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Tag: imprese

Società di capitali, margini più stretti frenano investimenti e innovazione

In Umbria le società di capitali hanno iscritto nei bilanci 2025, relativi all’anno di imposta 2024, 17,8 miliardi di euro di immobilizzazioni: 10,9 miliardi in beni materiali e 1,21 miliardi in beni immateriali. Tradotto: impianti, macchinari, fabbricati, software, brevetti, licenze, marchi, costi di sviluppo. È da questa geografia concreta del capitale che parte il nuovo report della Camera di Commercio dell’Umbria. Ancora una volta l’Ente camerale scandaglia l’economia reale usando un patrimonio informativo raro, i bilanci che le imprese di capitali depositano ogni anno alla Camera.

Quel patrimonio consente di vedere ciò che spesso resta nascosto sotto le formule generiche sulla crescita: quanto capitale hanno davvero le imprese, dove lo concentrano, quanto pesa rispetto al valore che generano. Le società di capitali sono circa il 24% delle quasi 78 mila imprese umbre, ma producono oltre il 70% del fatturato regionale, con stime al 75%. Non raccontano tutto il sistema produttivo, ma la sua parte più strutturata, quella che più incide sulla capacità dell’Umbria di competere e creare lavoro qualificato.

Il report esamina le immobilizzazioni, cioè gli asset durevoli iscritti in bilancio. Non sono investimenti in senso stretto, perché misurano la dotazione di capitale a una certa data, al netto degli ammortamenti e tenendo conto di nuovi investimenti e cessioni. Ma sono un proxy degli investimenti, l’indicatore più vicino per capire quanta “macchina produttiva” sostenga la Corporate Umbria. Nel 2024 le immobilizzazioni complessive valgono il 214,9% del valore aggiunto, contro il 268,6% della media nazionale e il 271,1% della Toscana. Le Marche, nel solo 2024, scendono sotto l’Umbria, ma dal 2019 al 2023 erano state regolarmente sopra.

Capitale materiale

La fotografia diventa ancora più nitida separando il capitale materiale da quello immateriale. Sui beni fisici l’Umbria non è lontanissima dall’Italia: le immobilizzazioni materiali pesano per il 131% del valore aggiunto, contro il 134% nazionale. La Toscana, però, è al 158%. Il vero buco si apre sugli immateriali, cioè sulla parte dell’impresa in cui si annidano software, brevetti, marchi, diritti, sviluppo, conoscenza organizzata. È il capitale che non si vede entrando in un capannone, ma decide produttività e margini.

Il 2024, è l’avvertenza degli estensori del report, va letto con prudenza. È stato un anno particolare, segnato dal rientro dalla stagione eccezionale degli ammortamenti sospesi: dal 2020 al 2023 molte imprese avevano potuto sospendere in tutto o in parte gli ammortamenti civilistici, mantenendo più alto il valore contabile delle immobilizzazioni. Per questo il 2023 aiuta a cogliere meglio il ritardo. In quell’anno le immobilizzazioni totali umbre erano pari al 217,6% del valore aggiunto, contro il 381,8% dell’Italia, il 312% della Toscana e il 270,6% delle Marche.

Capitale immateriale

Sul capitale immateriale il confronto è ancora più severo: nel 2024 la dotazione umbra valeva appena il 14,7% del valore aggiunto, contro il 67,6% della media italiana, il 66,5% della Toscana e il 40,2% delle Marche. Non è una differenza marginale. È una distanza nella qualità dello sviluppo. Senza una crescita degli investimenti immateriali, l’Umbria rischia di competere troppo spesso sui costi e troppo poco sulla conoscenza.

Nel medio periodo

Anche la dinamica di medio periodo va nella stessa direzione. Tra il 2019, ultimo anno prima della pandemia, e il 2024, le società di capitali umbre hanno aumentato in termini reali il volume delle immobilizzazioni immateriali del 7,8%, passando da 966,4 milioni a 1,042 miliardi di euro. È qualcosa, ma non certo un risultato da sviluppo 5.0: è il segnale di un sistema ancora forte nella componente muscolare dell’impresa, ma debole nel punto in cui oggi si costruiscono innovazione e produttività.

L’Ebitda margin

Il problema non nasce nel vuoto. Le imprese umbre investono meno anche perché hanno meno margini. Lo aveva mostrato il Rapporto congiunturale annuale presentato il 6 marzo dalla Camera di Commercio dell’Umbria, redatto da un team camerale guidato dal professor Andrea Cardoni dell’Università degli Studi di Perugia. Nel 2024 l’Ebitda margin della Corporate Umbria è pari all’8% del valore della produzione, intorno ai 40 miliardi di euro. La media nazionale è al 9,6%, come la Toscana, mentre le Marche sono al 9,4%.

L’Ebitda margin è ciò che resta all’impresa per investire, pagare tasse e interessi, rafforzarsi, innovare, reggere gli shock. Un punto e mezzo di distanza dalla media nazionale significa meno risorse per macchinari, software, brevetti, managerialità, ricerca, organizzazione.

È il circuito che rischia di autoalimentarsi: meno margini, meno investimenti; meno investimenti, meno innovazione; meno innovazione, margini più bassi. Il report della Camera di Commercio rende visibile questa catena dentro i bilanci, nel punto in cui l’economia smette di essere slogan e diventa struttura produttiva.

Le province umbre

La lettura provinciale aggiunge un’altra frattura. Nel 2024 le imprese di capitali della provincia di Perugia presentano immobilizzazioni pari al 227,9% del valore aggiunto, mentre quelle della provincia di Terni si fermano al 161,4%. Il divario attraversa l’intero periodo 2019-2024 e segnala una minore dotazione di capitale nel Ternano. Ma Terni mostra una maggiore reattività sugli immateriali, pari al 16,8% del valore aggiunto nel 2024 contro il 14,2% di Perugia; nel 2023 era al 18,5%, contro il 15,9% perugino. Lo svantaggio ternano si concentra soprattutto sul versante materiale: impianti, strutture produttive, beni fisici, capitale industriale.

