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Tag: banche

Credito al consumo, le famiglie umbre le più indebitate d’Italia

La regione dove le famiglie consumatrici sono più esposte a breve con banche e finanziarie è l’Umbria. Nel 2025 (l’ultimo anno per il quale si hanno dati definitivi) il debito al consumo per nucleo è stato pari a 7.514 euro (+5,1% rispetto al 2024). Seguono la Toscana con 7.399 euro (+5,6%) e la Sicilia con 7.383 euro (+4,5%). In Umbria il totale del credito al consumo erogato è arrivato a 2.919,8 milioni di euro (+142,4 milioni).

In Italia il credito al consumo delle famiglie è in media di 6.657 euro. Il credito al consumo erogato dalle banche e dalle finanziarie alle famiglie consumatrici italiane ha sfiorato i 178 miliardi di euro. L’Ufficio studi della Cgia evidenzia che nove anni fa questa cifra era molto più contenuta, con un aumento del 62% pari, in termini assoluti, a +68 miliardi circa. Un balzo notevole, che spiega i cambiamenti nelle abitudini di spesa e, soprattutto, nella capacità economica delle famiglie. 

I tassi

Per il credito al consumo, rileva ancora la Cgia, l’aumento del TAEG degli ultimi anni è stato notevole. Si è passati dal 7,64% del 2021 a una crescita costante fino al 10,16 nel 2023. Nei due anni successivi è oscillato attorno al 10%, ma a luglio di quest’anno è salito sino al 10,38 per cento. Se tra la fine del 2025 e luglio 2026 il TAEG applicato sull’acquisto della casa è rimasto immutato, quello del credito al consumo è salito di 41 punti base. Una spinta arrivata soprattutto dalle fiammate inflazionistiche che hanno colpito l’Eurozona, a cui la BCE ha risposto alzando il tasso sui rifinanziamenti, oggi al 2,65%.

I mutui

Se al credito al consumo erogato dalle sole banche (127 miliardi di euro) si aggiungono ii 447,5 miliardi di mutui per l’acquisto di un’abitazione che 3,8 milioni di famiglie hanno acceso con gli istituti di credito e altre forme di prestiti residuali, il debito complessivo sale a 612,6 miliardi di euro. In Puglia i mutui per la casa accesi sono stati 21.383.

I prestiti alle piccole imprese umbre scendono ancora e la liquidità costa di più | I dati aggiornati

Credito, i prestiti alle piccole imprese umbre scendono ancora del 5,5%. La liquidità costa il 9,4% alle piccole società e con due rialzi attesi della Bce potrà sfiorare il 10%. Una situazione che vede l’Umbria peggio della media nazionale, anche se nel Centro Italia Toscana e Marche arretrano di più. Questa la fotografia del credito alle imprese secondo le tavole regionali, aggiornate a giugno 2026, diffuse da Banca d’Italia, con l’ultima disaggregazione omogenea per dimensione d’impresa, riferita a marzo. In quel trimestre i prestiti al totale delle imprese umbre erano tornati a crescere dello 0,2% su base annua, ma alle piccole imprese continuavano a diminuire del 5,5%, mentre le medio-grandi segnavano +1,6%.

Il cambio di passo rispetto alla fine del 2025 è importante, ma non uniforme. A dicembre i prestiti alle imprese nel complesso erano ancora in calo del 2,2%; tre mesi dopo erano a +0,2%. Il recupero, però, è arrivato quasi tutto dalle aziende medio-grandi, passate da -1,3% a +1,6%, mentre le piccole sono rimaste in territorio negativo.

In valori assoluti, a fine marzo i prestiti bancari alle imprese umbre ammontavano a 8,804 miliardi di euro: 7,210 miliardi alle medio-grandi e 1,593 miliardi alle piccole, dei quali 928 milioni alle famiglie produttrici, cioè le realtà fino a cinque addetti. Nello stesso mese i prestiti alle famiglie consumatrici crescevano del 2,4% su base annua.

La distanza si trascina da mesi. A dicembre 2025 le piccole imprese umbre erano ancora a -6%, dopo il -5,9% di settembre e il -5,4% di giugno; a marzo 2026 la contrazione si è ridotta al -5,5%, senza però cambiare segno. Nello stesso periodo le medio-grandi sono passate dal -1,6% di giugno 2025 al +1,6% di marzo. Le famiglie produttrici risultavano ancora più indietro: -6,4%.

