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Tag: lavoro

Incentivi all’occupazione, salario giusto, rinnovi, digitale: il decreto sul lavoro in sintesi

Questi, in sintesi, i punti del decreto-legge sul lavoro approvato dal Consiglio dei Ministri, con una dotazione di circa 934 milioni di euro.

Bonus e incentivi all’occupazione

Al fine di ridurre i divari territoriali e favorire l’inserimento nel mercato del lavoro delle categorie più esposte, il decreto prevede quattro principali misure di decontribuzione:

bonus assunzione donne 2026, consistente in un esonero contributivo del 100% (fino a 650 euro mensili) per 24 mesi per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate, con un incremento a 800 euro per le assunzioni effettuate nelle regioni della zona economica speciale (ZES) unica per il Mezzogiorno;
bonus assunzione giovani 2026, che prevede l’esonero del 100% dei contributi previdenziali (fino a 500 euro mensili) per 24 mesi per le nuove assunzioni di personale non dirigenziale di età inferiore ai 35 anni, con limite elevato a 650 euro nel Sud e nelle aree di crisi;
bonus stabilizzazione giovani 2026, che prevede l’esonero del 100% dei contributi fino a 500 euro per 24 mesi anche per le stabilizzazioni di contratti a termine, stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026 e della durata massima di 12 mesi, effettuate tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, per personale di età inferiore ai 35 anni mai occupato stabilmente in precedenza;
bonus assunzioni ZES 2026, per i datori di lavoro che occupano fino a un massimo di 10 dipendenti nella ZES unica per il Mezzogiorno, consistente in un esonero contributivo totale (fino a 650 euro mensili) per l’assunzione di soggetti over 35 disoccupati da almeno 24 mesi.

Salario giusto

La disciplina sui trattamenti economici complessivi (TEC) tutela l’equilibrio di interessi tra lavoratori e parti sociali. Si garantisce ai lavoratori una retribuzione non inferiore ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali (CCNL) stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative, contrastando il dumping. La norma tutela le imprese favorendo la concorrenza leale e valorizza l’autonomia di sindacati e datori di lavoro, evitando l’imposizione di un salario minimo fissato per legge e lasciando alla contrattazione la definizione delle voci retributive.

Disciplina dei rinnovi contrattuali

Si interviene sulla disciplina del rinnovo dei contratti collettivi di lavoro. Nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, si stabilisce che siano le stesse a disciplinare, in sede di rinnovo, le decorrenze degli incrementi retributivi, gli eventuali importi una tantum e gli strumenti di copertura economica per il periodo tra la scadenza del vecchio contratto e la firma del nuovo, assumendo la data di scadenza naturale del contratto previgente come riferimento per assicurare la continuità della tutela economica. Qualora il rinnovo non avvenga entro 12 mesi dalla scadenza, le retribuzioni sono adeguate forfettariamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (IPCA).

Contrasto al caporalato digitale e tutele tecnologiche

Il provvedimento introduce misure specifiche per prevenire l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, con particolare riferimento alle attività gestite tramite piattaforme digitali, attraverso la verifica dell’identità digitale del lavoratore. Si tratta di una misura volta a impedire il fenomeno della cessione o del “noleggio” degli account che alimenta forme di caporalato, consentendo l’accesso alle piattaforme esclusivamente tramite sistemi di identificazione certa (SPID, CIE o sistemi di autenticazione forte); vige il divieto di cedere le proprie credenziali o utilizzare account non riconducibili alla propria identità, con responsabilità dei gestori per i sistemi di controllo e sanzioni amministrative o sospensione dell’attività per omessa vigilanza. Ed anche
il diritto alla trasparenza algoritmica, che impone l’obbligo di fornire informazioni chiare sulle modalità di funzionamento degli algoritmi che influenzano l’assegnazione dei compiti e i compensi, garantendo il diritto di conoscere i parametri del proprio “rating” e di richiedere l’intervento umano per il riesame di decisioni automatizzate che incidano significativamente sul rapporto di lavoro.
Conciliazione famiglia-lavoro

Sgravi

Il decreto introduce uno sgravio contributivo per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, un nuovo strumento di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro, che definisce requisiti verificabili e indicatori di performance per le organizzazioni, private e pubbliche, che scelgono di investire in modo strutturato su maternità, paternità, carichi di cura, flessibilità organizzativa, welfare aziendale, salute e continuità di carriera. La misura contenuta nel decreto prevede un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per le aziende in possesso della certificazione collegata alla valorizzazione del sostegno alla natalità e alle esigenze di cura, con una misura fino all’1 per cento e nel limite massimo di 50.000 euro annui per ciascuna impresa.

Trattamento di fine rapporto

Si prevede la possibilità per i lavoratori di conferire alla previdenza complementare le quote TFR maturate nel periodo gennaio-giugno 2026.