Il commento del presidente Mencaroni

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questo report conferma una convinzione che per noi è decisiva: conoscere per deliberare non è una formula rituale, ma il modo più serio per aiutare l’Umbria a scegliere. I bilanci delle società di capitali sono un patrimonio prezioso perché ci permettono di entrare nell’economia reale, vedere dove le imprese investono, dove trattengono valore e dove invece si aprono i divari. Il dato sulle immobilizzazioni immateriali è il più delicato: software, brevetti, marchi, ricerca, competenze e organizzazione non sono voci accessorie, ma la sostanza della competitività futura. L’Umbria ha imprese solide e capaci di resistere, ma oggi deve compiere un salto diverso: competere di più con conoscenza, innovazione e qualità, e meno con margini compressi. La transizione digitale non è una vetrina di tecnologie: è un cambio di mentalità, di metodo e di organizzazione, che deve entrare stabilmente nei processi produttivi. Per questo la Camera continuerà ad accompagnare le imprese con dati, strumenti, formazione e misure concrete, perché la doppia transizione digitale ed ecologica diventi investimento reale”.

Imprese e sviluppo, ecco i comuni umbri che crescono meglio

La Camera di Commercio dell’Umbria analizza l’Ebitda margin dei Comuni sopra i 10mila abitanti. Il dato misura la capacità delle imprese di trasformare i ricavi in valore operativo Ai vertici San Giustino, Gubbio, Marsciano, Amelia, Castiglione del Lagoe Assisi. Non è solo una graduatoria economica: è una mappa della crescita più solida e più promettente Sotto la soglia del 10% il margine per investire e reggere gli shock diventa più stretto. I risultati di tutti i municipi.

I risultati dei Comuni

È questa la chiave del nuovo approfondimento territoriale della Camera di Commercio dell’Umbria sui bilanci depositati nel 2025 dalle società di capitali umbre e relativi all’esercizio 2024. Dopo il rapporto congiunturale annuale presentato il 6 marzo dall’Ente camerale, “L’economia umbra e i bilanci delle imprese – Analisi dei bilanci delle società di capitali umbre 2024”, l’analisi scende ora dentro i territori e osserva i Comuni umbri con più di 10mila abitanti, con l’eccezione di Narni, non incluso per un problema tecnico.

Il risultato consegna una geografia economica interessante. In testa ci sono San GiustinoGubbioMarscianoAmelia e Castiglione del Lago, i Comuni nei quali le imprese mostrano la maggiore capacità di generare margini e, quindi, di disporre di risorse potenziali per investire, crescere e creare occupazione di qualità.

L’indicatore scelto è l’Ebitda margin, cioè il rapporto percentuale tra margine operativo lordo e valore della produzione. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico, misura quanto resta all’impresa dopo aver sostenuto i costi intermedi e il costo del personale, prima di pagare imposte, interessi, svalutazioni e ammortamenti. È il punto in cui i ricavi smettono di essere solo fatturato e diventano capacità industriale, finanziaria e strategica.

Il dato più alto è quello di San Giustino, con un Ebitda margin del 19,9%. Seguono Gubbio, con il 16,1%, Marsciano, con il 12,2%, Amelia, con l’11,9%, Castiglione del Lago, con l’11,7%, e Assisi, con l’11,4%. Sono i territori che superano la soglia del 10%, considerata dalla letteratura economica un livello di riferimento importante per misurare l’appetibilità e la capacità di sviluppo di un sistema produttivo.

Sopra quel livello, un territorio mostra in media imprese più capaci di autofinanziarsi, più credibili verso il sistema bancario, più attrezzate per sostenere investimenti e più forti nel fronteggiare fasi di rallentamento. Sotto quella soglia, il sistema produttivo può anche restare vivace nei volumi, ma rischia di trattenere meno valore. Si può fatturare molto e respirare poco: è questa la differenza tra quantità dell’economia e qualità dello sviluppo.

La graduatoria restituisce così un’Umbria a più velocità. Foligno si colloca esattamente sul valore soglia del 10%. Più sotto si trovano Umbertide, con il 9,2%, Corciano, con l’8,8%, Orvieto, con l’8,6%, Bastia Umbra, con l’8,3%, e Todi, con l’8%. Sono territori vicini all’area di solidità, ma con una capacità media di generare margine meno intensa rispetto ai Comuni di testa.

Più distanti dalla soglia risultano Perugia, con il 6,7%, Spoleto, con il 6,3%, Terni, con il 6%, Magione, con il 5,9%, Città di Castello, con il 4,1%, e Gualdo Tadino, con il 2,1%. Il dato non equivale a una bocciatura del tessuto produttivo. Segnala però una maggiore compressione media dei margini: le imprese producono, vendono, lavorano, ma una quota più ampia del valore generato viene assorbita dai costi.

È qui che l’Ebitda margin diventa una lente particolarmente utile. Un territorio può apparire economicamente attivo e, nello stesso tempo, avere poco margine operativo. Può avere imprese che fanno girare ricavi consistenti, ma con una struttura dei costi tale da lasciare poche risorse per investire. Al contrario, territori meno appariscenti nei volumi possono mostrare una capacità più alta di trattenere valore. La classifica non misura soltanto chi produce di più: misura chi riesce a trasformare la produzione in forza economica.

Il quadro regionale conferma la complessità della fase. L’Ebitda margin medio dell’Umbria si colloca all’8%, sotto il valore soglia del 10% e sotto la media italiana, pari al 9,1%. Il confronto con il 2019, ultimo anno prima della pandemia, mostra un lieve miglioramento: allora l’Umbria era al 7,5%, mentre l’Italia era all’8,9%. Il progresso c’è, ma non basta ancora a portare la regione su un sentiero di crescita robusta e continuativa.

Province a confronto

Anche il confronto provinciale mostra una differenza significativa. La provincia di Perugia presenta un Ebitda margin medio dell’8,2%, superiore a quello della provincia di Terni, ferma al 7,4%. La distanza non è enorme, ma conferma una maggiore fragilità del sistema ternano nella capacità media di generare margini, cioè nella prima riserva da cui passano investimenti, modernizzazione produttiva, credito e continuità aziendale.

Il peso delle società di capitali rende questa analisi ancora più rilevante. In Umbria rappresentano in media il 29% del totale delle imprese, ma secondo le stime concentrano circa il 75% del fatturato complessivo del sistema produttivo regionale. Sono una minoranza numerica, ma una maggioranza economica.

Il commento di Mencaroni

Per questo il rapporto della Camera di Commercio dell’Umbria non è soltanto una graduatoria tra Comuni. È una mappa della capacità dei territori di preparare il futuro. Dove l’Ebitda margin è alto, le imprese hanno più strumenti per restare sul mercato, finanziare nuovi progetti, affrontare il costo del denaro, investire in tecnologie e resistere alle turbolenze. Dove è basso, il sistema produttivo resta più esposto. Il margine non è un dettaglio contabile: è il carburante dello sviluppo.

