 il livello del Pil italiano dell’anno base (il 2023) sarebbe necessario, ad esempio, un incremento cumulato della produttività del lavoro pari all’8,7%, che corrisponderebbe a circa uno 0,7% annuo. In Umbria, la crescita della produttività del lavoro dovrebbe salire del 10,2%, per un tasso annuo dello 0,8%; nelle regioni meridionali, caratterizzate da cali demografici particolarmente consistenti, occorrerebbero aumenti anche ampiamente superiori all’1% annuo.
Il lavoro femminile
Tra le possibili dinamiche per evitare questo declino, lo studio analizza l’aumento del lavoro femminile. Ipotizzando un incremento diffuso del tasso di occupazione femminile di 5 punti percentuali e l’invariabilità delle altre componenti, l’impatto negativo diminuirebbe sensibilmente. In Umbria la perdita di Pil si ridurrebbe dal -9,3% al -5,6%: un miglioramento, certo, che non sarebbe però sufficiente a stabilizzare l’economia regionale. La mitigazione del calo del Pil riuscirebbe a evitare la contrazione economica solo in poche regioni del Nord, ovvero quelle che beneficiano di un incremento demografico.
Aumento generale del tasso di occupazione
Un passo ulteriore sarebbe un aumento anche dell’occupazione maschile (ipotizzato pari a 3 punti percentuali). In questo caso il quadro migliorerebbe ancora, ma anche questa combinazione non basterebbe a compensare gli effetti indotti dal calo demografico e mantenere l’economia regionale ai livelli del 2023: con le uniche eccezioni di Lombardia, Emilia-Romagna e le province autonome, per tutte le altre regioni si prospetterebbe una retrocessione economica che si farebbe minima per la Toscana (-0,4%) e massima per la Sardegna (-10,3%). Per l’Umbria il calo si attesterebbe al -3,5% (a fronte del -1,8% nazionale) e il PIL pro-capite mostrerebbe invece un lieve incremento, segno di una flessione demografica più sostenuta di quella economica.
Estensione dell’età pensionabile
In un contesto di invecchiamento demografico e crescente pressione sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali, l’estensione dell’età pensionabile rappresenta una delle leve più discusse ma potenzialmente più efficaci per rafforzare la base occupazionale, oltre che contenere al contempo la spesa pubblica. Quali sarebbero allora gli effetti macroeconomici derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile, ad esempio, a 69 anni, con l’invariabilità della propensione all’occupazione di uomini e donne e della produttività del lavoro? Le risultanze di questa stima si collocherebbero tra due ipotesi limite. Nella prima l’allungamento dell’età pensionabile apporterebbe un sostanziale beneficio soprattutto nei territori con elevata partecipazione al lavoro, dunque in tutte le regioni del Centro-Nord: per l’Umbria il Pil aumenterebbe dello 0,9% (a fronte del +1,5% nazionale). Nella seconda ipotesi, l’effetto amplificatore sulla crescita risulterebbe molto più contenuto e limitato solo a quattro territori. L’Umbria subirebbe un calo del Pil pari al 3,1% (a fronte del -1,7% italiano).
Flussi migratori
L’aspetto che nell’immediato potrebbe attenuare il calo della forza lavoro è la componente migratoria. Poiché può contribuire a riequilibrare la piramide demografica attenuando la riduzione della popolazione attiva e sostenendo la capacità di generare lavoro. Una gestione efficace e lungimirante dei flussi migratori – per quanto complessa – può incidere in modo significativo nel contrastare lo squilibrio demografico e nel rafforzare la forza lavoro. Ma si tratta di un fattore fortemente aleatorio – viene sottolineato – influenzato da variabili geopolitiche e socioeconomiche difficilmente prevedibili.
È dunque un altro il fattore – è la conclusione dello studio – che, strettamente legato alla sfera economica, si impone come volano strategico su cui è indispensabile investire: la produttività del lavoro.
In Umbria ci sono 17.500 case in vendita. Il 3,6% di quelle presenti in tutta la regione aggiunte al mercato durante la prima settimana dell’anno, secondo un’analisi di eXp Italy.
Mentre il patrimonio immobiliare complessivo rimane concentrato in una manciata dei più grandi mercati regionali italiani, l’attività di quotazione di inizio anno fornisce una chiara visione di dove la fiducia dei venditori e lo slancio del mercato si stanno rafforzando più rapidamente all’inizio del nuovo anno.
eXp Italy ha analizzato il volume totale delle case attualmente in vendita sul mercato nazionale, insieme agli immobili appena inseriti in vendita durante la prima settimana del 2026, per identificare sia dove si concentra maggiormente l’offerta di alloggi sia quali regioni hanno registrato l’attività più intensa all’inizio dell’anno.
L’analisi mostra che attualmente ci sono 769.588 case in vendita in tutta Italia. La Lombardia rappresenta la quota maggiore del patrimonio immobiliare nazionale, seguita dalla Toscana e dal Lazio, sottolineando la continua importanza delle principali regioni economiche e di stile di vita italiane per quanto riguarda l’offerta complessiva di alloggi.