Umbria peggio della media nazionale, ma Toscana e Marche arretrano di più

Il confronto territoriale mette meglio a fuoco la posizione dell’Umbria. A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese diminuivano del 4,3% in Italia. In Umbria la flessione arrivava al 5,5%. Tra le regioni del Centro, però, Toscana e Marche registravano cali ancora più marcati, rispettivamente del 6,4% e del 7,1%, mentre il Lazio si fermava al 2,3%. Nel confronto tra le quattro regioni, dunque, l’Umbria si collocava dietro il Lazio ma davanti a Toscana e Marche.
La diversa velocità si ritrova anche nei settori. A marzo 2026 i prestiti alla manifattura crescevano del 4,7% su base annua e quelli alle costruzioni dello 0,5%, mentre nei servizi diminuivano del 3%. Il recupero del credito appare quindi più robusto nella parte industriale e nelle imprese più strutturate.

Per le piccole società la liquidità costa il 9,4%

La differenza diventa ancora più marcata quando si guarda al prezzo del denaro. A marzo 2026 il Tae (Tasso annuo effettivo) sui prestiti per esigenze di liquidità era pari al 9,4% per le piccole società considerate dalla rilevazione della Banca d’Italia e al 5% per le imprese medio-grandi: 4,4 punti di distanza.

Il dato sulle piccole riguarda società in accomandita semplice, società in nome collettivo, società semplici e società di fatto con meno di 20 addetti; le ditte individuali non sono comprese in questa specifica rilevazione sui tassi. Per il totale delle imprese, sempre al netto delle ditte individuali, il Tae era del 5,4%.

Il divario resta ampio nonostante la discesa registrata nel 2025. Per le piccole società il costo della liquidità era stato del 9,9% a dicembre 2024, del 9,5% a giugno 2025 e del 9,1% a dicembre, prima di risalire al 9,4% a marzo 2026. Per le medio-grandi, nello stesso arco di tempo, si è passati dal 5,7% al 5%. I nuovi finanziamenti destinati agli investimenti, misurati dal Taeg (Tasso annuo effettivo globale), si collocavano invece al 3,8% nel primo trimestre 2026.

Il rischio di tornare vicino al 10%

È proprio qui che il quadro cambia prospettiva. Il 10 settembre la Banca centrale europea (BCE) si riunirà per decidere sui tassi. I mercati considerano molto probabile un aumento di 0,25 punti percentuali. Le banche d’investimento J.P. Morgan e BNP Paribas hanno inoltre indicato nelle loro previsioni un secondo rialzo di 0,25 punti a dicembre 2026, mentre la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters continua a considerare possibile che quello di settembre sia l’ultimo aumento del ciclo.

Per una piccola impresa umbra la differenza può diventare rilevante. Se due rialzi Bce da 0,25 punti venissero trasferiti integralmente sul costo della liquidità, il 9,4% osservato a marzo arriverebbe aritmeticamente al 9,9%, quindi a un passo dal 10%. Non è una previsione della Banca d’Italia né un automatismo: i tassi bancari dipendono anche dal rischio del cliente, dalle garanzie, dalla durata del finanziamento e dalle politiche commerciali degli istituti.

Conta anche a chi va il credito. Nel 2025 la quota dei prestiti alle imprese umbre con probabilità di default inferiore all’1% è salita al 51,4% dal 48,3% dell’anno precedente, mentre è diminuito il peso delle aziende con merito creditizio più basso.

I problemi per le piccole imprese

Per le imprese minori i due problemi restano quindi affiancati: finanziamenti ancora in contrazione e costo della liquidità molto più alto rispetto alle aziende maggiori. Le tavole mensili pubblicate il 31 agosto portano il monitoraggio territoriale fino a giugno 2026; il 30 settembre arriverà il secondo trimestre completo, che permetterà di aggiornare anche il confronto per dimensione d’impresa e verificare come si sia mosso nel frattempo il -5,5% registrato a marzo.

Il commento del presidente Mencaroni (CCIAA Umbria)

Questo il commento di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato che dobbiamo leggere con maggiore attenzione non è soltanto la riduzione del credito alle piccole imprese, ma la distanza crescente tra le condizioni alle quali si finanzia un’azienda minore e quelle riservate a un’impresa più strutturata. Quando la liquidità costa il 9,4%, contro il 5% delle medio-grandi, il tasso d’interesse smette di essere una variabile finanziaria e diventa una variabile competitiva: può decidere se un investimento si fa o si rinvia, se si assume una persona o si aspetta, se un’impresa riesce a crescere oppure rimane sulla difensiva”.

“Naturalmente – chiarisce – non spetta alla Camera di Commercio sostituirsi alla politica monetaria né al sistema bancario. Ma avevo indicato, tra le possibilità del nuovo mandato camerale, qualora le condizioni lo rendessero necessario, quella di costruire insieme alla Regione Umbria uno strumento per abbattere il costo degli interessi a carico delle imprese. Sarebbe ragionevole chiedersi non se intervenire in modo generalizzato, ma dove un intervento mirato possa evitare che aziende economicamente sane rinuncino a investimenti validi soltanto perché il costo del finanziamento è diventato troppo elevato”.