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, commenta: “Questa analisi ci dice una cosa molto chiara: la crescita non si misura soltanto con i ricavi, ma con la capacità delle imprese di generare valore, trattenere margini e trasformarli in investimenti, occupazione e innovazione. La Camera di Commercio dell’Umbria è impegnata proprio su questo terreno: aiutare il sistema produttivo a fare un salto di qualità, accompagnando le imprese nella transizione digitale ed ecologica, nella modernizzazione dei processi, nell’accesso a competenze nuove e nella costruzione di modelli più solidi. Dove il margine cresce, cresce anche la possibilità di guardare avanti con più forza. Il nostro compito è fare in modo che questa capacità si allarghi a tutto il territorio regionale. È anche per questo che il nostro monitoraggio del settore produttivo e dell’economia umbra è molto attento e tempestivo”.

Più cessazioni di nuove apertura, l’Umbria perde 282 imprese in 3 mesi

Più chiusure che aperture di nuove imprese nei primi tre mesi del 2026 in Umbria, che perde 282 aziende. Sono state 1.340 le nuove imprese, 1.622 quelle chiusure.. Il tasso di crescita trimestrale segna -0,31%, contro il +0,01% italiano.

Il commento di Mencaroni (CCIAA)

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato del primo trimestre ci consegna un’Umbria che rallenta, ma non una regione ferma. Il saldo negativo va letto con attenzione, senza sottovalutarlo, ma anche senza perdere di vista il fatto che, su base annua, il tessuto imprenditoriale ha ancora mostrato capacità di tenuta. La sfida vera, oggi, è accompagnare questa tenuta verso una crescita più solida, con imprese più strutturate, più innovative e più pronte a stare nei mercati che cambiano”.

Il dato qualitativo

Se si tralascia il flusso del trimestre e si guarda invece allo stock delle imprese registrate, il quadro cambia. A fine marzo 2026 l’Umbria conta 89.950 imprese; un anno prima, a fine marzo 2025, erano 89.894. Il saldo tendenziale è dunque positivo, seppure di appena 56 unità. L’Italia, nello stesso confronto, perde invece 52.988 imprese registrate. Non è un paradosso: significa che l’Umbria arriva a questo inizio debole dopo mesi in cui aveva ricostruito un po’ di terreno. Il 2025 si era chiuso infatti con 273 imprese registrate in più, e già il terzo trimestre mostrava un recupero congiunturale di 132 unità.
La lettura provinciale conferma il tono del passaggio. Perugia chiude il I trimestre 2026 con 998 iscrizioni, 1.205 cessazioni e un saldo di -207 imprese; Terni con 342 iscrizioni, 417 cessazioni e un saldo di -75. In termini relativi il calo è del -0,30% nel Perugino e del -0,35% nel Ternano. Non ci sono, insomma, due Umbre diverse, una che tiene e una che cede: c’è una regione che entra nel 2026 con cautela, e con un Ternano che accusa una frenata persino più marcata.
Qui emerge il vero filo rosso. Il problema dell’Umbria non è soltanto che nascono meno imprese di quante ne chiudano in un trimestre. Il problema è che la selezione in corso non si traduce ancora, con sufficiente velocità, in un rafforzamento della struttura imprenditoriale. A livello nazionale le società di capitali – quindi più strutturate e con più chance di crescere – negli ultimi cinque anni (I trimestre 2021 – I trimestre 2026) sono cresciute del 10%, contro il +6,7% dell’Umbria (a frenare il dato umbro soprattutto la provincia di Perugia, che segna solo +4,7%, mentre a Terni l’incremento è del 12,9%, superiore alla media nazionale). Il passo umbro, quindi, resta più corto di quello del Paese.
L’Umbria, pur aumentando la quota delle società di capitali sul totale delle imprese, perde terreno rispetto al dato italiano: Nel I trimestre 2026 le società di capitale in Umbria rappresentano il 29% delle 89mila 950 imprese totali, mentre a livello nazionale il dato è 34,2%. Anche in questo caso nella regione pesa soprattutto la percentuale della provincia di Perugia, con 28,5% di società di capitale sul totale delle 72mila 119 società esistenti nella provincia, ma anche la provincia di Terni, benché vada meglio, sta sotto la media nazionale – 30,9% le società di capitale sulle 21mila 917 imprese totali esistenti nel Ternano – mentre il dato italiano, come visto, è il 34,2%.
Il passo umbro, quindi, resta più corto di quello del Paese.

L’Umbria, in sostanza, regge sul numero complessivo delle imprese rispetto a un anno fa, ma non accelera abbastanza sul terreno che conta davvero, quello delle imprese più capitalizzate, più robuste, più capaci di investire, innovare e attraversare le fasi di incertezza. È questa la ragione per cui il trimestre negativo non va letto come una semplice oscillazione statistica. È il sintomo di un ricambio imprenditoriale che resta debole, dentro una transizione strutturale che procede, sì, ma troppo piano.
Anche il quadro settoriale nazionale aiuta a mettere a fuoco la direzione. Con la nuova classificazione ATECO 2025, il primo trimestre 2026 conferma una dinamica ormai riconoscibile: crescono le attività finanziarie e assicurative (+2.301 imprese), le attività professionali, scientifiche e tecniche (+3.168), le immobiliari (+1.836) e i servizi di supporto alle imprese (+1.243); arretrano invece commercio (-9.617), agricoltura (-6.141) e manifattura (-2.517). È uno spostamento del baricentro economico verso i servizi. E non è una notizia neutrale per l’Umbria, dove la stessa Camera di Commercio, nel bilancio 2025, segnalava il peso del calo del commercio e i primi segnali positivi proprio nei servizi professionali e tecnici.

ITS Academy, l’anno accademico si apre con la notizia di 5 milioni l’anno

Inaugurato l’anno accademico 2025-2026 presso le aule dell’Its Umbria Academy di Perugia e in collegamento con le altre sedi regionali dell’accademia.

A fare gli onori di casa dell’Istituto confermato dal ministero dell’Istruzione e del Merito come tra i migliori d’Italia, per l’eccellenza raggiunta sia in termini di qualità dell’offerta didattica sia in termini di inserimento lavorativo degli studenti formati, il presidente di Its Umbria Academy, Marco Giulietti, il vicepresidente Vasco Gargaglia e il direttore Nicola Modugno, in una cerimonia nel corso della quale sono stati illustrati i risultati conseguiti negli ultimi anni e delineate le prospettive di sviluppo dell’offerta formativa, sempre più orientata all’innovazione e alla risposta puntuale ai fabbisogni delle imprese.