Lavoro, il Consiglio regionale ha approvato la riforma di Arpal

Il Consiglio regionale dell’Umbria ha approvato il disegno di legge (atto 483/2026) che riorganizza l’Agenzia regionale per le politiche attive del lavoro (Arpal), introducendo modifiche alla legge regionale 1/2018 e alla legge regionale 4/2013. Il provvedimento punta a rendere più semplice ed efficiente il funzionamento dell’Agenzia, a partire dalla governance. Viene infatti introdotta la figura dell’amministratore unico, che sostituisce presidente e consiglio di amministrazione, affiancato da un direttore con funzioni gestionali e operative. Previsto anche il revisore unico dei conti al posto del precedente organo collegiale.

Tra i punti qualificanti della riforma c’è il rafforzamento dell’Osservatorio regionale sul mercato del lavoro, che avrà un ruolo ancora più centrale nel fornire dati e analisi utili a orientare le politiche regionali, con un’attenzione specifica anche al monitoraggio dei tirocini e ai loro esiti occupazionali. Novità rilevante anche sul fronte dell’inclusione: vengono introdotti i tirocini finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia e alla riabilitazione, pensati in particolare per le persone con disabilità e per chi incontra maggiori difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro.

La riorganizzazione consente un risparmio complessivo per il bilancio di Arpal pari a 79.446,42 euro.

“La riforma di Arpal nasce con l’obiettivo di semplificare, migliorare e chiarire i ruoli, accompagnando questo percorso anche con un risparmio che potrà essere reinvestito all’interno dell’Agenzia – ha spiegato l’assessore alle Politiche del lavoro, Francesco De Rebotti – Ringrazio la Prima commissione per il lavoro congiunto: è stata una riforma costruita coinvolgendo tutti i soggetti interessati, dai lavoratori di Arpal ai sindacati, fino alle associazioni di categoria. La scelta di procedere per fasi, partendo dalla governance, ci consente di dare tempi certi al commissariamento, che si concluderà a fine maggio. In questo nuovo assetto il direttore sarà la vera anima operativa dell’Agenzia, mentre il revisore unico a tempo pieno garantirà il pieno controllo dei conti. Arpal, anche in questa fase, ha continuato a lavorare raggiungendo risultati importanti, come quelli legati al programma GOL, grazie all’impegno dei lavoratori, che devono essere messi nelle condizioni di operare con maggiore serenità”.

Continua l’assessore: “Ora si apre una fase decisiva: con il passaggio della proposta organizzativa consegniamo alla nuova governance una riforma con una forte direzione pubblica, più chiara nei compiti e più snella. Sarà necessario completarla con un modello organizzativo, funzioni e strumenti adeguati per affrontare nodi centrali, a partire dalle procedure informatiche, riportando anche l’Osservatorio al centro delle politiche attive del lavoro. Parallelamente, era necessario intervenire in modo dignitoso anche sugli spazi di lavoro: a Terni le condizioni erano al limite e, non essendo stato possibile raggiungere un accordo con i primi proprietari individuati, abbiamo fatto riferimento alla seconda opzione, il Tulipano, che diventerà la nuova sede e dove torneremo a organizzare la fiera del lavoro. A Perugia abbiamo lavorato per migliorare gli standard qualitativi delle strutture. Arpal avrà inoltre un ruolo nella regia di Pentima: il 27 aprile accoglierò la Seconda commissione dell’Assemblea legislativa e presenteremo l’intervento di riqualificazione degli spazi. In quel contesto, accanto al ruolo fondamentale dell’università, vogliamo rafforzare la vocazione storica della formazione professionale, recuperando spazi dedicati a competenze come saldatura, termoidraulica e falegnameria, figure oggi fortemente richieste dal sistema produttivo regionale”.

Lavoro, in Commissione l’esame degli emendamenti alla riforma

Lavoro, la Prima commissione regionale prosegue l’esame del disegno di legge della Giunta “Ulteriori modificazioni ed integrazioni alla legge regionale 14 febbraio 2018, n. 1 (Sistema integrato per il mercato del lavoro, l’apprendimento permanente e la promozione dell’occupazione. Istituzione dell’Agenzia regionale per le politiche attive del lavoro)”.

In particolare, gli uffici di Palazzo Cesaroni hanno esposto le istruttorie tecnico normativa e tecnico finanziaria sulle modifiche riguardanti la governance di Arpal, che erano state presentate in una precedente seduta (https://tinyurl.com/modifichearpal). 