Desertificazione bancaria, non solo un problema di numeri

Si è tenuto in Regione un incontro con i segretari regionali delle organizzazioni sindacali di credito e assicurazioni.

Al tavolo del credito hanno partecipato i rappresentanti delle sigle sindacali del settore credito First Cisl, Uilca, Fisac Cgil e Fabi, mentre per la parte istituzionale, sono intervenuti Andrea Cernicchi in rappresentanza dell’Assessorato regionale allo sviluppo economico, Adriano Bei, direttore generale del Settore sviluppo economico, e Silvio Ranieri, segretario generale di Anci Umbria.

Il confronto segue numerose e diffuse iniziative già intraprese dai sindacati promotori, per il contrasto alla chiusura di numerosi sportelli bancari sul territorio regionale. Al centro dell’incontro la proposta di un protocollo d’intesa finalizzato a governare e concorrere a risolvere gli effetti negativi della chiusura degli sportelli, il cosiddetto fenomeno della desertificazione bancaria.

Il segretario regionale di Fisac Cgil Umbria Giampaolo Ragni ha espresso favore per la possibilità di approfondire il tema specificando di voler andare “oltre la semplice osservazione dei dati quantitativo/statistici del fenomeno delle chiusure degli sportelli, ma di poter contribuire, quali ‘analisti delle correlazioni’ dei fenomeni finanziaro-economici sociali, avanzando proposte di soluzioni che coinvolgano tutti gli attori interessati alle ricadute di tali effetti”.

“Il fenomeno, strettamente quantitativo della desertificazione bancaria – ha infatti rilevato Ragni – è un argomento ormai obsoleto e che attiene principalmente a scelte di politiche industriali, purtroppo, legittimamente poste in essere, in particolare dai grandi gruppi bancari salvo si possa opporre questa latitanza delle banche alla luce di quanto previsto dal dettato costituzionale. È di ogni evidenza, come documentato nello studio da noi prodotto, che la contrazione degli operatori finanziari nel territorio impatti direttamente sullo sviluppo del tessuto economico e sociale territoriale comportando di fatto un ostacolo alle politiche di sviluppo e disattivando il potenziale delle misure di rilancio, oltre ad assorbire risorse che, viceversa, sarebbero destinabili allo sviluppo”.

Alla luce di ciò, Fisac Cgil ritiene che il protocollo d’intesa in discussione debba “allargare il suo orizzonte d’azione in termini di prospettiva, cioè in maniera sincrona rispetto ai piani industriali degli operatori del settore, che siano gruppi bancari, ma anche altri soggetti economici”. “Se non opportunamente governati, con il giusto anticipo – sottolinea Ragni –, i contenuti dei piani industriali dei grandi gruppi bancari rischiano di produrre una logica estrattiva dal territorio anziché potenzialmente produttiva”. “È perciò indispensabile – afferma il segretario della Fisac Cgil Umbria – una valutazione prospettiva che coinvolga, istituzioni, loro emanazioni (Sviluppumbria e Gepafin), soggetti economici e tessuto sociale e territoriale in ottica di creazione di valore che si persegue con sviluppo e legalità. Oltre a quanto già considerato dal protocollo, è quindi necessaria un’efficace interazione con altri soggetti del mondo finanziario ed economico, in primis a partire dagli istituti bancari medio piccoli che per previsioni indicazioni statutarie o per vocazione territoriale possono esercitare un ruolo di supplenza perfettamente consonante con il taglio dimensionale delle imprese del nostro territorio”. “Inoltre – conclude Ragni –, è opportuno facilitare tale ruolo suppletivo con un dialogo tra il sistema finanziario e le associazioni di categoria del mondo produttivo, chiamando al tavolo anche le fondazioni di origina bancaria, il cui ruolo filantropico, pur importante, può assumere una funzione di raccordo tra i vari soggetti e concorrere alla sempre più fondamentale necessità di diffusione di una cultura economico/finanziaria che sia al servizio dello sviluppo economico e sociale e per una diffusa cultura della legalità e della partecipazione”.

Così le banche hanno stretto i rubinetti per le imprese umbre: i più penalizzati

Dal secondo trimestre 2019 al secondo trimestre 2025 il credito reale alle imprese umbre è sceso più di un quarto. Rispetto al 2018 la contrazione raggiunge addirittura il 36,6% Al netto dell’inflazione sono evaporati quasi 3,5 miliardi di euro, che diventano oltre 5,1 miliardi nel confronto più lungo con il 2018. Le costruzioni segnano un crollo del 62% E tra 2024 e 2025 il credito continua a ridursi di un ulteriore 5,5%, contro il -1% dell’Italia.

Sono dati allarmanti quelli che emergono dall’analisi condotta dalla Camera di Commercio dell’Umbria sui dati ufficiali della banca dati statistica della Banca d’Italia. Prendendo a riferimenti valori espressi in termini reali, ossia al netto dell’inflazione, grazie a una rielaborazione che utilizza i dati Istat sui prezzi al consumo.

