Skip to main content

Tag: Orvieto

Orvieto, la politica che rimane immobile rischia di favorire la demonizzazione del turismo

La due-giorni di incontri e dibattiti organizzata dalla meritoria associazione “Abitare Orvieto” insieme a Sarah Gainsforth e Ivan Ryliov ha acceso un faro sul fenomeno che sta stravolgendo e cambiando il volto alla vita sociale anche di questa città a causa della forte contrazione degli spazi abitativi per locazioni lunghe, ormai cannibalizzati da quelli adibiti ad uso turistico. Un fenomeno fuori controllo che sta facendo mutare la percezione pubblica rispetto all’economia turistica, con l’affermarsi di una nuova mentalità apertamente ostile al turismo. 

La totale passività con la quale la politica assiste inerme a questi cambiamenti rischia di favorire questa posizione che è comprensibile, seppure paradossale.

La premessa è che Orvieto non può e non deve vivere solo di turismo perché non è Rimini con i suoi 16 chilometri di spiagge, ma neanche Bolsena che ha 3700 abitanti. Il libro di Gainsforth “L’Italia senza casa” cita gli esempi di alcune capitali europee ed alcune città italiane, tra cui Venezia, in cui si stanno sperimentando varie forme di regolazione e limitazioni nei confronti degli affitti turistici. Stiamo vivendo un periodo di cambiamenti velocissimi e la crescente avversione verso il turismo rappresenta un movimento da comprendere e cercare di gestire con politiche efficaci prima che si trasformi in una forma di radicalismo alimentato da molte pulsioni tra cui il risentimento verso il ceto dei “proprietari”. Una versione aggiornata di classismo prodotto da quelle difficoltà e tensioni, finora mai sperimentate, che è in grado di produrre una città in cui non ci sono case per gli  abitanti o aspiranti tali.

Questa lettura del fenomeno “B&B” è però corretta solo in parte. Se è vero che vengono favoriti i proprietari, è anche vero che qui, a differenza delle grandi città, non esistono multinazionali proprietari degli immobili e che quella dell’affittacamere è un’attività che rappresenta una integrazione del reddito per molte persone che hanno un lavoro precario o che non ce l’hanno affatto. Si tratta di un aspetto che ha molto a che fare anche con il sostegno all’occupazione femminile. Rischiamo invece di scivolare anche verso la criminalizzazione dei riconoscimenti di Patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. Come se fosse una cosa facile da ottenere (senza parlare del fatto che ci metterebbe per sempre al riparo dall’installazione delle pale eoliche).

IL VILLAGGIO TURISTICO STA DIVORANDO LA COMUNITA’

Negli ultimi anni il villaggio turistico ha cominciato a divorare la comunità come Crono che divora i propri figli. La soluzione non è ridimensionare il villaggio turistico, ma investire con una intensità straordinaria sulla comunità, partendo dal mercato immobiliare e dalle politiche sociali che nella politica locale producono ancora lo stesso effetto di una bestemmia pronunciata in faccia al sacerdote al momento dell’eucarestia come dimostra l’incredibile vicenda dei sei milioni di euro destinati all’edilizia pubblica di Orvieto e rimandati indietro all’ex assessore regionale Enrico Melasecche.

L’idea liberista che si debba lasciar fare al mercato, che lo stato o un ente pubblico non debba interferire con le leggi dell’economia è un’idea sbagliata e pericolosa. Bisogna fare esattamente il contrario.  Orvieto non ha bisogno di meno turismo, ma di molto più turismo e di migliore qualità. Serve però una spinta straordinaria verso l’edilizia pubblica e concordata, valorizzando un patrimonio immobiliare pubblico che pure esiste e non è affatto modesto.

La politica deve cambiare radicalmente, non solo il centrodestra. Se qualcuno ricorda i Qsv, i Quadri strategici di valorizzazione dei centri storici cari alla sinistra, ricorderà anche come l’idea di trasformare Orvieto in una Disneyland, modello Assisi in miniatura, venne partorita proprio in quel contesto, seppur in un momento storico in cui la fagocitazione turistica delle città era appena agli albori.

Settembre da record per il Cammino dell’intrepido Larth

Un inizio d’autunno ricco di soddisfazioni e con grandi prospettive per il cammino dell’intrepido Larth che sta consolidando di mese in mese la propria funzione di essenziale progetto di marketing turistico per l’area orvietana. L’anno in corso si conferma come quello del boom. Dopo l’esordio nel 2024, il 2025 sta infatti procedendo verso un raddoppio delle presenze, ovvero verso un numero complessivo di duemila persone. “Il mese di settembre si è appena concluso con 156 turisti-dicono i promotori dell’iniziativa Luca Sbarra, Emanuele Rossi e Claudio Lattanzicome sempre si tratta di numeri ufficiali perché corrispondono alle credenziali che sono state ritirate, ma sappiamo che non tutti i camminatori le ritirano o che, magari, in una coppia ne viene presa solo una. Quindi si tratta come sempre di cifre reali, ma al ribasso rispetto alle presenze effettive“.