Presente alla riunione l’assessore Francesco De Rebotti, che ha illustrato alcuni emendamenti all’atto, che verranno depositati nei prossimi giorni. Per la Giunta, infatti, oltre alle riforma della governance di Arpal prevista nel disegno di legge, “è necessario prevedere delle semplificazioni che garantiscano la programmazione regionale integrata tra politiche del lavoro e politiche di sviluppo; la sua declinazione nelle attività proprie di Arpal in modo da garantire la filiera istruzione-formazione-lavoro; la chiara
definizione dei ruoli di Regione e Arpal per cittadini e imprese nelle politiche del lavoro e degli apprendimenti, oltre alla buona e rapida spesa delle risorse finanziarie disponibili. Inoltre si vuole dare
attuazione alle modifiche intervenute nel quadro normativa nazionale”.

Foligno, confronto europeo su formazione e lavoro al Centro per l’impiego

In occasione della quinta edizione di C.r.e.a. Cultura – il festival internazionale dedicato alle buone pratiche di educazione al patrimonio culturale in programma a Foligno dal18 al 20 marzo – la città ha ospitato anche un momento di confronto europeo dedicato ai temi della formazione e delle politiche attive del lavoro.

Presso la sede di Arpal Umbria – Centro per l’impiego di Foligno, si è svolto un incontro tra Cepa Spagna, i rappresentanti dell’assessorato alla formazione e istruzione della città bulgara di Sandanski, Arpal Umbria e Sviluppo Lavoro Italia. Durante l’incontro sono state presentate ai colleghi spagnoli, professionisti pubblici impegnati nel campo della formazione e delle politiche attive, alcune delle buone pratiche sviluppate in Umbria in questi ambiti.

In particolare è stato illustrato il funzionamento del sistema regionale dei servizi per il lavoro, con un approfondimento sulle politiche attive, sugli strumenti dedicati allo sviluppo territoriale e sui servizi rivolti a disoccupati e imprese. La delegazione ha mostrato particolare interesse per il modello di rete tra pubblico e privato, per i servizi di orientamento, mediazione e accompagnamento al lavoro e per gli strumenti di politica attiva attivati a livello regionale. All’incontro erano presenti, per ARPAL Umbria, il responsabile dei Centri per l’impiego di Terni, Foligno e Orvieto Fabio Narciso e Daniele Adanti per Sviluppo Lavoro Italia.

“Il confronto con realtà europee – dichiara l’assessore regionale allo sviluppo economico, formazione e lavoro Francesco De Rebotti – rappresenta sempre un’opportunità preziosa per condividere esperienze e migliorare i servizi. L’Umbria negli ultimi anni ha investito molto nel rafforzamento della rete dei Centri per l’impiego e delle politiche attive, con l’obiettivo di offrire strumenti sempre più efficaci sia a chi cerca lavoro sia alle imprese del territorio. Il fatto che queste esperienze suscitino interesse anche a livello internazionale conferma la validità del lavoro svolto e la capacità del nostro sistema di fare rete tra istituzioni e soggetti del territorio”. L’incontro si è rivelato un’importante occasione di scambio di buone pratiche tra Italia, Spagna e Bulgaria, contribuendo a rafforzare la collaborazione internazionale nel campo della formazione e delle politiche del lavoro.

Sanità umbra, pubblicato il bando per l’assunzione di 122 Oss

Dopo l’approvazione della graduatoria finale del concorso per 124 infermieri, la Regione Umbria annuncia la pubblicazione del concorso per l’assunzione a tempo indeterminato di 122 operatori sociosanitari da mettere a disposizione delle quattro Aziende sanitarie regionali.

L’Azienda unità sanitaria locale Umbria 2, in qualità di azienda capofila, ha pubblicato il bando di concorso pubblico unificato per titoli ed esami per la copertura a tempo indeterminato di 122 posti di operatore sociosanitario (oss). Il concorso è indetto in forma congiunta tra l’Azienda Usl. Umbria 1, l’Azienda Usl Umbria 2, l’Azienda ospedaliera Santa Maria della misericordia di Perugia e l’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni. I 122 posti sono ripartiti tra le quattro aziende sanitarie regionali: 50 all’ASL Umbria 1, 50 all’ASL Umbria 2, 12 all’azienda ospedaliera di perugia e 10 all’Azienda ospedaliera di Terni. La distribuzione include specifiche riserve di legge a favore dei volontari delle Forze Armate congedati senza demerito e degli operatori volontari del servizio civile universale o nazionale.

Per partecipare è richiesto il possesso dell’attestato di qualifica di operatore sociosanitario, conseguito ai sensi dell’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2001. Le domande di partecipazione dovranno essere presentate esclusivamente online attraverso il portale del reclutamento InPA (www.inpa.gov.it) entro le ore 14:00 del 5 marzo 2026. Il bando integrale è disponibile sul sito aziendale www.uslumbria2.it nella sezione “Concorsi”. Per informazioni amministrative è possibile contattare l’Ufficio concorsi al numero 0743.210344 o 210450, dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 12:30.