Il commento del presidente Mencaroni

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il credito alle imprese umbre si è ridotto anno dopo anno e oggi il conto è evidente. Quando mancano risorse finanziarie, mancano anche investimenti e prospettive di crescita. Il problema non riguarda solo le banche o le imprese, ma l’intero sistema economico regionale. Serve ricostruire fiducia, perché senza fiducia il credito non riparte. Occorre rimettere in moto il dialogo tra imprese e sistema bancario. E creare condizioni che rendano conveniente tornare a investire in Umbria. È una sfida decisiva per il futuro della regione”.

Dal pre-Covid a oggi: una contrazione che si è stratificata nel tempo

Il confronto temporale mostra con chiarezza la portata del fenomeno. Tra il secondo trimestre 2025 e il secondo trimestre 2019, ultimo anno prima della crisi pandemica, il credito reale alle imprese umbre si è ridotto del 28,3%. Estendendo il confronto al 2018, la contrazione raggiunge -36,6%. Si tratta di un dato più negativo della media nazionale e che colloca l’Umbria in una posizione di difficoltà anche rispetto a molte altre regioni del Centro Italia.

Questa riduzione non è avvenuta in un solo momento, ma si è accumulata nel corso degli anni, attraversando fasi diverse: l’espansione post-Covid sostenuta da politiche monetarie straordinariamente espansive, il successivo irrigidimento legato all’aumento dei tassi di interesse a partire dal 2022 e, infine, la fase più recente, in cui la discesa dei tassi non ha prodotto una ripresa del credito.

Miliardi di euro in meno per il sistema produttivo

Osservando i valori assoluti, la dimensione della perdita diventa ancora più evidente. In termini reali, tra il 2019 e il 2025 quasi 3,5 miliardi di euro di credito alle imprese sono venuti meno. Se il confronto viene effettuato con il 2018, la riduzione supera i 5,1 miliardi di euro. Si tratta di risorse che, nel tempo, non hanno più alimentato investimenti, liquidità aziendale e processi di crescita, incidendo direttamente sulla capacità competitiva del tessuto produttivo regionale.

Settori colpiti in modo asimmetrico

La contrazione del credito non ha interessato in modo uniforme i diversi comparti. Le costruzioni risultano il settore più penalizzato, con una riduzione reale del credito del 62%, che raggiunge -63,2% in provincia di Perugia e -58,9% in quella di Terni. Seguono i servizi, con -36,8%, e l’industria manifatturiera, che registra -26,1%, ma con una penalizzazione particolarmente marcata nel Ternano (-37,1%).

Il ruolo degli intermediari bancari

Dal lato dell’offerta, la contrazione del credito riflette comportamenti differenziati. Le banche classificate dalla Banca d’Italia come “piccole” sono quelle che hanno ridotto maggiormente l’esposizione, con -29,6% tra il 2019 e il 2025. Seguono le banche “minori” e quelle “medie”. Le banche maggiori, pur riducendo anch’esse il credito, hanno contenuto la flessione al 17,4%, segnalando una maggiore capacità di tenuta.

Prestito medio in calo e divario territoriale

Nel 2025, un’impresa umbra dispone in media di 114 mila euro di credito bancario, contro una media nazionale di 133 mila euro. Nel Centro Italia il Lazio registra 154 mila euro, la Toscana 129 mila, mentre le Marche risultano sostanzialmente allineate all’Umbria. Il confronto storico conferma il ridimensionamento: nel 2019 il prestito medio in Umbria era pari a 155 mila euro, a testimonianza di una perdita progressiva di capacità finanziaria.

Il dato più recente conferma la tendenza

L’analisi dell’ultimo anno mostra che la dinamica non si è arrestata. Tra il secondo trimestre 2024 e il secondo trimestre 2025, il credito reale alle imprese umbre si è ulteriormente ridotto del 5,5%, pari a oltre 514 milioni di euro. Una contrazione nettamente superiore a quella registrata a livello nazionale e nel resto del Centro Italia, che rafforza l’idea di una fragilità strutturale del contesto regionale.

Credito e investimenti: un legame che si è indebolito

Come evidenziato dai rapporti della Banca d’Italia – Filiale di Perugia, la contrazione del credito è il risultato di una domanda più debole da parte delle imprese, legata a investimenti contenuti e a un clima di fiducia ancora basso, e di politiche di offerta prudenti da parte degli intermediari bancari. Le imprese richiedono meno finanziamenti perché investono meno; le banche, a loro volta, mantengono criteri selettivi, soprattutto verso micro e piccole imprese, che rappresentano una parte rilevante del sistema produttivo umbro.