Nel frattempo, il 31 ottobre verrà ufficialmente presentato il secondo cammino di trekking: Il Cammino del miracolo del Corpus Domini che si estende su 21 chilometro collegando Bolsena ad Orvieto, con una durata di due giorni, dal momento che per il secondo giorno viene proposto un itinerario turistico concentrato su Orvieto e, in particolare, sul quartiere medievale per andare alla scoperta di questa parte della città dal fascino antico e di straordinaria suggestione.

Il Cammino del Corpus Domini sarà illustrato nel corso di una conferenza stampa che si svolgerà appunto il 31 ottobre alle 11 e 30 all’interno dei locali del Pozzo della Cava, nel quartiere medievale in collaborazione con Marco Sciarra, la cui famiglia è proprietaria del monumento.

Il simbolo del nuovo cammino sarà rappresentato una campanella-spiegano gli organizzatori-come quella che è stata collocata nella piccola edicola in tufo che, al Ponte del Sole, ricorda lo storico incontro nel corso del quale la delegazione proveniente da Bolsena consegnò il lino miracoloso nelle mani del vescovo di Orvieto. I camminatori che arrivano ad Orvieto faranno risuonare la campanella a significare il termine del loro viaggio prima di arrivare ad Orvieto. La campanella richiama anche il significato eucaristico ed il riferimento alla tradizione religiosa è senz’altro un elemento caratterizzante per una offerta turistica che trova anche nella cultura, nell’arte e nella natura i suoi tratti distintivi. Il nostro progetto continua ad essere quello di fare del territorio orvietano un crocevia di cammini e di questa zona una delle capitali italiane nel turismo lento. Adesso ci accingiamo a porre un secondo mattoncino in questo edificio che può sorreggere una parte significativa dell’offerta turistica“.

Il dissanguamento finanziario che impoverisce senza sosta Orvieto, i flussi da recuperare

Demografia, economia e geografia. Sono le tre variabili fondamentali e connesse tra di loro da tenere presente per capire se una città cresce, è in stagnazione o declina. Un esercizio che si può applicare ad Orvieto e che ruota intorno alla teoria secondo cui l’isolamento geografico e la mancanza di politiche per lo sviluppo sono destinate ad aggravare nel futuro l’eclissi della città. Il primo tema è quello del costo della vita. Orvieto è una città cara, anzi carissima, ma siccome l’Istat misura il livello di inflazione solo nei capoluoghi di provincia, nessuno ha mai avuto l’esatta misura di quanto i prezzi qui siano alti se non per l’esperienza empirica che ognuno fa come consumatore quando acquista altrove. La causa è sicuramente legata alla geografia, cioè al fatto che nelle immediata vicinanza di Orvieto non c’è commercialmente niente e che le ridotte dimensioni della città non favoriscono alcun fenomeno di concorrenza commerciale, ma al contrario c’è una tendenza più o meno implicita a “fare cartello” tenendo i prezzi alti. L’inflazione di Orvieto ha anche un’altra causa che è quella indotta in maniera potente dalla dimensione turistica. La carenza di offerta commerciale è collegata anche all’esodo dei consumi che è una grande voce di impoverimento finanziario del territorio. E’ un dato difficile da calcolare, ma immaginate che numeri verrebbero fuori se solo fosse possibile sapere quanti milioni di euro dei redditi delle famiglie orvietane sono stati spesi negli ultimi dieci anni solo nei negozi dell’Ipercoop di Viterbo.

RISPARMIO PRIVATO E WELFARE PRIVATO

C’è poi la tendenza al risparmio record. Orvieto è tra le primissime città umbre per depositi bancari pro capite (quasi 27 mila euro, il doppio della media umbra che si ferma a 14 mila euro), ma quale è il significato economico e sociale di questo primato? Intanto questa ricchezza privata è la vera base di un sistema di welfare territoriale che è sempre di più un welfare familiare e sempre di meno un sistema di protezione sociale garantito dal pubblico. Il 70 % delle prestazioni sanitarie ad Orvieto vengono ormai erogate dai privati (fonte Prometeo) a prezzi elevati senza che nessuno se ne scandalizzi affatto, ma i risparmi familiari sono anche l’elemento grazie al quale viene garantita la maggior parte dei servizi di assistenza agli anziani che nel comune rappresentano ormai il 29 % della popolazione totale. Come dimostra l’analisi effettuata anni fa sui bilanci della Cassa di risparmio di Orvieto in uno degli ultimi numeri del prezioso “Bollettino economico dell’area orvietana”, l’ingente mole dei risparmi orvietani si trasforma inoltre in impieghi per l’attività creditizia che la Cro eroga nei territori in cui aziende e famiglie ricorrono ai prestiti bancari per espandere le proprie attività e investire, il che avviene soprattutto con le filiali nel Lazio. Il risparmio orvietano come propellente per lo sviluppo altrui insomma. Amaro paradosso. Un’altra gigantesca voce di impoverimento finanziario dell’area orvietana riguarda l’assistenza agli anziani. Moltiplicando il numero delle persone, soprattutto dell’est Europa, che lavorano come badanti private nei comuni dell’area sociale per lo stipendio medio che percepiscono, ne deriva una somma oscillante tra i 720 e i 760 mila euro al mese. Soldi che, detratte poche spese, si trasformano in larga parte in rimesse estere a favore delle famiglie delle badanti che vivono in patria. Anche la generalizzata fuga di giovani deve essere vista come una fonte di impoverimento della comunità considerando che portare un figlio alla laurea costa mediamente ad una famiglia 140 mila euro. Un investimento destinato produrre frutti altrove. Discorso a parte è quello della svalutazione delle azioni della Banca popolare di Bari che hanno prodotto un danno al risparmio locale stimato in oltre sessanta milioni di euro.