“Stiamo mantenendo la rotta su uno degli impegni più concreti che questa Giunta si è assunta – dichiara la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti – costruire un servizio sanitario regionale più forte, più vicino ai cittadini e capace di rispondere alle esigenze di una popolazione che cambia. Dopo la graduatoria degli infermieri, ora mettiamo a bando altri 122 Operatori Sociosanitari: figure insostituibili che ogni giorno, nei reparti e nei servizi territoriali, garantiscono assistenza, umanità e continuità di cura alle persone più fragili. Queste assunzioni non sono solo numeri: sono un investimento nella qualità della sanità umbra, nella dignità del lavoro e nella sicurezza di ogni famiglia della nostra regione. Continueremo su questa strada, con metodo e determinazione”.

Lavoro, in Umbria più assunzioni di stranieri della media nazionale

In Umbria un quarto delle persone assunte nell’ultimo anno è di nazionalità estera. Percentuale superiore a quella mediamente registrata in un’Italia, di oltre il 23%. In Umbria sono stranieri 17.660 neoassunti sul totale di 69.970 immessi al lavoro nel corso dell’ultimo anno. Rispetto al periodo pre-covid, l’incremento è stato del 188,5%, il terzo più alto in Italia. Probabilmente anche per la spinta della ricostruzione delle zone del terremoto, vista l’elevata percentuale di stranieri assunti in edilizia.

L’Umbria sta diventando una delle regioni con più presenza di lavoratori extracomunitari nelle imprese. Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale si hanno dati definitivi, in attesa di quelli del 2025) i dipendenti extracomunitari erano 29.380 su un totale di 236.820 (il 12,4%).

Le province umbre

Nella provincia di Terni i neoassunti stranieri nell’ultimo anno sono stati 3.630 su un totale di 15.320 (23,7%), Percentuale che nella provincia di Perugia sale al 25,7%: 14.030 gli assunti stranieri su 54.660.

In Italia

Una situazione in controtendenza con quanto si osserva in Italia. Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata sono l’Emilia Romagna (17,4%), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6).

Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia, cresce a ritmo sostenuto la presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025 le assunzioni di immigrati sfiorano quota 1 milione e 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato.

L’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri (42,9%). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%.

Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540.

Quasi 5 mila offerte di lavoro immediate | La richiesta di lavoratori stranieri

Secondo il Report della Camera di Commercio su dati Excelsior, quasi 9mila aziende umbre programmano ingressi di personale straniero. Nel 2025 17.660 assunzioni di immigrati, pari al 25,2% del totale. La media nazionale si ferma al 23,4%.

Intanto a febbraio sono previste 4.990 assunzioni complessive, il 51,6% è giudicato di difficile reperimento. Nel trimestre febbraio-aprile 16.820 ingressi, -7,1% sul 2025, meglio comunque del dato italiano -18,5%.

Mencaroni: “Rafforzare formazione, orientamento e politiche attive”

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri confermano che il lavoro straniero non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del nostro sistema produttivo. Se quasi quattro imprese su dieci che assumono prevedono ingressi di personale immigrato e una assunzione su quattro riguarda lavoratori esteri, significa che la competitività dell’Umbria passa anche dalla capacità di attrarre e integrare competenze. Allo stesso tempo, il 51,6% di profili difficili da reperire ci dice che il vero nodo è l’incontro tra domanda e offerta. La tenuta di febbraio e la flessione più contenuta rispetto al dato nazionale indicano prudenza, non arretramento. Ora serve rafforzare formazione, orientamento e politiche attive, perché in una regione che invecchia il capitale umano è la prima infrastruttura su cui investire”.

Imprese che assumono: il perimetro reale del dato

Il primo passaggio decisivo riguarda il campo di osservazione. Nel 2024, in Umbria, poco più di 22mila imprese hanno dichiarato di voler effettuare nuove assunzioni. Di queste, 8.750 aziende hanno programmato anche l’ingresso di lavoratori stranieri.

La percentuale (39,7%) non si riferisce quindi all’universo complessivo delle imprese attive, ma esclusivamente a quelle che hanno espresso un fabbisogno occupazionale. È una distinzione sostanziale: significa che quasi quattro imprese su dieci, tra quelle che cercano personale, prevedono di ricorrere anche a manodopera immigrata.

Il confronto con la media nazionale, ferma al 34,4%, colloca l’Umbria stabilmente sopra il dato italiano e all’ottavo posto tra le venti regioni. Davanti si trovano soprattutto territori del Centro-Nord con mercati del lavoro più dinamici e tassi di occupazione più elevati, mentre nel Mezzogiorno l’incidenza risulta sensibilmente inferiore.