Tuttavia, se si guarda a dove l’attività dei venditori è stata più intensa finora nel 2026, emerge un quadro diverso. La Basilicata è in testa, con il 5,2% di tutte le case attualmente in vendita nella regione aggiunte al mercato durante la prima settimana dell’anno, rendendola la regione italiana più attiva all’inizio del 2026.
Segue la Campania, dove il 4,2% degli annunci attuali è stato aggiunto nella prima settimana dell’anno, mentre anche il Lazio ha registrato un forte slancio iniziale, con il 4,0% delle case immesse sul mercato dall’inizio di gennaio.
Anche Sardegna (3,8%), Calabria (3,7%) e Marche (3,6%) hanno registrato un notevole afflusso di nuovi annunci, segnalando un forte ritorno dell’attività dei venditori in diverse parti del Paese.
All’altra estremità della scala, regioni come la Liguria (1,9%) e il Trentino-Alto Adige (1,6%) hanno registrato un inizio d’anno più moderato in termini di nuovi annunci, suggerendo un ritmo più lento di coinvolgimento del mercato all’inizio del 2026 in queste aree.
Si è insediata l’Assemblea di ANCE Umbria (l’Associazione Nazionale Costruttori Edili), che a Todi si è riunita per eleggere le proprie cariche, in scadenza di mandato, e affrontare alcuni importanti temi che interessano il settore.
I membri dell’Assemblea, designati dalle Associazioni territoriali di Perugia e Terni, hanno eletto presidente regionale l’imprenditore ternano Massimo Ponteggia, architetto, attualmente alla guida dell’Impresa Ponteggia Snc, fondata nel 1946 dai fratelli Goliardo e Ramusio Ponteggia, oggi alla terza generazione. Ponteggia ha fatto parte del Direttivo di ANCE Terni per oltre 20 anni, diventandone presidente per due mandati (dal 2018 al 2025).
Una scelta, quella dell’Assemblea di ANCE Umbria, nel rispetto del principio dell’alternanza nella guida dell’Associazione regionale, tra le provinciali di Perugia e Terni e nel segno della continuità con la Presidenza di Albano Morelli, amministratore delegato della G.M.P. Spa di Marsciano, in scadenza di mandato. Ponteggia ha infatti proposto all’Assemblea lo stesso Morelli quale vice presidente, indicazione accolta all’unanimità.
Confermato Romeo Castellini (Edilizia Castellini E. & C. Snc), nella carica di tesoriere di ANCE Umbria.
“Raccolgo un’eredità importante – le parole del neo Presidente Massimo Ponteggia – che il collega Morelli mi lascia dopo anni di impegno, per il quale lo ringrazio a nome di tutti gli associati, e che proseguirà per l’ulteriore crescita dell’Associazione a supporto delle imprese del nostro settore, nello spirito della proficua collaborazione tra le province di Terni e Perugia. Una crescita per la quale potremo contare anche sul supporto del Gruppo Giovani, che rappresenta il nostro futuro”.
Albano Morelli, che appunto ha accettato di proseguire il proprio impegno in ANCE Umbria con la carica di Vice Presidente, nel tracciare un breve bilancio delle tante attività svolte in questi anni di mandato, ha ringraziato le imprese associate, il gruppo dirigente che lo ha coadiuvato e tutta la struttura per il lavoro che è stato fatto. “Un lavoro – ha detto – che sono certo proseguiremo anche nei prossimi anni”.
LA COMPOSIZIONE DELLA NUOVA ASSEMBLEA DI ANCE UMBRIA
Insieme al presidente Massimo Ponteggia e al vice presidente Albano Morelli, l’Assemblea di ANCE Umbria (una sorta di “parlamentino” degli imprenditori del settore in rappresentanza delle varie articolazioni dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili nel territorio regionale) è composta dal presidente di ANCE Perugia Giacomo Calzoni (Calzoni Spa), dal presidente di ANCE Terni Roberto Taddei (Novedil Srl), Federico Carli (Esseti Sistemi e Tecnologie Srl), Maria Grazia Falcini (C.E.S.A. di Falcini Enzo Srl), Paolo Forti (Forti Srl), Fausto Marionni (Pelucca Samuele Srl), Vittorio Pellegrini (Pellegrini Costruzioni Srl), Bernardetta Radicchi (R.B. Recuperi 2000 Srl) e dal presidente di ANCE Nazionale (attualmente Federica Brancaccio) o suo delegato. Completano la composizione: Romeo Castellini (tesoriere), Moreno Spaccia (Spaccia Srl, presidente Cassa Edile Perugia), Agostino Giovannini (Krea Costruzioni Spa, presidente Formedil Perugia), Maurizio Proietti (Edilcostruzioni Proietti, presidente Cassa Edile Terni), Gabriele Giovannini (Gefim Srl, presidente Formedil Terni), Brigitta Santini (Seprim dell’Ing. Santini Giuseppe & C. Sas, presidente Gruppo Giovani ANCE Umbria).
(Nelle foto, il presidente di ANCE Umbria Massimo Ponteggia (a destra) e il vice presidente Albano Morelli; in copertina i componenti dell’Assemblea di ANCE Umbria che hanno partecipato in presenza alla seduta elettiva che si è svolta a Todi)