MERCATO IMMOBILIARE

Inflazione e costi sociali devono poi essere accostate al valore troppo elevato del mercato immobiliare locale. Se devo pagare ogni mese una rata del mutuo molto alta avrò meno soldi da spendere qui, sia come consumo che come investimento. In questo contesto, la tendenza al forte risparmio a cui corrisponde la bassissima propensione ad investire assume anche una dimensione psicologica collegata al timore del futuro per chi ha la percezione di vivere in un posto che non offre opportunità e nel quale è indispensabile disporre di tanti soldi per vivere sicuri. Il risultato sarà comunque sempre quello di far girare poco denaro mentre la mancata gestione politica dell’urbanistica e l’assenza di iniziative di housing sociale che prescindano dai modesti interventi dell’Ater contribuiscono a far scappare i residenti. Se questa descrizione della realtà corrisponde al vero, l’unica prospettiva per uscire da un corto circuito disastroso e senza orizzonte può essere solo quello di puntare con ogni energia alla crescita economica e al rafforzamento dei servizi socio sanitari pubblici. E’ necessario incrementare popolazione e attività economiche, favorendo la concorrenza per far calare i prezzi, sostenere l’edilizia pubblica e sostenere le famiglie nel modo più ampio possibile per ricreare fiducia nel futuro.

I FLUSSI DA RECUPERARE

Il rilancio di Orvieto deve essere visto anche come metodo per potenziare e ricreare i flussi finanziari che entrano nell’economia locale e che sono collegati ai servizi. Rispondeva del resto a questa logica la nascita del Centro studi ormai 25 anni, pensato in accordo con l’università di Perugia (la cui facoltà di Ingegneria vi aveva decentrato il corso di laurea in Ingegneria delle comunicazioni strettamente collegato all’Itelco) come elemento per attrarre dentro il sistema formativo umbro studenti in competizione con le università di Siena e della Tuscia. Il ruolo del Centro studi deve essere ripreso con vigore con l’obiettivo di incrementare il numero delle università che qui svolgono programmi residenziali. Oggi sono in vigore convenzioni solamente con l’università del Kansas e dell’Arizona oltre che un rapporto con il Sant Anselm College, ma il mondo è grande e gli atenei che tengono altrove e all’estero le proprie summer school sono decine e decine. Quale politica abbiamo elaborato in tutti questi anni per moltiplicare il numero delle convenzioni con le università di mezzo mondo? Nessuna. Il Centro studi deve essere poi ripensato anche come competitore nazionale. Abbiamo tutti presente il caso clamoroso di Narni di “Scienze dell’investigazione” e della sicurezza, ma Orvieto abbiamo anche uno dei primi cinque cantieri archeologici attualmente in scavo d’Italia ed un insediamento come quello di Campo della Fiera che si sviluppa in realtà su una superficie totale di oltre trenta ettari, dal Tamburino fino alla necropoli di Cannicella lungo il piano della Bagnorese. Sotto terra c’è un petrolio culturale che si presta anche a diventare una straordinaria opportunità didattica ed accademica cosi come una risorsa per un ambizioso progetto di turismo culturale. Servono idee e capacità di pensare in grande.

SANITA’ E ASSISTENZA, LA CONCORRENZA DEL LAZIO

Anche l’ospedale, terzo datore di lavoro di Orvieto, è un attrattore di flussi finanziari ed il potenziamento del suo ruolo deve essere perseguito anche in un logica economica. Lo vediamo con la funzione da sempre svolta dal punto nascite che è rimasto finora attivo per il ruolo interregionale del servizio, ma che sta pericolosamente declinando in termini numerici. La visione dell’ospedale come catalizzatore di economia e posti di lavoro deve essere concepita come punto focale, nella consapevolezza che il forte rafforzamento della medicina territoriale in atto nella vicina provincia di Viterbo potrebbe presto privarci di flussi importanti, a partire dall’importanza che sarà destinata a ricoprire presto il futuro ospedale di Acquapendente, già finanziato da Regione Lazio con trenta milioni di euro.