Il dato non è episodico né congiunturale. È l’indicatore di una componente ormai strutturale del sistema produttivo regionale, che interessa agricoltura, manifattura, costruzioni, turismo e servizi alla persona. In molti comparti la disponibilità di lavoratori stranieri rappresenta un fattore di continuità operativa.

Un’assunzione su quattro riguarda personale straniero

Se si passa dal numero di imprese al volume delle assunzioni programmate, la fotografia resta coerente. Nel 2025 in Umbria sono state previste 17.660 assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 25,2% del totale.

In altri termini, una assunzione su quattro riguarda personale immigrato. Anche in questo caso la regione supera la media nazionale, ferma al 23,4%, e si colloca al nono posto nella graduatoria per incidenza delle assunzioni di stranieri sul totale.

L’Umbria non guida la classifica, ma si muove nella fascia medio-alta. Il lavoro straniero non è una soluzione residuale, bensì una componente ordinaria della domanda. Non riguarda solo mansioni operative o stagionali: in diversi comparti la richiesta si estende a figure tecniche e professionali con competenze specifiche, segno di un fabbisogno distribuito lungo l’intera catena produttiva.

Un elemento spesso sottovalutato è la difficoltà di reperimento. Anche per il personale straniero le imprese segnalano criticità, seppure in misura generalmente inferiore rispetto ai lavoratori italiani. La tensione tra domanda e offerta attraversa l’intero mercato del lavoro e segnala un disallineamento persistente tra competenze disponibili e profili richiesti.

Febbraio 2026: stabilità in controtendenza

Guardando al complesso delle assunzioni – italiani e stranieri insieme – il mese di febbraio 2026 offre un segnale moderatamente positivo. Le imprese umbre hanno programmato 4.990 ingressi, con un lieve aumento rispetto a febbraio 2025.

Il confronto con l’Italia evidenzia una dinamica migliore: a livello nazionale si registra un saldo negativo di 7.130 assunzioni su base annua. Il rallentamento colpisce soprattutto le regioni meridionali, mentre nel Centro-Nord le variazioni risultano più contenute e in alcuni casi stabili.

In Umbria, tuttavia, emerge un dato significativo: il 51,6% delle assunzioni programmate a febbraio viene indicato come di “difficile reperimento”. Più di una su due. È la misura concreta di un mercato selettivo, in cui la richiesta di competenze tecniche, operative e specializzate fatica a trovare risposta immediata.

Il trimestre in flessione, ma meno della media nazionale

Il quadro cambia osservando il trimestre febbraio-aprile 2026. Le assunzioni programmate in Umbria scendono da 18.100 a 16.820, con una riduzione di 1.280 unità, pari al -7,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La flessione esiste, ma risulta nettamente più contenuta rispetto al dato nazionale. In Italia il calo nel trimestre raggiunge il -18,5%, equivalente a quasi 96mila assunzioni in meno. I segni negativi sono diffusi in quasi tutte le regioni, con poche eccezioni concentrate nel Nord-Ovest.

L’Umbria mostra dunque una tenuta relativa. La programmazione si riduce, ma non si contrae in modo brusco. È un segnale di prudenza più che di arretramento, in un contesto economico che resta incerto e selettivo.

Una componente strutturale da monitorare

Nel complesso, i dati delineano una regione in cui il lavoro straniero rappresenta una leva strutturale della domanda di personale: quasi 18mila ingressi l’anno, una quota superiore alla media nazionale sia per numero di imprese coinvolte sia per incidenza sulle assunzioni complessive.

Parallelamente, l’avvio del 2026 segnala un rallentamento nella programmazione trimestrale, pur meno accentuato rispetto al quadro italiano. Il doppio movimento – fabbisogno stabile di lavoratori stranieri e prudenza nelle previsioni complessive – restituisce l’immagine di un sistema produttivo che continua a cercare competenze, ma con maggiore cautela e selettività.

In una regione segnata dall’invecchiamento demografico e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, la presenza di lavoratori stranieri – anche tra i lavori più qualificati – non è più una variabile accessoria. È una componente ordinaria dell’equilibrio occupazionale. E la capacità di intercettare competenze, formarle e integrarle rappresenta oggi uno degli snodi decisivi per la competitività e la sostenibilità del territorio nel medio periodo.

Fiscalisti e geometri: tante richieste di lavoro, ma pochi diplomati

Una richiesta a settimana, 64 in un anno. È il numero delle domande di inserimento lavorativo pervenute all’ITET “Aldo Capitini” di Perugia attraverso il servizio di Job Placement attivato dalla scuola per mettere in contatto aziende e studi professionali con ex studenti e neodiplomati degli indirizzi economici e tecnologici. Nel dettaglio, le richieste hanno riguardato 16 studi fiscali e tributari, 29 aziende interessate a diplomati dell’area economica e 19 aziende o studi professionali del settore Costruzioni, Ambiente e Territorio (Cat). Numeri che confermano quanto emerge anche dalle rilevazioni del Sistema Excelsior: il tessuto produttivo umbro continua a registrare una domanda significativa di profili tecnici ed economici.