Una questione strutturale che guarda avanti

La riduzione del credito procede così di pari passo con investimenti privati modesti, rallentamento dell’edilizia dopo la fine degli incentivi fiscali e una crescita economica contenuta, sostenuta soprattutto dagli investimenti pubblici e dal PNRR, che non compensano pienamente la debolezza della domanda privata. Il quadro che emerge non riguarda soltanto il passato recente, ma chiama in causa le prospettive di sviluppo dell’Umbria: riattivare il circuito tra credito, investimenti e crescita resta una condizione essenziale per rafforzare la competitività del sistema economico regionale nei prossimi anni.

Più soldi alle imprese ternane, ma nel Perugino aumenta la stretta del credito

In un sistema del credito che nel 2025 è tornato a finanziare in modo consistente il mondo delle imprese, l’Umbria ha visto contrarsi ulteriormente i prestiti dalle banche all’economia locale.

A luglio di quest’anno l’ammontare dei prestiti alle imprese era infatti di 8.529 milioni di euro, contro i 8.654 milioni della fine del dicembre 2024. Pari a 125 milioni di euro in meno. Con una contrazione percentuale dell’1,4% che collocano nella classifica nazionale stilata dall’Ufficio studi della Cgia colloca l’Umbria al penultimo posto, dietro soltanto al Molise.

Umbria a due velocità

Il dato regionale è il risultato di dinamiche opposte nelle due province. Con il Perugino che nei 7 mesi ha visto una contrazione del 3,5%, con 248,5 milioni di euro in meno affidati alle imprese (l’erogazione a luglio è scesa a 6.805,5). E il Ternano che invece ha conosciuto nello stesso periodo un incremento del 7,7% (+123,4 milioni di euro in valori assoluti), che collocano la provincia al quarto posto nazionale. In provincia di Terni a luglio le banche hanno prestato alle imprese 1.723,3 milioni di euro.

In Italia

A livello nazionale, negli ultimi quattro mesi, l’Ufficio studi della Cgia evidenzia come i prestiti siano tornati ad aumentare. Rispetto all’inizio di quest’anno, lo stock erogato alle attività economiche è cresciuto di quasi 5,5 miliardi di euro, raggiungendo in termini complessivi la quota di 647 miliardi: 5,5 miliardi in più del dato riferito al 31 dicembre 2024.

Tuttavia, non tutte le imprese hanno beneficiato di questa ritrovata disponibilità delle banche a prestare liquidità al sistema economico. Nei
primi sette mesi del 2025, infatti, alle attività con più di 20 addetti la variazione è stata positiva e pari all’1,5 per cento (+8,2 miliardi di
euro), mentre alle aziende con meno di 20 addetti l’incremento è stato negativo e pari al 2,8 per cento (-2,7 miliardi).

Le regioni

A livello regionale spicca la contrazione degli impieghi registrata in Veneto. Una caduta verticale che dura ininterrottamente dal 2011. In questi ultimi 7 mesi monitorati dalla Cgia, le banche hanno decurtato alle imprese 868 milioni di euro (-1,4 per cento) di prestiti. Purtroppo, la “scomparsa” di Antonveneta (2013), di Veneto Banca, della Banca Popolare di Vicenza e del Banco Popolare (queste ultime tre tutte nel
2017) continuano a produrre effetti negativi ancora adesso.

Male anche l’Umbria (-1,4 per cento pari a -125 milioni di euro) e, in particolare, il Molise (-2,1 per cento pari a -28 milioni)

Le province

Quasi la metà delle province italiane non ha ancora visto aumentare i prestiti bancari alle imprese. Le situazioni più difficili permangono a Imperia e Prato che hanno registrato una diminuzione in valore percentuale dell’ammontare del credito alle imprese entrambe del 5,6 per cento. Seguono Vercelli con il -5,7 per cento (pari a -81,6 milioni di euro) e Avellino con il -5,8 per cento (-109 milioni).

Tra le realtà più virtuose, invece, compaiono Aosta, che guida questa particolare graduatoria nazionale con un aumento del 18,3 per cento (+284,6 milioni di euro). Subito dopo Trieste con il +12,8 per cento (+383,5 milioni) e Oristano con il +9,2 per cento (+65,7 milioni).

Tra le grandi aree economico/produttive del Paese spicca il +4,1 per cento di Roma (+2,3 miliardi) che occupa l’8° posto, il +3,4 per cento di Bergamo (+530 milioni) che si colloca al 16° posto, il +2,6 per cento di Firenze (+329,2 milioni) che si piazza al 22° posto e il +2,2 per cento di Milano (+2,3 miliardi) che si posiziona al 28° posto.

Così l’andamento dei prestiti alle imprese umbre

Nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia sull’economia umbra vengono analizzate anche le condizioni economiche e finanziarie e l’andamento dei prestiti alle imprese. La contrazione del credito all’economia regionale si è attenuata; il calo ha continuato a interessare il settore produttivo e ha riflesso le minori esigenze di finanziamento di investimenti e capitale circolante. Le condizioni di offerta sono rimaste orientate alla cautela. La qualità del credito è peggiorata, soprattutto per le imprese della manifattura, pur confermandosi su livelli storicamente buoni.