LE SFIDE DEL PROSSIMO DECENNIO

Fare di Orvieto uno degli habitat più accoglienti per gli investimenti privati, rilanciare la capacità dell’ente comunale di intercettare fondi pubblici attraverso una riorganizzazione profonda della burocrazia locale, trasformare il tema degli anziani da gravissima criticità a settore qualificante anche in termini occupazionali. Sono queste alcune tra le sfide fondamentali per i prossimi dieci anni. Si tratta di una visione del futuro che segna una frattura profonda con il passato, ma per essere sostenute con successo necessita di una grande energia politica, oltre alla capacità di intessere e gestire anche rapporti con tanti soggetti esterni, istituzionali, imprenditoriali, associativi, politici. Lo slogan “Tanti nemici, tanto onore” ha sempre portato male a tutti quelli che lo hanno fatto proprio.

Incidente con tre feriti, l’A1 chiusa in direzione nord per consentire i soccorsi

E’ rimasta temporaneamente chiusa l’autostrada A1, in direzione nord tra Attigliano e Orvieto, per un grave incidente che ha coinvolto un furgone sul quale viaggiavano tre persone, che si è ribaltato.

L’autista del furgone è stato trasportato in elisoccorso all’ospedale di Terni.

L’incidente si è verificato intorno alle 9 di oggi, martedì 9 settembre. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del distaccamento di Amelia, la polizia stradale e le ambulanze del 118.

Una volta terminate le operazioni di soccorso e ripulita la sede stradale l’autostrada è stata riaperta anche in direzione nord.

Riscoprire la programmazione per contrastare la crisi di Orvieto, siano le associazioni a battere il colpo decisivo

E’ da tempo relegata nel baule lessicale delle parolacce politiche, eppure la programmazione è l’unica strada razionale per cercare di arrestare il declino orvietano e provare ad avviare il percorso della crescita. Programmazione significa fare una foto dell’esistente, porsi degli obiettivi per il futuro e indicare le strategie per raggiungerli in un determinato periodo.

L’importante e recente studio effettuato da Cts dimostra, dati alla mano, che il sistema produttivo di Orvieto ha perso 500 posti di lavoro dal 2019 al 2025. Una realtà spaventosamente allarmante eppure nessuno si è scomposto di fronte a questa Caporetto. Tutti indifferenti come fosse stata la notizia di un pareggio dell’Orvietana. In una comunità che appare ormai apatica, indifferente e capace solo di commentare le luminarie del Natale, l’ennesima statistica che fotografa il baratro nel quale la comunità sta scivolando ogni anno di più non suscita la minima reazione. A nessuno sembra interessare il futuro della città. Dove sono le associazioni di categoria? Dove sono i sindacati? Dove sono gli ex primi cittadini? Dove sono i cittadini? La sensazione inquietante è che qui la politica sia ormai morta e che ad ucciderla sia stata la rassegnazione generalizzata che il futuro non esista. Chi vive qui lo fa cercando di ritagliarsi una nicchia individuale e familiare più o meno confortevole, mentre la stragrande maggioranza dei giovani immagina e si organizza un futuro che non sarà ad Orvieto. Come sarebbe del resto possibile farlo in un posto che non si pone il minimo problema di favorire i due pilastri della rinascita sociale che sono occasioni di lavoro e abitazioni a prezzi umani?

L’ESEMPIO STORICO DELL’UMBRIA SOCIAL-COMUNISTA

Pensare in termini di programmazione significa innanzitutto ragionare su come e dove i posti di lavoro debbano essere recuperati. Un esempio fondamentale di programmazione applicata al nostro territorio fu quello messo in atto dalla classe politica social-comunista nei primi due decenni di governo regionale, dall’avvento della Regione nel 1970 fino alla fine degli anni 80. Il ceto politico rappresentato da Pietro Conti, Germano Marri, Francesco Mandarini, Alberto Provantini e gli altri partì da un’analisi molto realistica delle condizioni della neonata regione e delle condizioni di vita dei ceti popolari.

L’Umbria che era rimasta esclusa dal boom economico degli anni Sessanta e che aveva un livello di retribuzioni più basso della media nazionale (primato negativo che ancora perdura), aveva bisogno di un sistema di welfare molto potente, ispirato dal modello emiliano, per compensare i bassi salari attraverso un sistema di protezione sociale che andava dagli asili ai trasporti pubblici, dalla rete degli ospedali ai consultori, dai dopolavoro aziendali alla diffusione delle mense, dagli ambulatori medici all’assistenza sociale per le disabilità fino agli assegni integrativi alle famiglie numerose. Questa scelta di puntare con forza sul welfare divenne ancora più marcata negli anni 80 di fronte alla prima grande crisi del capitalismo famigliare perugino e ai primi scricchiolii dell’apparato industriale pubblico di Terni, incentrato su chimica e siderurgia. Dal 1975 al 1980, la Lega delle Cooperative ricevette dalla Regione trasferimenti diretti per 19 miliardi di lire. Fu un tentativo necessario per arginare la crisi che ebbe come effetto collaterale quello di gonfiare l’elefantiaco apparato clientelare che ha poi consentito alla sinistra umbra di macinare consensi fino al 2019.