A fronte di queste opportunità, le candidature disponibili sono risultate poche, ma non si tratta di disinteresse né di mancanza di competenze. “Per soddisfare pienamente le richieste del territorio – spiega il dirigente scolastico Silvio Improta – il Capitini dovrebbe diplomare il doppio o il triplo degli studenti negli indirizzi economici e tecnologici. La cosiddetta “mancanza di candidature” nasce da un dato strutturale: circa la metà dei nostri diplomati prosegue gli studi universitari e molti degli altri trovano occupazione immediatamente dopo il diploma”.

Una dinamica che testimonia l’elevata occupabilità dei percorsi formativi dell’istituto, ma che al tempo stesso evidenzia un fabbisogno crescente di figure tecniche sul territorio. Non a caso, nell’ultimo anno non è stato possibile assegnare due borse lavoro da 3.000 euro ciascuna, destinate ai neodiplomati, proprio per l’insufficienza di candidature. “Le imprese cercano competenze tecniche, amministrative, contabili e progettuali – aggiunge Improta – e i nostri diplomati possiedono esattamente queste competenze. Gli istituti tecnici oggi rappresentano una leva strategica per lo sviluppo economico del territorio”.

Un tema che trova eco anche nelle analisi della Camera di Commercio dell’Umbria, che più volte ha richiamato l’attenzione sul disallineamento tra domanda e offerta di lavoro qualificato. Una stima del Sistema Informativo Excelsior, basata sui dati di Unioncamere e del Ministero del Lavoro, indica che nel periodo 2025-2029 in Umbria serviranno 13.400 addetti con diploma di istruzione secondaria superiore tecnico-professionale e che una richiesta su quattro (3.400) riguarda diplomati Afm (ex Ragioneria). Per il resto, si cercano 2.000 (14,9%) diplomati dell’indirizzo Turismo ed enogastronomia, 1.100 (8,2%) dell’indirizzo informatico e altrettanti del corso Cat – Geometri. “Iscrivetevi agli istituti tecnici: la Regione e il Paese hanno bisogno di voi”, l’appello proveniente dal mondo produttivo e professionale.

L’Umbria tra 10 anni perderà il 9% della forza lavoro: previsioni e contromisure

L’AUR (Agenzia Umbria Ricerche) lancia l’allarme: il calo demografico peserà notevolmente sull’economia umbra già nei prossimi anni. Questo il focus del lavoro della dr.ssa Elisabetta Tondini, sulla base delle proiezioni demografiche Istat che indicano, da qui al prossimo decennio, la popolazione italiana n calo ovunque, ad eccezione di Lombardia, Emilia-Romagna e delle due province autonome). Ancora più importante, però, è la dinamica della fascia 15–64 anni: la perdita di persone in età da lavoro sarà diffusa, non risparmierà nessun territorio e sarà più accentuata tra le regioni economicamente più svantaggiate.

Il calo della forza lavoro in Umbria

In questo scenario, l’Umbria entro il 2035 rischia di perdere il 3,4% di abitanti e l’8,9% di quelli di età compresa tra 15 e 64 anni. Cioè quasi il 9% della sua potenziale forza lavorativa. Con rischi di ulteriore marginalizzazione.

Il solo fattore demografico determinerebbe una flessione economica – seppure con intensità differenti – diffusa in tutte le regioni italiane. Il Pil italiano dal 2023 al 2035 fletterebbe dell’8,0%. Quello umbro del 9,3%. Peggio dell’Umbria farebbero, oltre la Valle d’Aosta, le regioni meridionali.

La produttività

Per conservare nel 2035 il livello del Pil italiano dell’anno base (il 2023) sarebbe necessario, ad esempio, un incremento cumulato della produttività del lavoro pari all’8,7%, che corrisponderebbe a circa uno 0,7% annuo. In Umbria, la crescita della produttività del lavoro dovrebbe salire del 10,2%, per un tasso annuo dello 0,8%; nelle regioni meridionali, caratterizzate da cali demografici particolarmente consistenti, occorrerebbero aumenti anche ampiamente superiori all’1% annuo.