Nel 2024 i risultati reddituali si sono confermati positivi per larga parte delle aziende umbre. Secondo l’indagine Invind, la quota di imprese che hanno chiuso l’esercizio in utile è ulteriormente cresciuta,
raggiungendo un nuovo massimo. L’incremento ha interessato in particolare le aziende dei servizi, a fronte di un calo rilevato per quelle industriali.

La liquidità finanziaria delle imprese è rimasta elevata nel confronto storico. È proseguita la ricomposizione verso le attività a remunerazione più elevata, quali i depositi a risparmio e i titoli quotati. Resta comunque preponderante la quota detenuta nei depositi a vista e nei conti correnti.

Nel corso del 2024 la contrazione dei prestiti al comparto produttivo umbro si è attenuata (-2,1% a dicembre, dal -4,2% di un anno prima).

In un contesto di politiche di offerta ancora caute e di una domanda di credito debole, rileva la Banca d’Italia, la riduzione dei prestiti ha continuato a essere marcata per le imprese di più piccola dimensione (-6,8%, a fronte del -0,9% per le medio-grandi). Tra i settori, nell’edilizia (-7,9%).

La riduzione dei tassi di riferimento della BCE si sta gradualmente trasmettendo al costo del credito. Dopo il sensibile incremento registrato nel corso del 2023, il tasso mediamente applicato ai prestiti connessi a esigenze di liquidità è sceso di quasi un punto percentuale, al 6,1% nel quarto trimestre del 2024.

Il calo ha riguardato in misura analoga le diverse classi dimensionali e branche di attività economica. L’onerosità media dei nuovi prestiti destinati agli investimenti, rappresentati principalmente da operazioni a scadenza prolungata, è scesa più decisamente, al 4,9% (dal 6,7% di un anno prima).

Desertificazione bancaria, i territori più penalizzati

E un’immagine in chiaroscuro quella che merge dai dati elaborato dal Centro Studi della Uilca nazionale Orietta Guerra sul sistema bancario e assicurativo in Italia e in Umbria. antitetici.

I dipendenti del settore

Settore che vede una ripartizione equilibrata dei dipendenti delle aziende suddivisi per genere (52% circa di addetti di sesso maschile, il 48% di sesso femminile). Meno favorevole risulta invece, come dicevamo, il differenziale retributivo fra gli uomini e le donne, che tocca il 23%. Un dato che si è mantenute sostanzialmente inalterato nell’ultimo decennio. Questo differenziale è presente anche negli altri paesi europei dove emerge che il dato italiano non è fra i peggiori (per es. la Francia sta al 32,1%, la Germania al 26,1%, l’Austria al 26%, con il dato peggiore registrato dalla Repubblica Ceca dove le donne guadagnano -36,4% rispetto agli uomini.

Fra i grandi paesi fanno meglio dell’Italia i Paese Bassi con -22,6%, il Portogallo (-21,5%), la Spagna (-14,1%), il Belgio (-14%, paese nel quale il divario risulta in assoluto il più basso).

Il nuovo quadro regolatorio europea in materia di trasparenza retributiva e le azioni contro le discriminazioni salariali potrebbero in prospettiva ridurre questi divari. Valentina Gallarato, Segretaria Regionale Uilca dell’Umbria, aggiunge alle cause già indicate, le incombenze del lavoro domestico e di cura, che gravano per lo più sulle donne, limitandone fortemente le opportunità di carriera all’interno delle Aziende, con un esplicito riferimento al settore esattoriale, da lei rappresentato. Trasparenza salariale, promozione delle pari opportunità, lotta alle discriminazioni salariali e formazione sulle politiche di genere le leve che possono essere attivate in un’ottica di superamento del problema del gender pay gap.

Banche in Umbria

Altro tema è quello della rete distributiva delle banche, in contrazione sia a livello nazionale che a livello regionale umbro.

In Umbria, a fronte di una popolazione residente di circa 850 mila abitanti sono attualmente operative 317 filiali con un rapporto abitanti/sportelli di 2681. A pesare comunque è l’aumento del numero di comuni dove o non è mai stato presente, oppure è scomparso negli anni lo sportello di una o più agenzia, facendo risaltare il dato di ben 32 comuni su 92, e cioè il 34,8% di piazze non servite dalla banca. Ciò significa che sono circa 49.000 gli abitanti che risiedono in territori dove non è più possibile contare sulla presenza fisica delle banche. Ovviamente le differenze a livello territoriale risultano ancora più marcate, in generale con l’ambito ternano maggiormente penalizzato. Ad esempio, in provincia di Perugia risultano operativi 243. In provincia sono ben 19 i comuni senza banche e cioè: Piegaro, Collazzone, Castel Ritaldi, Sigillo, Fratta Todina, Montone, Monte Castello di Vibio, Valtopina, Monte Santa Maria Tiberina, Costacciaro, Cerreto di Spoleto, Paciano, Preci, Lisciano Niccone, Monteleone di Spoleto, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Vallo di Nera, Poggiodomo. Nel complesso la popolazione interessata è di oltre 25 mila abitanti, circa il 4% della popolazione residente in provincia di Perugia. Addirittura, peggiore la situazione in provincia di Terni, dove risultano operativi 74 sportelli.