COSA FARE E CHI DEVE FARLO

Aggredire sul serio il declino di Orvieto, una città paralizzata da un immobilismo asfissiante in cui ci vogliono mesi per cercare di collocare un semaforo in una strada e dove non si riesce nemmeno a far ripartire un progetto salvavita come quello della cardioprotezione, è qualcosa che supera di molto le debolissime energie della classe politica che naviga a vista e campa alla giornata.  I buchi nell’acqua che si stanno facendo con la duplice programmazione delle Aree interne lo dimostrano chiaramente. Chi può allora farsi carico di indicare una possibile rotta per il domani e indirizzare la politica? Possono provare a farlo solo le associazioni che, in questi anni, hanno rappresentato l’unica luce di vitalità in un deserto dei Tartari in cui solo adesso ci si comincia a ridestare dal sonno ipnotico del villaggio turistico come panacea di ogni male, ma che da 24 anni si porta dietro anche il vuoto mai colmato dovuto alla scomparsa dell’economia militare.

Alcuni coraggiosi orvietani hanno deciso che non vogliono affatto rassegnarsi. Sono quelli che hanno creato “PrometeOrvieto”, che hanno dato via al “Comitato orvietano per la salute pubblica”, al “Cts”, sono le associazioni da sempre impegnate sul versante ambientale e su quello sociale ed assistenziale come “Occ”, sono quelli di “Orvieto città aperta” che hanno tentato di proporre una soluzione per la Piave, sono quelli che si impegnano per una città inclusiva con “CiCasco”, sono quelli che lavorano per progetti di rigenerazione urbana come “Val di Paglia bene comune”, sono quelli di “Cantiere Orvieto”, quelli di “Abitare Orvieto”, sono quelli che lavorano per diffondere nuove forme di turismo, sono le coop sociali che operano nel nome dell’integrazione come “Mir” e “Tartaruga”, c’è l’importante realtà rappresentata da “Cesvol” e “Uisp”, da “Age” e “Rotary” e “Lions”, c’è “Piano Terra” che si occupa di commercio solidale, c’è “Andromeda” ci sono i gruppi politici di ispirazione civica come “Nova” e altri ancora. Persone che non si arrendono e che hanno molte energie, ma che finora non hanno mai iniziato a dialogare tra loro.  Adesso c’è una prima occasione per poterlo fare. Si tratta la discussione da avviare (velocemente) sul piano socio sanitario regionale, per far emergere le esigenze di Orvieto e dell’orvietano. Potrebbe essere un esperimento interessante per gente che odia gli indifferenti e ama costruire. In questo strano posto “Collaborare” è una parola dal significato rivoluzionario.  Vogliamo provarci?

In 6 anni l’economia orvietana ha perso 500 posti di lavoro

Oltre cinquecento posti di lavoro persi dal 2019 al 2015. Un lasso di tempo passato in rassegna dall’ultima analisi statistica effettuata da Matteo Tonelli, per Cts, Cittadinanza., territorio, sviluppo.

Le imprese sono diminuite in misura contenuta, passando da poco più di duemila nel 2019 a meno di duemila nel 2025, ma dietro questa stabilità numerica si nasconde una dinamica molto più problematica: il numero di addetti si è ridotto di quasi mezzo migliaio. In altre parole, le aziende resistono ma occupano meno persone, diventano più leggere e spesso riducono le loro dimensioni operative. È un segnale di progressiva fragilità che rischia di incidere sulla capacità della città di generare reddito e mantenere coesione sociale.

La fotografia dei settori è ancora più eloquente. Il manifatturiero rappresenta la vera area critica: il numero delle imprese è calato solo leggermente, ma gli addetti sono crollati di quasi il 40%. È il segnale di una deindustrializzazione che lascia dietro di sé strutture svuotate e competenze disperse. Anche l’agricoltura soffre, con un calo di manodopera di quasi un quinto: le imprese restano, ma sempre più ridotte e spesso senza un adeguato ricambio generazionale.

In controtendenza si muovono invece le costruzioni e il settore immobiliare, che hanno conosciuto anni di forte vitalità, legata soprattutto alle misure di incentivo edilizio e al crescente bisogno di riqualificazione urbana. Il commercio racconta una storia diversa: meno negozi ma più addetti. Si riducono i punti vendita di prossimità, cresce la concentrazione nelle catene e nelle strutture organizzate. È un processo che cambia il volto dei centri storici, con un impatto diretto sulla vita quotidiana.

Più incoraggianti i segnali dal turismo e dalla ristorazione: dopo lo shock del covid, il settore ha ripreso vigore, riportando l’occupazione a crescere e consolidando Orvieto come meta culturale ed enogastronomica.