Il lavoro femminile

Tra le possibili dinamiche per evitare questo declino, lo studio analizza l’aumento del lavoro femminile. Ipotizzando un incremento diffuso del tasso di occupazione femminile di 5 punti percentuali e l’invariabilità delle altre componenti, l’impatto negativo diminuirebbe sensibilmente. In Umbria la perdita di Pil si ridurrebbe dal -9,3% al -5,6%: un miglioramento, certo, che non sarebbe però sufficiente a stabilizzare l’economia regionale. La mitigazione del calo del Pil riuscirebbe a evitare la contrazione economica solo in poche regioni del Nord, ovvero quelle che beneficiano di un incremento demografico.

Aumento generale del tasso di occupazione

Un passo ulteriore sarebbe un aumento anche dell’occupazione maschile (ipotizzato pari a 3 punti percentuali). In questo caso il quadro migliorerebbe ancora, ma anche questa combinazione non basterebbe a compensare gli effetti indotti dal calo demografico e mantenere l’economia regionale ai livelli del 2023: con le uniche eccezioni di Lombardia, Emilia-Romagna e le province autonome, per tutte le altre regioni si prospetterebbe una retrocessione economica che si farebbe minima per la Toscana (-0,4%) e massima per la Sardegna (-10,3%). Per l’Umbria il calo si attesterebbe al -3,5% (a fronte del -1,8% nazionale) e il PIL pro-capite mostrerebbe invece un lieve incremento, segno di una flessione demografica più sostenuta di quella economica.

Estensione dell’età pensionabile

In un contesto di invecchiamento demografico e crescente pressione sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali, l’estensione dell’età pensionabile rappresenta una delle leve più discusse ma potenzialmente più efficaci per rafforzare la base occupazionale, oltre che contenere al contempo la spesa pubblica. Quali sarebbero allora gli effetti macroeconomici derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile, ad esempio, a 69 anni, con l’invariabilità della propensione all’occupazione di uomini e donne e della produttività del lavoro? Le risultanze di questa stima si collocherebbero tra due ipotesi limite. Nella prima l’allungamento dell’età pensionabile apporterebbe un sostanziale beneficio soprattutto nei territori con elevata partecipazione al lavoro, dunque in tutte le regioni del Centro-Nord: per l’Umbria il Pil aumenterebbe dello 0,9% (a fronte del +1,5% nazionale). Nella seconda ipotesi, l’effetto amplificatore sulla crescita risulterebbe molto più contenuto e limitato solo a quattro territori. L’Umbria subirebbe un calo del Pil pari al 3,1% (a fronte del -1,7% italiano).

Flussi migratori

L’aspetto che nell’immediato potrebbe attenuare il calo della forza lavoro è la componente migratoria. Poiché può contribuire a riequilibrare la piramide demografica attenuando la riduzione della popolazione attiva e sostenendo la capacità di generare lavoro. Una gestione efficace e lungimirante dei flussi migratori – per quanto complessa – può incidere in modo significativo nel contrastare lo squilibrio demografico e nel rafforzare la forza lavoro. Ma si tratta di un fattore fortemente aleatorio – viene sottolineato – influenzato da variabili geopolitiche e socioeconomiche difficilmente prevedibili.

È dunque un altro il fattore – è la conclusione dello studio – che, strettamente legato alla sfera economica, si impone come volano strategico su cui è indispensabile investire: la produttività del lavoro.

Lavoro, part-time e dimissioni: la parità di genere è ancora lontana

In Italia solo il 57,4% delle donne lavora (9.4 punti percentuali in meno rispetto a quello maschile) e il 70% delle dimissioni è femminile. Il 30% delle donne occupate lavora part time – spesso in modo involontario – contro appena il 7% degli uomini. Tra le madri under 35 il part time sale addirittura al 60%. E nel biennio 2023-2024, su 100mila dimissioni volontarie dal lavoro, 70mila hanno riguardato donne, costrette a lasciare l’occupazione soprattutto per l’impossibilità di conciliare tempi di lavoro e carichi di cura familiare.

Dati che raccontano una crescita frenata e un talento sprecato, quelli presentati nel convegno “Competitività significa Parità”, svoltosi al Centro Congressi della Camera di Commercio dell’Umbria. Tra gli intervenuti l’assessore regionale Simona Meloni, il presidente dell’Ente camerale, Giorgio Mencaroni, la Consigliera nazionale di parità supplente, Agnese Nadia Canevari, la Consigliera di Parità della Regione Umbria, Rosita Garzi.

Numeri che, pur segnando un miglioramento rispetto al passato, raccontano ancora un Paese che fatica a valorizzare pienamente il lavoro femminile. Ed è proprio da questi dati che ha preso le mosse il convegno “Competitività significa Parità”, svoltosi questa mattina a Perugia, presso il Centro Congressi della Camera di Commercio dell’Umbria.