In provincia figurano 13 comuni senza banche e cioè: Montecastrilli, Stroncone, Arrone, Porano, Ferentillo, Calvi dell’Umbria, Montecchio, Monteleone d’Orvieto, Alviano, Montegabbione, Penna in Teverina, Parrano, Polino. Nel complesso la popolazione interessata è di oltre 24 mila abitanti, circa l’11% della popolazione residente in provincia di Terni.

Secondo Luciano Marini, segretario generale Uilca Umbria, questo trend comporta tutta una serie di problemi, che riguardano certamente il settore delle banche, ma ancor più l’economia del territorio, dove si opera ormai senza conoscere in profondità le sue caratteristiche, dove si favorisce lo spopolamento dei territori marginali che rimangono privi di servizi, non solo quelli bancari beninteso, dove il costo del denaro è più elevato e sussistono rischi legati allo sviluppo dell’economia illegale, favorita dall’abbandono degli intermediari creditizi. Riteniamo invece come il sistema bancario risulti centrale e fondamentale per le prospettive di sviluppo di un territorio – l’Umbria – che sta precipitando sempre più verso le regioni meno dinamiche sotto il profilo sociale ed economico.

Luca Cucina, segretario generale aggiunto osserva invece come negli ultimi tempi si stia affacciando un altro fenomeno che riguarda la trasformazione della filiale tradizionale in un mero punto di consulenza, togliendo i servizi di cassa con operatore, sopprimendo quindi un servizio essenziale, di prima necessità per i clienti meno tecnologici, più anziani e meno recettivi alle novità.

Stress test sulle banche, ecco quelle più solide in caso di crisi

Banche italiane più solide di quelle di Francia, Germania e Spagna. E’ quanto rileva la simulazione condotta dall’Autorità Bancaria Europea (European Banking Authority, EBA) e dalla Banca Centrale Europea (BCE), il cosiddetto stress test bancario.

Il test ha monitorato i 64 maggiori gruppi bancari europei. Per l’Italia, UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Iccrea, BPER e Monte dei Paschi di Siena. Con riferimento ai Paesi dell’area dell’euro, la BCE ha pubblicato i risultati aggregati per le 96 banche significative coinvolte nell’esercizio; tra queste, per le 45 banche non incluse nel campione EBA (per l’Italia: Mediobanca, Cassa Centrale Banca, Banca Popolare di Sondrio, Credito Emiliano, Mediolanum e Fineco) le informazioni specifiche presentano un minor grado di dettaglio rispetto a quelle pubblicate dall’EBA.

Mettendo a confronto le sei di completo monitoraggio, Iccrea ottiene il primo posto con un calo del coefficiente patrimoniale Cet1 che passerebbe dal 23,3% al 21,3%. Sul podio si collocano anche Montepaschi (dal 18,3% al 17,1%), e Bper (dal 15,8% al 14,1%), davanti a Unicredit (dal 16% al 12,5%), Intesa Sanpaolo (dal 13,3% al 12%) e Bpm, in calo dal 15% all’11,4%.

Per le banche italiane, il CET1 ratio si ridurrebbe nello scenario avverso di 1,8 punti percentuali in media secondo le regole transitorie del Regolamento sui requisiti patrimoniali (CRR3) (1), attestandosi al 13,9% alla fine del 2027; in base alle regole a regime, che entrerebbero in vigore nel 2033, i valori sarebbero rispettivamente 1,5 punti percentuali e 13,4%.

L’erosione patrimoniale in caso di “crisi grave” si attesterebbe su 176 punti base (1,5%), la metà rispetto al test del 2023 e meno della metà rispetto alla media stimata per l’Europa. Le banche italiane fanno meglio rispetto agli istituti di Francia e Germania, più esposti ai rischi di escalation commerciale, dove l’assorbimento costerebbe circa 400 punti base.

Tale risultato – evidenzia la Banca d’Italia – riflette principalmente il positivo contributo della redditività, che più che compensa i costi e contribuisce ad assorbire le perdite derivanti dal rischio di credito e, in misura minore, quelle originate dai rischi di mercato e operativo.

Meno prestiti dalle banche, le imprese umbre ora mettono mano ai propri depositi

Difficoltà nell’accesso al credito – soprattutto per le piccole imprese – ma anche buoni accantonamenti effettuati negli anni della ripresa post Covid, senza effettuare investimenti.