Infine, il comparto dei servizi professionali mostra una crescita lenta ma costante: sempre più imprese e addetti operano nella consulenza e nelle attività legate alla conoscenza.

Se queste tendenze dovessero proseguire senza correttivi, nel 2030 Orvieto conterebbe meno di 1.900 imprese e poco più di 6.700 addetti. Una riduzione non drammatica nei numeri assoluti, ma che conferma la traiettoria di fondo: il sistema economico diventa progressivamente più frammentato, con imprese piccole e con poca forza lavoro. Si rischia così di accentuare la fragilità sociale ed economica, con meno opportunità per i giovani e una dipendenza crescente da pochi settori.

Mentre l’Umbria nel suo complesso ha conosciuto negli ultimi due anni una fase di crescita, con un tasso di occupazione che ha superato la media nazionale, Orvieto ha continuato a perdere addetti. L’Italia, nel 2024, ha aggiunto oltre 350mila occupati, mentre la città ha registrato un calo anche nei mesi più recenti. Alcuni andamenti locali si muovono però in linea con le dinamiche macro: le costruzioni hanno beneficiato del boom nazionale dei bonus edilizi; il turismo, in forte crescita in tutta l’Umbria, ha avuto effetti positivi anche ad Orvieto. Ma la manifattura locale soffre più che altrove, e l’agricoltura conferma le difficoltà comuni a livello nazionale, con margini sempre più stretti e un problema serio di ricambio generazionale.

Povertà, più fragili le persone sole: i dati della Diocesi di Orvieto-Todi

ll 2,4% di tutti gli abitanti della diocesi di Orvieto-Todi nel corso del 2024 ha beneficiato di un aiuto da parte della Caritas. Sono i dati che emergono dal bilancio sociale diocesano, da cui risulta che le famiglie sostenute sono state 727 per un totale di 2181 persone.

Anche nel corso del 2024, sono state soprattutto le donne a rivolgersi ai centri di ascolto della Caritas. La povertà nella Diocesi ha tante facce, ma si evidenzia soprattutto quella delle persone che vivono da sole. La percentuale di quanti vivono senza un partner, si aggira intorno al 48,8% delle persone che sono state aiutate, ovvero oltre il 4% in più rispetto all’anno precedente.

Si può notare una certa equa distribuzione tra i soggetti con cittadinanza italiana e quelli con cittadinanza non italiana anche se la percentuale riferita ai cittadini italiani continua ad essere leggermente maggiore rispetto a quella dei cittadini non italiani. Non esiste dunque una discrepanza rilevante tra le famiglie con cittadinanza italiana e quelle con cittadinanza straniera che si rivolgono alla Caritas. Tra gli stranieri, le comunità maggiormente presenti sul territorio diocesano sono in ordine decrescente: marocchina, romena, moldava, ucraina, macedone, tunisina, albanese, egiziana.

Tra le persone assistite nel 2024, ce ne sono state 55 senza fissa dimora, ma la Caritas lancia anche un allarme per l’emergenza abitativa che si registra nel territorio. È proprio per tale ragione che la Delegazione Caritas Umbria ha deciso di promuovere, come segno giubilare in questo Anno Santo, una campagna di raccolta fondi volta ad accompagnare le sempre più numerose famiglie che non riescono a sostenere autonomamente le spese relative alla gestione della casa: l’affitto, le utenze, il mutuo e le altre spese relative all’abitazione.

Orvieto, entrambi bloccati i due progetti di iniziativa comunale finanziati dal Pnrr

Non c’è pace per i due progetti comunali orvietani finanziati attraverso i fondi del Pnrr. Dopo aver rescisso il contratto con l’azienda MaCoRi ed aver avviato un’azione legale da quasi mezzo milione di euro contro questa società che si era aggiudicata l’affidamento per la ricostruzione dell’asilo di Sferracavallo, adesso un altro guaio legale è scoppiato con il raggruppamento temporaneo di imprese che aveva iniziato a realizzare il centro polivalente per le politiche sociali e per la famiglia nei giardini di Orvieto Scalo, già sede delle scuole medie.

Si tratta di un “appalto integrato”, che prevede cioè la progettazione e l’esecuzione dei lavori per un valore complessivo di 5,3 milioni di euro, per i quali sono stati stanziati 2,3 milioni. A giugno scorso, l’assessore ai Lavori pubblici, Piergiorgio Pizzo, aveva dichiarato in Consiglio comunale che “la costruzione sta procedendo in linea con i tempi previsti nel nuovo cronoprogramma che ci ha consegnato la società appaltatrice. Attualmente devono iniziare i lavori per la palificata in cemento armato su cui verrà costruita l’opera, che confidiamo sarà ultimata nei tempi previsti dal Pnrr”.

Con una determina del 28 luglio, il settore Lavori pubblici del Comune ha invece preso atto che i lavori sono fermi ed ha dato mandato all’avvocato perugino Alessandro Bovari di procedere con la risoluzione del contratto, per un impegno di spesa di 4.500 euro, dal momento che il Comune di Orvieto non ha al proprio interno uno studio legale.