“La conferma nel tempo di questo risultato costituisce un vanto per la nostra regione ed è l’ennesima dimostrazione che quando si fa squadra anche la piccola Umbria può dare il meglio di sé e costituire un modello a livello nazionale” ha detto la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti. Che ha aggiunto: “Non abbiamo esitato ad investire fondi importanti del Pnrr su questi laboratori e oggi il percorso regionale dell’Its Academy garantisce le migliori tecnologie, i migliori laboratori in discipline che sono indispensabili. Dalla cyber security all’intelligenza artificiale, a tutti i percorsi che voi potete approfondire qui con una dotazione tecnologica davvero invidiabile, anche nel confronto con le altre regioni. Non a caso noi siamo tra i primi sotto tanti punti di vista, essendo anche una realtà regionale, con tante sedi tutte allo stesso livello tecnologico. Dove possiamo investire, investiamo tantissimo, 5 milioni di euro all’anno per i prossimi tre anni a valere sul Fondo Sociale Europeo, in un percorso professionale che reputo fondamentale per le nostre imprese, per le materie che approfondire e perché siete voi il fattore su cui l’impresa Umbria punta, perché siete voi, i giovani, le energie, la formazione sulla quale veramente punta l’Umbria tutta, potendo voi darci una grandissima possibilità di futuro”.

“L’Its è una grande occasione per voi ragazzi – ha concluso la presidente Proietti – perché vi dà la possibilità di seguire dei percorsi di formazione complementari con i percorsi di studio delle scuole superiori e universitari, con i quali sono in stretto rapporto e dialogo. La grande vicinanza tra i soggetti interessati, dalle Istituzioni locali all’Università, da Confindustria Umbria alle singole realtà imprenditoriali del territorio, risultato per il quale ringrazio anche il presidente di Its Umbria Academy Marco Giulietti, consente di realizzare un prototipo di laboratorio e dunque di sperimentare nuovi modelli di economia digitale e di conoscenza. Questa è la vera sfida e noi dalle prossime settimane ci vedremo con tutta la rete della formazione regionale, per fare in modo che il dialogo tra queste realtà sia sempre più stretto e proficuo”.

“Scettro dell’Imprenditorialità”, così nei comuni umbri

Todi tra i comuni umbri sopra i 10mila abitanti, Montefalco per quelli compresi tra 5mila e 10mila abitanti, Norcia per quelli sotto i 5mila abitanti. Sono i tre comuni umbri, per le varie fasce di dimensione, a cui, secondo i dati della Camera di commercio dell’Umbria, va lo “Scettro dell’Imprenditorialità”, per la quantità di imprese rispetto al numero di residenti.

Tra i municipi più grandi la palma resta a Todi, con 12 imprese attive ogni 100 abitanti, con una vocazione imprenditoriale superiore di quasi il 74%% a quella dell’ultimo in graduatoria (San Giustino). Montefalco, nei municipi tra 5mila e 10mila abitanti, vanta 13,3 aziende attive ogni 100 abitanti e tra i municipi da 2mila a 5mila residenti Norcia ha una densità imprenditoriale di 15,1 imprese attive per ogni 100 residenti. Una cifra, quella di Norcia, che ne fa il comune umbro sopra i 2mila abitanti che presenta la maggiore densità imprenditoriale.

Lo Scettro dell’Imprenditorialità

Lo “Scettro dell’Imprenditorialità” (che riguarda sia il numero degli abitanti che delle imprese attive al 31 dicembre 2025) fotografa con precisione dove, in Umbria, l’impresa è più diffusa, più radicata e le trasformazioni di questa diffusione a livello territoriale. Il criterio utilizzato è tanto semplice quanto rivelatore: il numero di imprese attive ogni 100 abitanti. Più è alto questo valore, più è elevata la vocazione a fare impresa.

Il dato centrale riguarda esclusivamente le imprese attive, cioè quelle non solo iscritte al Registro delle Imprese tenuto dalla Camera di Commercio dell’Umbria, ma effettivamente operative. Un passaggio tutt’altro che formale: in Umbria le imprese registrate sono 90.231, ma quelle attive sono 77.777. È su queste che si misura la reale capacità di un territorio di generare economia, lavoro e valore.

Umbria sopra la media italiana

Nel 2025 l’Umbria conferma una densità imprenditoriale nettamente superiore alla media nazionale. In regione si contano 9,1 imprese ogni 100 abitanti, contro 8,5 della media italiana. Il risultato è chiaro: la vocazione imprenditoriale umbra resta più diffusa – anche se non in maniera esorbitante – rispetto al resto del Paese. Si tratta di un tratto strutturale del sistema economico regionale, che attraversa dimensioni territoriali diverse.

Comuni oltre i 10mila abitanti

Nella fascia più rilevante – quella dei comuni con almeno 10mila abitanti, dove si concentra la parte più consistente della popolazione e dove anche la dimensione media delle imprese (numero di addetti per azienda) è più elevata – lo Scettro dell’Imprenditorialità quest’anno va ancora a Todi con 12 imprese attive ogni 100 abitanti. Un dato che lo pone nettamente davanti a Castiglione del Lago (10,4), Assisi e Orvieto (entrambi con 10,1). Completano la “Top Ten” Bastia Umbra (9,9), Gubbio e Città di Castello (9,8), seguite da Gualdo Tadino, Marsciano (entrambe con10,6) e Umbertide (9,0).

In coda alla graduatoria si collocano San Giustino (6,9 imprese ogni 100 aitanti), Amelia (7,9), Magione (8,0), Terni e Corciano (8,2). Tra gli altri municipi sopra i 10mila abitanti Spoleto presenta 8,8 imprese ogni 100 abitanti, Foligno 8,6 e Narni 8,3.

Perugia, capoluogo regionale, tra i 19 comuni oltre i 10mila abitanti si colloca al 13° posto, con 8,6 imprese attive ogni 100 abitanti.

Il confronto è eloquente: tra Todi e San Giustino, ossia tra il primo e l’ultimo comune umbro sopra i 10mila abitanti per numero di imprese ogni 100 abitanti sfiora il 74%. In altre parole, a Todi la propensione a fare impresa è del 73,9% più alta rispetto al comune fanalino di coda. Tra i due capoluoghi di provincia, invece, Perugia mostra una vocazione imprenditoriale solo del 4,9% superiore a Terni, molto meno di quanto l’immaginario collettivo potrebbe far pensare.