Anche le imprese umbre ricorrono sempre meno alle banche per avere denaro, preferendo autofinanziarsi. Se nel 2011 i prestiti alle imprese umbre ammontavano a 14,2 miliardi di euro, nel 2024 tale somma è scesa a 9 miliardi, con un calo in valore assoluto di 5,2 miliardi e di oltre un terzo (-36,6 punti) in percentuale.

Nello stesso periodo il tesoretto in banca delle imprese umbre è lievitato del 167,5%, passando da 2,3 miliardi a 6,1 miliardi.

In Italia

Una dinamica simile a quella osservata a livello nazionale, dove il calo dei prestiti bancari, dal 2011 al 2024, ha sfiorato il 35%. A fine dicembre del 2011 (inizio della crisi dei debiti sovrani) – evidenzia la Cgia nella sua indagine – i prestiti bancari alle imprese italiane ammontavano a 995 miliardi di euro, verso la fine del 2024, invece, la quota è scesa a 666 (-329 miliardi di euro pari a una contrazione del 33%). Per contro, nello stesso arco temporale i depositi bancari delle aziende sono passati da 219 miliardi a 519 (+300 miliardi pari a un incremento del 137%).

Le imprese più strutturate hanno fatto ricordo all’apporto di capitali propri (di imprenditori e soci) o di terzi (attraverso il mercato dei capitali e l’azionariato diffuso). A sostegno di questa chiave di lettura, la Cgia evidenzia anche la decisa diminuzione della domanda di credito avvenuta in questi anni da parte delle imprese, poiché, a seguito anche dei buoni risultati economici ottenuti, molte attività rimaste sul mercato hanno aumentato i risparmi e conseguentemente il loro utilizzo per far fronte alle spese correnti e agli investimenti.

Ma per molte micro imprese, alla contrazione dei prestiti non sia seguita alcuna forma di autofinanziamento, bensì un progressivo deterioramento economico/finanziario che le avrebbe fatte scivolare nell’area grigia dell’insolvenza o, peggio ancora, a rivolgersi al mercato del credito illegale.

La situazione nelle due province umbre

Osservando le dinamiche in Umbria, nelle due province, nel Perugino si è passati dagli 11,4 miliardi di prestiti del 2011 ai 7,3 miliardi del 2024, con una contrazione del 36%.

Nello stesso periodo i depositi bancari delle imprese della provincia sono passati da 1,9 miliardi a 5 miliardi, con un incremento del 169,4%.

Nella provincia di Terni i prestiti alle imprese sono passati da 2,8 miliardi del 2011 a 1,7 miliardi dell’ultimo anno, con una diminuzione del 39,2%. Mentre i depositi sono cresciuti del 159%, passando da 0,4 miliardi a 1,1 miliardi.

Banche via dai piccoli comuni, la Regione convocherà un tavolo tecnico

Dopo l’allarme per la desertificazione bancaria nei piccoli comuni, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Francesco De Rebotti, accoglie la proposta di Anci Umbria. E annuncia che presto convocherà un tavolo tecnico per le azioni di contrasto.

“Nella mia precedente esperienza in veste di sindaco – le parole di De Rebotti – non posso che condividere le preoccupazioni espresse dal presidente di Anci Umbria, Federico Gori, sul pericoloso fenomeno della desertificazione dei servizi nei piccoli comuni della regione avvalorato dai dati messi a disposizione da Banca d’Italia e Istat, in merito alle chiusure bancarie che confermano questo trend preoccupante”.

“Le piccole comunità – prosegue l’assessore – sono un patrimonio inestimabile che dobbiamo tutelare e sostenere. La loro esistenza e vitalità consente di mantenere un presidio forte in tutto il territorio regionale, in particolare nelle aree interne e periferiche che rappresentano, senza dubbio, una ricchezza straordinaria della quale non possiamo fare a meno. Guardiamo con preoccupazione ai dati divulgati e a tutte le problematiche che Anci ha sollevato ponendole anche all’attenzione dell’istituzione regionale. I numeri infatti, raccontano dell’ulteriore diminuzione degli sportelli bancari fuori dai principali centri urbani e, più in generale, del decremento della quantità dei servizi disponibili per cittadini e imprese. L’interesse della Regione Umbria – conclude De Rebotti – consiste sia nel tutelare la qualità della vita degli umbri, tanto quanto nel sostenere le imprese in un momento critico collegabile alla complessa situazione economica del paese. La stessa presidente Proietti, ha condiviso e visto con favore l’istituzione di un tavolo, ci faremo quindi, parte attiva per rispondere al più presto alla richiesta, coinvolgendo una pluralità di soggetti con l’intento di individuare azioni efficaci che consentano di invertire il trend negativo in atto”.