La motivazione è legata al “notevole ritardo nell’attuazione dell’opera che, ad oggi, vede realizzata la sola demolizione del fabbricato esistente senza ulteriori attività. E si preso atto della manifesta incapacità del raggruppamento di imprese di concludere i lavori entro i termini contrattuali”. Il raggruppamento di imprese è costituito dalle aziende “Eutecne” di Ponte San Giovanni e dalla “F&m Ingegneria spa” di Mirano, in provincia di Venezia.

Entrambi i cantieri legati ai due progetti Pnrr ottenuti dal Comune sono dunque bloccati e si sta cercando di rimediare a due situazioni che appaiono estremante complicate, perché sulla testa del Comune pende la spada di Damocle della perdita dei finanziamenti.

Il collaudo del centro per la famiglia di Orvieto Scalo deve avvenire entro il 30 giugno del 2026 e se in quella data non sarà pronto, addio ai soldi europei. Per quanto riguarda l’appalto per il lavoro dell’asilo, tra le motivazioni che avevano spinto l’amministrazione comunale a rescindere il contratto con la società MaCoRi e intentargli una causa da quasi mezzo milione di euro, c’è stata anche la “falsità della polizza” prodotta dall’azienda.

Asilo e centro di Orvieto Scalo sono gli unici due progetti presentati dal Comune, ma Orvieto ha dovuto finora rinunciare anche ad un terzo progetto presentato dalla Asl, quello relativo all’ampliamento, all’ammodernamento e allo spostamento al piano inferiore del reparto ospedaliero per il pronto soccorso. A quanto è stato possibile apprendere, la demolizione della rampa di accesso al pronto soccorso avrebbe mandato fuori controllo i costi preventivati dal, momento che si trattava di un impegno di spesa vicino al milione di euro.

La conclusione è che i lavori per il pronto soccorso non sono ancora partiti e non è dato sapere se e quando saranno avviati.

Cresce il peso del Cammino di Larth nel turismo orvietano

Il cammino di trekking dell’Intrepido Larth si sta confermando come un’offerta sempre più importante nel sostenere il settore turistico ad Orvieto.

Il bilancio degli arrivi al termine del primo semestre dell’anno consente infatti di delineare i contorni di un fenomeno come quello del turismo lento che continua ad aumentare, contribuendo a diversificare l’offerta, incrementare il numero delle presenze e destagionalizzare i flussi. A fine giugno di quest’anno, le credenziali vendute sono state oltre mille, ovvero quante erano state quelle ritirate nel corso dell’intero 2024. Se la tendenza verrà mantenuta anche nella seconda metà dell’anno come sembra verosimile sulla base delle tante richieste che stanno arrivando agli organizzatori, il 2025 potrebbe chiudere con circa duemila presenze.

Secondo il resoconto dell’Osservatorio turistico della Regione, nel 2024 si sono registrati 128891 arrivi turistici italiani ad Orvieto. I mille arrivi legati al cammino dell’intrepido Larth incidono dunque per una percentuale di poco inferiore all’uno per cento del totale. Un rapporto che a fine 2025 potrebbe dunque diventare di due turisti su cento.

“La tendenza è quella di un costante incremento degli arrivi così come delle presenze anche grazie ad una continua opera di promozione e marketing – dicono i promotori del cammino dell’Intrepido Larth – una parte dei pernottamenti si indirizza ovviamente nei comuni di Bolsena e Bagnoregio, ma è anche vero che sta crescendo il numero di quanti soggiornano ad Orvieto una quarta notte rispetto ai tre giorni che si impiegano normalmente per percorrere i 58 chilometri del tragitto. Una quarta notte in cui si rimane sul territorio prima di iniziare il cammino circolare che parte e si conclude ad Orvieto, oppure dopo averlo completato”.

L’obiettivo adesso è quello di potenziare le presenze su Orvieto e si sta infatti lavorando per fare della città l’epicentro di una serie ulteriore di offerte di turismo lento. “A partire da questa estate, il cammino di Larth passerà infatti da tre giorni a quattro – dicono gli organizzatori Emanuele Rossi, Luca Sbarra e Claudio Lattanzi – proporremo infatti un intero giorno da trascorrere ad Orvieto perché sarà avviata una decisa azione di marketing sulla città dopo aver iniziato a promuovere il territorio. Anche la guida cartacea di Larth sarà ampliata per raggiungere questo obiettivo che è incentrato su una serie di itinerari indirizzati a promuovere il centro storico di Orvieto, in particolare lo splendido quartiere medievale, ma anche i borghi vicini a partire da Rocca Ripesena. Larth è un progetto in costante movimento e i flussi che esso genera devono essere indirizzati a sostegno dell’economia locale secondo una chiara impostazione di fondo perseguita fin dall’inizio. E’ solo il primo passo di una iniziativa più ambiziosa a cui si lavora senza sosta”.