Comuni tra 5mila e 10mila abitanti

Nella fascia intermedia si registra nel 2025 il sorpasso di Montefalco (13,3 imprese attive ogni 100 abitanti) su Gualdo Cattaneo (12), che fino al 2014 ha detenuto lo “Scettro dell’Imprenditorialità” tra i municipi 5mila-10mila residenti, anche se già nel 2024 Montefalco appariva in crescita e a una spanna da Gualdo Cattaneo. Alle loro spalle Nocera Umbra (9,9), Trevi e Panicale (9,9), Spello (9,4).

In fondo alla classifica Passignano sul Trasimeno (7,8) e Città della Pieve (8,5). Deruta ha 9,2 imprese attive ogni 100 abitanti e Torgiano 8,6. Anche qui il divario è netto: Montefalco presenta una vocazione imprenditoriale superiore di oltre il 70% rispetto a Passignano sul Trasimeno, ultimo in graduatoria in questa fascia di comuni.

Comuni tra 2mila e 5mila abitanti

Novità dello “Scettro” di quest’anno è la graduatoria dedicata ai comuni tra 2mila e 5mila abitanti, introdotta per evitare le forti oscillazioni tipiche dei centri molto piccoli, che negli anni scorsi venivano invece considerati. In questa fascia lo “Scettro dell’Imprenditorialità” va a Norcia, che con 15,1 imprese ogni 100 abitanti mostra una densità imprenditoriale molto elevata, tanto da essere il comune umbro con il numero maggiore di aziende attive ogni 100 abitanti.

Seguono Massa Martana (13.2), Cascia (12,3), Giano dell’Umbria (12,1), Collazzone e Valfabbrica (entrambe con 11,8). In coda quattro comuni del Ternano come Attigliano (6), San Gemini (6,7), Stroncone (7,6), Castel Viscardo (7,9) e uno del Perugino (Sigillo 12,6).

Tornano a crescere le imprese in Umbria, nonostante il calo nel commercio

Nel 2025 è aumentato il numero delle imprese in Umbria, ma la crescita è lenta e resta lontana dalla media nazionale. Dal punto di vista territoriale, Terni fa meglio di Perugia. Tra i settori, pesa il calo del commercio, che in un anno perde 462 attività, mentre crescono servizi e professioni.

È quanto emerge dal report Movimprese di Infocamere, su dati della Camera di Commercio dell’Umbria: nella regione si contano 273 imprese in più, pari a una crescita dello 0,3%, a fronte di una media nazionale dello 0,96%.

Il risultato, pur positivo dopo il segno meno del 2024 (-0,36%), conferma quindi una dinamica più debole rispetto al quadro italiano, che nello stesso periodo registra un saldo attivo dello 0,96% (+56.599 imprese), oltre al triplo rispetto all’Umbria. Nella graduatoria nazionale l’Umbria si colloca al 14° posto su 20 regioni. Nel Centro Italia il risultato non è il peggiore, ma resta inferiore a quello di Toscana (+0,43%) e soprattutto Lazio (+2,08%), mentre le Marche si fermano a +0,27%.

Tra le due province umbre, Terni segna un andamento migliore rispetto a Perugia: +0,35% contro +0,28%. In termini assoluti, nel Ternano le nuove imprese sono 76, nel Perugino 197, per un totale regionale di 273 aziende in più. Complessivamente le imprese registrate passano da 89.958 a 90.231.

Va inoltre segnalato che le imprese attive crescono leggermente più di quelle registrate (+0,35% contro +0,30%), arrivando a quota 77.777. Il dato può riflettere sia una maggiore pulizia dei registri camerali sia il ritorno all’attività di imprese formalmente iscritte ma inattive negli anni precedenti.

La “qualità”

Prosegue, seppur lentamente, l’irrobustimento del tessuto imprenditoriale regionale. Le società di capitali aumentano anche in Umbria, ma meno che nel resto d’Italia. Nel 2025 le società di capitali attive crescono del 3,3% in regione, contro il +4,5% nazionale. La loro incidenza sul totale delle imprese umbre resta così più bassa della media italiana: 24,9% contro 29,3%.

Le imprese individuali e le società di persone continuano quindi a rappresentare una quota elevata del sistema produttivo regionale e mostrano maggiori difficoltà nel passaggio verso forme più strutturate. I segnali di miglioramento non mancano, ma l’Umbria nel 2025 non riesce a tenere il passo del resto del Paese, ampliando ulteriormente il divario.

Settori: pesa il calo del commercio

Dal punto di vista settoriale, al netto della crescita delle imprese non classificate, il dato più rilevante è il forte calo del commercio: tra il 2024 e il 2025 si contano 462 imprese in meno, di cui 315 in provincia di Perugia e 147 in quella di Terni. Le chiusure superano nettamente le nuove aperture.

A incidere sono la ristrutturazione in atto nel settore e una domanda ancora debole, nonostante la spinta del turismo. Nel 2025 in Umbria i consumi pro capite crescono dell’1,1% rispetto all’anno precedente: un aumento modesto se confrontato con l’incremento dei costi sostenuti dalle imprese, ma in linea con la media nazionale.

Continua anche la flessione del manifatturiero, che perde 172 imprese (-154 a Perugia e -18 a Terni). Frenano le costruzioni (-54 imprese) e arretrano i servizi immobiliari. A sostenere il bilancio complessivo è invece il resto del terziario, che registra un aumento delle attività.

In particolare, si segnala la crescita di 40 imprese nel settore delle Attività professionali, scientifiche e tecniche, considerato uno degli indicatori dell’innovazione. Un segnale incoraggiante sul fronte della transizione digitale ed ecologica, soprattutto in provincia di Perugia, che tuttavia non è ancora sufficiente a colmare il divario strutturale dell’Umbria rispetto alla media nazionale in termini di dinamica imprenditoriale.

Il commento

Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I numeri ci dicono che l’Umbria cresce, ma lo fa con una velocità che resta insufficiente rispetto alla media nazionale. A pesare è anche una domanda dei consumi ancora debole, un tema che non riguarda solo la nostra regione ma che incide ovunque sulla capacità delle imprese di investire e consolidarsi. Il dato del commercio in difficoltà va letto in questo contesto e richiede attenzione e strumenti adeguati. Allo stesso tempo, segnali positivi arrivano dall’aumento delle imprese nei servizi professionali, scientifici e tecnici, che indicano una direzione chiara sul fronte dell’innovazione. È su questa capacità di rinnovamento che va costruita una crescita più solida e duratura per il sistema produttivo umbro”.