L’iniziativa si inserisce nelle attività di promozione e divulgazione del progetto PAGINA – Parità di Genere in Azienda, promosso dalla Consigliera di Parità della Regione Umbria, dalla Regione Umbria e dalla Camera di Commercio dell’Umbria, con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un progetto che ha già dimostrato la propria efficacia: il bando collegato al percorso formativo ha registrato un’ottima partecipazione delle imprese umbre, confermando un interesse reale e diffuso verso la Certificazione della Parità di Genere UNI/PdR 125:2022.

PAGINA accompagna le aziende in un percorso strutturato e basato su indicatori misurabili, che interviene su governance, gestione delle risorse umane, equità retributiva, tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro, con l’obiettivo di prepararle concretamente al conseguimento della certificazione e, soprattutto, di diffondere una nuova cultura organizzativa.

Ad aprire i lavori è stato il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, che ha evidenziato come “la parità di genere in azienda e la sua certificazione siano un’ottima realtà normativa, ma richiedano ancora molto lavoro di implementazione”. Mencaroni ha sottolineato come oggi il percorso sia seguito soprattutto da imprese femminili, mentre “le altre sono ancora meno coinvolte”, aggiungendo però che “diventerà sempre più evidente che la parità di genere significa maggiore competitività dell’impresa”. Da qui la necessità, secondo il presidente camerale, di “una forte animazione da parte delle istituzioni, delle associazioni di categoria e dei corpi sociali intermedi”, esattamente ciò che il progetto PAGINA sta realizzando.

L’assessora regionale alle Politiche di parità di genere e antidiscriminazione, Simona Meloni, intervenuta da remoto, ha richiamato “la centralità del lavoro e dell’indipendenza economica per garantire una parità reale tra uomo e donna”, ricordando l’impegno della Regione in una strategia condivisa con istituzioni e parti sociali. “La tutela del lavoro femminile è ancora poco centrata – ha affermato – e stiamo lavorando con Inps e Inail per renderla più ampia ed efficace”. Annunciato anche l’aggiornamento della legge regionale del 2015 sulle politiche di genere, “una norma che dieci anni fa fu una novità assoluta e fece da battistrada ad altre regioni”.

Un quadro nazionale ancora critico è stato delineato da Agnese Nadia Canevari, Consigliera nazionale di parità supplente, che ha fornito i dati più aggiornati sul mercato del lavoro. “La disuguaglianza di genere continua a rallentare la crescita del Paese”, ha affermato, pur riconoscendo che “passi avanti sono stati fatti” e che aumentano gli esempi virtuosi. La sfida, secondo Canevari, è “ridefinire i modelli organizzativi di lavoro per rendere le imprese più giuste, più inclusive e più competitive”. Centrale anche il tema del gender pay gap, con il decreto legislativo di recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva, che dovrebbe entrare in vigore da giugno.

La Consigliera di Parità della Regione Umbria, Rosita Garzi, è entrata nel merito dei meccanismi che ancora producono disuguaglianza, nel suo intervento dedicato a “un modello organizzativo più equo e più inclusivo”“Gender pay gap, segregazione verticale e orizzontale, penalizzazione legata alla maternità: sono i principali fenomeni discriminanti che caratterizzano le organizzazioni in Italia”, ha spiegato, affrontando anche i temi del clima aziendale, della gestione del conflitto e della giustizia organizzativa. Equità, inclusione e produttività – insieme ai vantaggi fiscali – sono le principali motivazioni che spingono le imprese verso la certificazione della parità di genere.

Spazio anche alle esperienze concrete con l’intervento di Elisa Severino, HR manager di Tarkett Official, azienda con sede a Terni e già certificata. Severino ha ricordato come “la nostra azienda abbia una forte cultura delle certificazioni: ne abbiamo sette e abbiamo accolto subito anche quella di genere, perché la nostra organizzazione aveva già tutte le caratteristiche per ottenerla”.

Di grande interesse anche gli interventi da remoto di Gianluca Puliga, dirigente del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e di Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere. Puliga ha ricordato l’obiettivo europeo delle 3.000 imprese ed enti certificati entro giugno 2026, sottolineando che “oggi siamo già a 12.349 certificazioni, un risultato che possiamo definire un grande successo” e ribadendo che “questo strumento resterà nel nostro sistema normativo anche dopo la fine del Pnrr”.
Pompei ha invece richiamato il ruolo storico del sistema camerale, ricordando che “già nel 1998 nacquero i Centri per l’Imprenditoria Femminile” e che la certificazione rappresenta “la naturale evoluzione di quell’impegno trentennale”.

A tirare le conclusioni è stato il segretario generale della Camera di Commercio dell’Umbria, Federico Sisti, che ha individuato il filo rosso dell’intera mattinata “nella consapevolezza che Italia e Umbria vogliono fare un salto in avanti sulla parità di genere”. Un salto da fare insieme, “per una società più sostenibile e per aumentare la competitività delle imprese”.