Parcheggio piazza della Pace, gli interrogativi su quei soldi che il Comune non ha più incassato

Una gestione sulla quale è necessario fare chiarezza. Anche per capire se il Comune possa aver ricavato un danno erariale sotto forma di mancato incasso, per almeno tre mesi, del pedaggio degli autobus turistici, come da qualcuno ipotizzato.

Si tratta del parcheggio di piazza della Pace ad Orvieto, che è attualmente al centro di un accesso confronto politico dopo che la Giunta Tardani ha deciso di non rinnovare la convenzione con la società Valore srl della famiglia Palmieri a cui era stata affidata nel corso degli ultimi dieci anni sia la gestione dei bagni pubblici che il bar e punto di accoglienza.

Nei giorni concitati di fine maggio, all’indomani del mancato rinnovo della convenzione e del rifiuto di prorogare il rapporto fino alla pubblicazione e successiva assegnazione del nuovo bando, l’amministratore di Valore srl, Valerio Palmieri, ricostruendo i difficili rapporti con il Comune, ha citato tra gli altri un episodio che, se confermato, potrebbe configurare anche un possibile danno erariale da diverse decine di migliaia di euro ai danni delle casse comunali. “A fine maggio 2024 l’amministrazione comunale ha ritenuto di interrompere l’affidamento del servizio per la riscossione della tariffa giornaliera dei bus, all’epoca gestito dal titolare dell’area camper. Dal primo giugno e fino al 31 agosto 2024 la sbarra è rimasta aperta, consentendo a chiunque di entrare ed uscire liberamente, senza pagare la sosta, che allora prevedeva una tariffa di 45 euro al giorno. L’unico modo di pagare era l’utilizzo (complicato) dell’app MyCicero, sul cui uso abbiamo cercato di istruire gli autisti/capogruppo virtuosi che volevano pagare a tutti i costi”.

I SOLDI “PERSI” DAL COMUNE

Ancora le parole di Palmieri: “Le rare apparizioni della polizia municipale volte a verificare i bus paganti tra quelli in sosta trovavano il piazzale semi vuoto, perché a sbarra aperta era utilizzato come punto di scarico/carico da chi voleva evitare di pagare. Tutto questo fin quando, per senso civico e per restituire un senso ad una situazione da far west, mi sono fatto avanti, proponendo di gestire in emergenza e gratuitamente il servizio dal 01/09/24 al 31/12/24. Ovviamente – evidenzia Palmieri – il Comune è stato ben felice di cedere temporaneamente tale onere alla nostra società, che ha incassato per conto dell’Ente ed a titolo gratuito oltre 30.000 euro in 4 mesi, con il solo ausilio di un pos del Comune e con la sbarra/gettoniera malfunzionante dal primo settembre, sostituita solo il 15 di novembre, andando e tornando ogni volta con la bicicletta dal locale alla sbarra, con una persona praticamente dedicata”.

LA SBARRA APERTA

In pratica, il Comune avrebbe preferito lasciare la sbarra aperta e rinunciare alla quasi totalità degli incassi, piuttosto che mantenere il servizio di riscossione all’Area Camper. Perché? Perché interrompere un rapporto di fiducia durato anni, tanto da permettere per molti di essi il pagamento del corrispettivo bus in contanti?

Tra l’altro, risulta che la convenzione dell’area camper all’epoca fosse ancora in essere e che sia scaduta il 18 di agosto dello stesso anno, per essere poi prorogata a fine dicembre, fino a pubblicazione del nuovo bando. Tralasciamo ogni commento sulle proroghe e sul periodo e sull’operare senza titolo.

Ma tornando ai 3 mesi senza il servizio di riscossione: se da settembre a dicembre la società Valore srl ha incassato per conto del Comune oltre 30 mila euro (esclusi i pagamenti effettuati via App o con bonifico anticipato, divenuti nel frattempo più utilizzati), quanti mancati incassi è possibile ipotizzare per il trimestre estivo? Venti, 30, 40 mila euro? Forse di più? Sarebbe interessante poter quantificare il mancato incasso, anche sulla scorta degli introiti portati a bilancio negli anni precedenti.

Ma non è facile ricevere una risposta in merito. Lo stesso Palmieri ha riferito di aver presentato il 20 marzo di quest’anno (via Pec) un progetto di riqualificazione, automazione e gestione diretta del parcheggio di Piazza della Pace, chiedendo al contempo un riscontro sugli incassi degli anni precedenti del servizio di riscossione bus. A distanza di quasi quattro mesi, ancora nessuna risposta.

Come è stato possibile rinunciare a quei soldi e chi ne è responsabile? Perché nessuno ha mai risposto a questa ricostruzione dell’imprenditore che descrive una situazione molto grave? Perché l’amministrazione comunale non lo smentisce? E perché l’opposizione non ha fatto il minimo cenno ad un episodio tanto clamoroso?