Imprese e istituzioni, la road map della transizione energetica regionale

“Energia, Ambiente, Territorio – Quali prospettive per l’Umbria” è il tema sul quale si sono confrontate imprese, esperti accademici e istituzioni per definire strategie congiunte su sostenibilità, transizione energetica e sviluppo del territorio umbro.

L’iniziativa, promossa congiuntamente da Confartigianato Imprese Umbria, Confindustria Umbria e Legacoop Umbria, ha fornito una panoramica aggiornata sulle sfide che attendono il tessuto produttivo regionale in tema di competitività e sostenibilità. Moderato dal direttore del Corriere dell’Umbria, Sergio Casagrande, l’evento ha registrato una vasta partecipazione di imprenditori, tecnici ed esperti.

I lavori sono stati introdotti dai saluti istituzionali delle realtà promotrici e delle istituzioni locali.
Giovanni Maria Angelini Paroli, assessore del Comune di Spoleto, ha aperto la sessione sottolineando l’impegno della città nel sostenere la transizione energetica e la necessità di una forte collaborazione tra enti pubblici e sistema produttivo per individuare soluzioni efficaci e condivise.

È seguito il saluto di Mauro Franceschini, presidente di Confartigianato Imprese Umbria, che ha evidenziato come le imprese umbre stiano affrontando un momento decisivo: “La transizione energetica non è più rimandabile. È necessario garantire certezze e strumenti realmente utilizzabili dalle nostre piccole e medie imprese”.

Laura Caparvi, presidente della Sezione Energia di Confindustria Umbria. La Dott.ssa Caparvi ha sottolineato l’esigenza di rendere autonome regioni e imprese da una configurazione geopolitica difficile, specificando: “La nostra dipendenza dal gas ci rende vulnerabili. L’uscita dai fossili e la gestione del prezzo impongono concretezza, meno burocrazia e un forte accordo pubblico-privato per definire tempistiche certe”. La Caparvi ha auspicato che la nuova legge regionale abbia pienamente recepito queste priorità.

Danilo Valenti, presidente di Legacoop Umbria, ha rimarcato l’importanza delle comunità energetiche e della cooperazione come strumenti fondamentali per rendere la transizione accessibile a cittadini e imprese.

ENERGIA: Gli scenari futuri dell’Italia

A seguire, Bruno Panieri direttore Politiche Economiche di Confartigianato Imprese, ha presentato un’analisi approfondita sui futuri scenari energetici italiani, mettendo in luce il ruolo cruciale dell’efficienza energetica e delle Comunità Energetiche Rinnovabili nel contenimento dei costi e nel rafforzamento dell’indipendenza energetica del Paese.
Panieri ha sostenuto un approccio “laico verso la tecnologia”: “Non bisogna frenare l’avanzamento tecnologico per valorizzare le rinnovabili. Ogni opzione va valutata, compresi generazione distribuita, nuove tecnologie e l’eventuale contributo del nucleare. L’Intelligenza Artificiale potrà supportare la gestione dei flussi energetici”.

Panel: Transizione energetica, Paesaggio e il Disegno di Legge Regionale

Una parte centrale dell’incontro è stata dedicata all’analisi degli impatti del disegno di legge regionale ‘Misure urgenti per la transizione energetica e la tutela del paesaggio umbro’, con il confronto fra rappresentanti istituzionali, tecnici e imprese.
L’assessore regionale all’energia, all’ambiente, all’adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici, alle politiche del paesaggio e alla programmazione urbanistica, Thomas De Luca, ha sottolineato che la decarbonizzazione passa da un mix equilibrato di fonti, puntando sulle rinnovabili disponibili e non dipendenti da scenari geopolitici incerti.
Ha citato il ruolo strategico dell’idroelettrico in Umbria e la scelta di sviluppare l’eolico nelle aree idonee, garantendo criteri di sostenibilità e bassa visibilità paesaggistica.

Alfonso Morelli, direttore generale di ARPA Umbria, ha confermato il ruolo dell’Agenzia nel supporto tecnico alla Regione e nella valutazione degli impatti. Morelli ha evidenziato l’importanza di strumenti innovativi: “Dovremo confrontarci sempre più con l’Intelligenza Artificiale per gestione dei consumi e valutazioni ambientali”.

Il focus sulle Comunità Energetiche Rinnovabili è stato approfondito dagli interventi di Paolo Garofoli (CER Insieme Sostenibili) e Nicola Stabile (CER Cooperativa Perugia Green Energy). Entrambi hanno sottolineato la necessità di superare resistenze culturali e interpretare la CER non come un semplice progetto sociale, ma come una vera organizzazione dotata di impianti, investimenti e responsabilità operative.

Conclusioni: le prospettive del settore elettrico

A chiusura del convegno, la prof.ssa Linda Barelli (Dipartimento di Ingegneria – Sistemi elettrici per l’energia, UNIPG) ha analizzato i principali trend della transizione energetica, supportata dai dati Terna e dalle più recenti pubblicazioni internazionali.

Le direttrici fondamentali saranno due:
1. la sostituzione dei combustibili fossili con energia rinnovabile;
2. la diffusione di infrastrutture elettriche più capillari, intelligenti e integrate.
Il convegno si è concluso con un forte segnale di unità fra istituzioni, imprese e mondo accademico. Le analisi presentate e il confronto fra i relatori hanno delineato una roadmap chiara: costruire un’Umbria più sostenibile, innovativa e competitiva, capace di coniugare la tutela del paesaggio con le esigenze della transizione energetica.

L’Umbria recupera imprese | Gli ultimi dati Movimprese e l’analisi

Nel terzo trimestre 2025 nella regione il numero delle aziende in Umbria è continuato a crescere. Il recupero nel numero delle imprese quindi prosegue, ma il confronto con un anno fa resta ancora negativo. Segnali di vitalità per le società di capitale, anche se la distanza dal resto del Paese si allarga.

Il risultato è comunque importante: mentre l’Italia e il Centro tirano il fiato, segnando una leggera flessione dopo il rimbalzo primaverile, l’Umbria si muove in controtendenza, confermando un tessuto imprenditoriale che prova a ritrovare equilibrio e fiducia dopo che, fino a due trimestri fa, aveva evidenziato una fase difficile.

Questo il quadro dell’imprenditoria umbra che emerge dai dati di Movimprese di Infocamere, la piattaforma del sistema camerale italiano che fotografa la dinamica delle imprese sul territorio. Nel trimestre luglio-settembre 2025, le imprese umbre iscritte al Registro camerale sono 90.440, in aumento di 132 unità rispetto al secondo trimestre.

Il confronto annuale
Se però il confronto si sposta su base tendenziale, cioè rispetto allo stesso periodo del 2024, il quadro cambia. Un anno fa le imprese registrate erano 91.088: il saldo negativo è di 648 aziende, pari a un calo dello 0,7%.
In Italia la flessione è del 0,6%, nel Centro del 0,5%.
Un quadro dunque ambivalente: bene nel confronto ravvicinato, meno brillante nel confronto annuale. Ma la direzione di marcia è tornata quella giusta, e questo è il segnale che più conta in una fase ancora incerta.

Dieci anni di trasformazioni
Se si guarda al decennio 2015-2025, l’Umbria registra una contrazione più marcata rispetto alla media nazionale e al Centro Italia. Dieci anni fa, nel terzo trimestre 2015, le imprese iscritte erano 95.422, quasi 5.000 in più rispetto a oggi.
Il calo complessivo è quindi del 5,2%, contro il -3% dell’Italia e il -3,6% del Centro.
Un arretramento che racconta le difficoltà di un territorio colpito duramente dalle crisi globali, ma anche la capacità di adattamento di chi è rimasto, investendo in nuovi modelli organizzativi e digitali.

Le società di capitale tornano a muoversi
Segnali incoraggianti arrivano dalle società di capitale, considerate un termometro della solidità di un sistema produttivo. Nel terzo trimestre 2025 l’Umbria ne conta 25.907, pari al 28,6% del totale delle imprese.

Un valore ancora distante dalla media nazionale del 33,4%, ma in crescita rispetto ai trimestri precedenti: +200 società rispetto al secondo trimestre, dopo un rimbalzo già avviato nella primavera 2025.
Sul fronte annuale, tuttavia, il bilancio resta in lieve rosso: tra il terzo trimestre 2024 e lo stesso periodo del 2025 si registra una flessione da 17.207 a 17.171 società di capitale.
È un arretramento minimo, ma che segnala come le imprese umbre più strutturate abbiano faticato più della media nazionale a reggere l’urto post-Covid, probabilmente perché più esposte in settori colpiti duramente dalle restrizioni o perché meno dotate di riserve e strumenti finanziari.

Una crescita ancora da consolidare
Nel lungo periodo, la quota delle società di capitale sul totale delle imprese umbre è comunque cresciuta in modo costante: era il 21,5% nel 2015, è salita al 25,8% nel 2019 e ha toccato il 28,6% nel 2025.
Ma la distanza con l’Italia, invece di ridursi, si è ampliata.
Se nel 2019 l’indice umbro era pari all’89,6% del dato nazionale, nel 2025 è sceso all’85,6%. Un gap che racconta un tessuto economico ancora troppo frammentato, dove la microimpresa resta il modello prevalente.
Eppure, rispetto al 2015, l’Umbria ha guadagnato terreno: dieci anni fa era ferma all’81,2% dell’indice nazionale.

La mappa delle imprese umbre
Nel III trimestre 2025, la composizione per forma giuridica conferma la netta prevalenza delle imprese individuali, che restano la spina dorsale dell’economia regionale: 44.952 aziende, pari al 49,7% del totale.
Seguono le società di capitale, con 25.906 imprese (28,6%), e le società di persone, pari a 17.172 unità (19%).
Chiudono il quadro le altre forme giuridiche con 2.410 imprese, il 2,7% del totale.

Tra resilienza e reazione
La fotografia che emerge è quella di un’Umbria che prova a reagire pur restando fragile, come dimostra anche il calo su base annuale del numero delle imprese.
La fase di ricostruzione economica post-pandemia si intreccia con un processo di selezione naturale delle imprese: chi ha saputo innovare e digitalizzarsi regge, chi è rimasto ancorato a modelli tradizionali fatica.
Il messaggio, tuttavia, è chiaro: la vitalità del sistema imprenditoriale umbro non è spenta. È un segnale da leggere con attenzione e da sostenere con politiche mirate, capaci di rafforzare la struttura del tessuto produttivo, favorendo la transizione verso modelli d’impresa più solidi, capitalizzati e innovativi.

“I dati Movimprese del terzo trimestre 2025, dopo quelli positivi del II semestre – commenta il presidente della Camera di commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni – evidenziano un’Umbria che sta reagendo, anche in un contesto nazionale che torna a rallentare. È un segnale importante, perché dimostra che il sistema produttivo regionale ha ritrovato un po’ di fiducia e sta tornando a investire, dopo che fino a due trimestri fa aveva passato una fase difficile. Certo, la distanza con la media italiana resta, ma la direzione è quella giusta: serve continuità, non solo nel sostegno alle imprese ma anche nella semplificazione amministrativa e nell’accesso al credito. Il nostro compito, come Camera di Commercio, è accompagnare tutto questo, valorizzando chi scommette su qualità, digitalizzazione e capitale umano. L’Umbria non deve rinunciare a giocare un ruolo da protagonista in questa fase di transizione economica”.

Più soldi alle imprese ternane, ma nel Perugino aumenta la stretta del credito

In un sistema del credito che nel 2025 è tornato a finanziare in modo consistente il mondo delle imprese, l’Umbria ha visto contrarsi ulteriormente i prestiti dalle banche all’economia locale.

A luglio di quest’anno l’ammontare dei prestiti alle imprese era infatti di 8.529 milioni di euro, contro i 8.654 milioni della fine del dicembre 2024. Pari a 125 milioni di euro in meno. Con una contrazione percentuale dell’1,4% che collocano nella classifica nazionale stilata dall’Ufficio studi della Cgia colloca l’Umbria al penultimo posto, dietro soltanto al Molise.

Umbria a due velocità

Il dato regionale è il risultato di dinamiche opposte nelle due province. Con il Perugino che nei 7 mesi ha visto una contrazione del 3,5%, con 248,5 milioni di euro in meno affidati alle imprese (l’erogazione a luglio è scesa a 6.805,5). E il Ternano che invece ha conosciuto nello stesso periodo un incremento del 7,7% (+123,4 milioni di euro in valori assoluti), che collocano la provincia al quarto posto nazionale. In provincia di Terni a luglio le banche hanno prestato alle imprese 1.723,3 milioni di euro.

In Italia

A livello nazionale, negli ultimi quattro mesi, l’Ufficio studi della Cgia evidenzia come i prestiti siano tornati ad aumentare. Rispetto all’inizio di quest’anno, lo stock erogato alle attività economiche è cresciuto di quasi 5,5 miliardi di euro, raggiungendo in termini complessivi la quota di 647 miliardi: 5,5 miliardi in più del dato riferito al 31 dicembre 2024.

Tuttavia, non tutte le imprese hanno beneficiato di questa ritrovata disponibilità delle banche a prestare liquidità al sistema economico. Nei
primi sette mesi del 2025, infatti, alle attività con più di 20 addetti la variazione è stata positiva e pari all’1,5 per cento (+8,2 miliardi di
euro), mentre alle aziende con meno di 20 addetti l’incremento è stato negativo e pari al 2,8 per cento (-2,7 miliardi).

Le regioni

A livello regionale spicca la contrazione degli impieghi registrata in Veneto. Una caduta verticale che dura ininterrottamente dal 2011. In questi ultimi 7 mesi monitorati dalla Cgia, le banche hanno decurtato alle imprese 868 milioni di euro (-1,4 per cento) di prestiti. Purtroppo, la “scomparsa” di Antonveneta (2013), di Veneto Banca, della Banca Popolare di Vicenza e del Banco Popolare (queste ultime tre tutte nel
2017) continuano a produrre effetti negativi ancora adesso.

Male anche l’Umbria (-1,4 per cento pari a -125 milioni di euro) e, in particolare, il Molise (-2,1 per cento pari a -28 milioni)

Le province

Quasi la metà delle province italiane non ha ancora visto aumentare i prestiti bancari alle imprese. Le situazioni più difficili permangono a Imperia e Prato che hanno registrato una diminuzione in valore percentuale dell’ammontare del credito alle imprese entrambe del 5,6 per cento. Seguono Vercelli con il -5,7 per cento (pari a -81,6 milioni di euro) e Avellino con il -5,8 per cento (-109 milioni).

Tra le realtà più virtuose, invece, compaiono Aosta, che guida questa particolare graduatoria nazionale con un aumento del 18,3 per cento (+284,6 milioni di euro). Subito dopo Trieste con il +12,8 per cento (+383,5 milioni) e Oristano con il +9,2 per cento (+65,7 milioni).

Tra le grandi aree economico/produttive del Paese spicca il +4,1 per cento di Roma (+2,3 miliardi) che occupa l’8° posto, il +3,4 per cento di Bergamo (+530 milioni) che si colloca al 16° posto, il +2,6 per cento di Firenze (+329,2 milioni) che si piazza al 22° posto e il +2,2 per cento di Milano (+2,3 miliardi) che si posiziona al 28° posto.

Bando, mezzo milione per le imprese | Domande dal 13 ottobre

Bando contributi in conto interessi 2025, dalla Camera di commercio dell’Umbria 500mila euro per le imprese umbre per ridurre il costo del credito, favorire investimenti e liquidità aziendale. Domande online dal 13 ottobre 2025 al 31 marzo 2026 tramite la piattaforma ReStart.

La dichiarazione

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Sostenere le imprese umbre significa rafforzare il motore dello sviluppo e dell’occupazione. Con questo bando offriamo un aiuto concreto a chi ha progetti da realizzare e non deve vedere i propri sogni frenati dal costo del credito. La Camera di Commercio è al fianco delle micro e piccole aziende, che rappresentano l’anima produttiva della regione e la sua più autentica energia. Vogliamo accompagnarle in un percorso di crescita, innovazione e competitività, rendendo più facile trasformare idee e investimenti in opportunità reali”.

A chi è rivolto

Il bando è rivolto a tutte le micro e piccole imprese attive nella regione, con l’unica eccezione delle imprese agricole. Possono presentare domanda le aziende iscritte e in regola con il Registro delle imprese, che non siano in stato di liquidazione o fallimento e che rispettino gli obblighi contributivi e di sicurezza sul lavoro.

I finanziamenti ammessi

Sono ammissibili i finanziamenti con queste caratteristiche:

· durata minima 12 mesi e massima 60 mesi;

· importo compreso tra 30.000 e 120.000 euro;

· erogazione successiva alla pubblicazione del bando;

· tasso fisso o variabile;

· piani di ammortamento mensili, trimestrali o semestrali;

· finalizzazione a investimenti aziendali, acquisto scorte, pagamento fornitori o reintegro di capitale circolante.

Sono esclusi i finanziamenti destinati al consolidamento di passività bancarie o confidi.

L’entità del contributo

Il sostegno consiste in un abbattimento degli interessi di 2 punti percentuali, che può salire a 4 punti percentuali nel caso in cui sia presente una garanzia di Confidi vigilato. Inoltre, le imprese in possesso del rating di legalità riceveranno una premialità di 250 euro.

Come e quando presentare la domanda

Le richieste vanno inoltrate esclusivamente in via telematica, con firma digitale, attraverso la piattaforma ReStart (https://restart.infocamere.it).
Il periodo di apertura del bando va dal 13 ottobre 2025 alle ore 9:00 al 31 marzo 2026 alle ore 17:00.

Alla domanda è necessario allegare, tra gli altri documenti:

· il contratto di finanziamento con banca o confidi;

· l’eventuale delibera di garanzia;

· il piano di ammortamento approvato;

· la documentazione attestante l’erogazione del finanziamento.

Ogni impresa può presentare una sola domanda, relativa a un unico contratto di finanziamento.

I criteri di assegnazione

I contributi verranno assegnati seguendo l’ordine cronologico di arrivo delle domande complete, fino all’esaurimento delle risorse disponibili. L’istruttoria si concluderà entro 90 giorni dalla chiusura del bando, con provvedimento del Segretario generale della Camera di Commercio.

Trasparenza e controlli

La Camera di Commercio potrà effettuare controlli a campione per verificare la veridicità delle dichiarazioni rese dalle imprese. In caso di irregolarità, il contributo sarà revocato e dovrà essere restituito. Requisiti essenziali restano la regolarità contributiva e il rispetto delle normative in materia di sicurezza sul lavoro.

Dove trovare tutte le informazioni

Per agevolare le imprese, la Camera di Commercio dell’Umbria ha reso disponibile sul proprio sito internet tutto il materiale necessario per partecipare: bando integrale, modulistica, modelli di procura e domanda, istruzioni operative.

Tutti i documenti si trovano sul sito della Camera di Commercio dell’Umbria al link: https://shorturl.at/nkRcM

L’Ente camerale ricorda che non esistono intermediari autorizzati a contattare direttamente le imprese per la presentazione delle domande e che l’unico canale ufficiale è quello previsto dal bando.