Produttività: l’Umbria recupera il gap su manifattura e servizi, ma restano i nodi servizi e ospitalità
Produttività, l’Umbria recupera terreno sul 2019 e il divario con l’Italia si riduce dal 18,3% al 16,2%. Ma resta un gap significativo: sia valore per addetto che costo del lavoro restano su livelli più bassi. Con manifattura e commercio più vicini ai valori nazionali, mentre il ritardo si concentra nei servizi e nell’ospitalità.
Nei bilanci delle imprese presentati nel 2025, e relativi all’anno d’imposta 2024. ogni addetto delle società umbre di capitale genera 58.677 euro di valore aggiunto contro 70.052 in Italia, il 16,2% in meno. Anche il costo del lavoro per addetto è inferiore: 35.151 euro contro 40.280, una distanza del 12,7%. Perugia raggiunge 60.473 euro di valore aggiunto per addetto, Terni si ferma a 52.166. Manifattura e commercio mostrano gli equilibri migliori; nei servizi il divario dall’Italia arriva al 28,3%. Dopo l’allargamento del divario nel 2021-2022, l’Umbria ha recuperato terreno: nel 2024 la produttività relativa è salita a 83,8 fatto 100 l’Italia, superando anche il livello del 2019, quando era a 81,7. I primi numeri del 2025 – relativi ai bilanci che le aziende stanno presentando nel 2026 – indicano un possibile ulteriore avvicinamento alla media italiana, ma i bilanci acquisiti sono ancora incompleti.
Nell’ultimo esercizio per il quale il quadro dei bilanci acquisiti è completo (si riferisce ai bilanci presentati nel 2025, relativi all’anno d’imposta 2024) il valore aggiunto per addetto è stato di 58.677 euro. In Italia è arrivato a 70.052 euro: la distanza è del 16,2%.
La Toscana è a 67.621 euro per addetto, il 3,5% sotto la media italiana; le Marche a 56.346, il 19,6% sotto. L’Umbria resta tra le due, più vicina alle Marche. All’interno della regione il divario si apre ulteriormente: Perugia raggiunge 60.473 euro per addetto, il 13,7% sotto l’Italia; Terni si ferma a 52.166 euro, con uno scarto del 25,5%. Fra le due province ci sono oltre 8.300 euro di valore aggiunto per addetto.
La situazione dal 2019
Dal 2019 il ritardo umbro si è ridotto, ma lentamente. Fatta 100 l’Italia, l’Umbria era a 81,7 nel 2019 ed è salita a 83,8 nel 2024. Nel mezzo il distacco si era allargato: 78,3 nel 2021 e 78,9 nel 2022. Il recupero degli ultimi due esercizi ha riportato la regione sopra il livello relativo pre-pandemia, senza però avvicinarla alla Toscana.
Produttività e costo del lavoro, due grandezze collegate
Il secondo dato da affiancare alla produttività è il costo del lavoro per addetto. Nel 2024 è stato di 35.151 euro in Umbria e di 40.280 euro in Italia: il 12,7% in meno. Dunque nell’economia societaria umbra sono inferiori alla media nazionale sia il valore prodotto per addetto sia il costo sostenuto per il lavoro.
Il rapporto fra le due grandezze va letto con cautela. Non si può dire che il lavoro costi meno perché la produttività è più bassa, né che la minore produttività dipenda dal costo del lavoro. Le analisi Ocse mostrano però che produttività e retribuzioni tendono a muoversi insieme: le imprese più produttive hanno in genere maggiore capacità di sostenere salari e costi del lavoro più elevati. Settori, competenze, tecnologia, organizzazione e dimensione possono però modificare questa relazione.
Il punto, per l’Umbria, non è quindi immaginare un’ulteriore compressione del costo del lavoro. I numeri raccontano piuttosto un sistema nel quale il valore generato per addetto è più basso del 16,2% e il costo del lavoro per addetto del 12,7%. Ogni 100 euro di valore aggiunto, il costo del personale ne assorbe 59,9 in Umbria contro 57,5 in Italia. A Perugia il rapporto è del 58,9%; a Terni sale al 64,3%. La differenza ternana nasce soprattutto dal valore prodotto: il costo per addetto è più basso del 16,8% rispetto all’Italia, ma la produttività lo è del 25,5%.
I settori dove si crea il divario
La media regionale nasconde economie molto diverse. La manifattura è il comparto che regge meglio: 80.717 euro di valore aggiunto per addetto, il 7,7% in meno dell’Italia. Il costo del lavoro per addetto è più basso del 10,6% e il suo peso sul valore aggiunto si ferma al 56,2%, sotto il 58,1% nazionale. Anche il commercio mostra un equilibrio relativamente favorevole: produttività -12,9%, costo per addetto -14,2%.
Il quadro cambia nell’edilizia, dove la produttività è inferiore del 16,7% alla media italiana mentre il costo per addetto è più basso dell’8,5%. La distanza cresce nell’alloggio e ristorazione: il valore aggiunto per addetto dell’Umbria è inferiore del 27,3% e il costo del lavoro del 15,9%; il personale assorbe il 77,4% del valore aggiunto contro il 66,9% nazionale.
Nei servizi, esclusi commercio e alloggio-ristorazione, il valore aggiunto per addetto è di 43.175 euro, il 28,3% sotto l’Italia, mentre il costo per addetto è inferiore del 20,1%. In agricoltura la produttività è appena il 6,8% sotto la media nazionale, ma il costo per addetto risulta superiore del 7,2%.
Il confronto geografico aiuta a capire dove l’Umbria perde terreno. Nella manifattura supera nettamente le Marche — 80.717 contro 64.541 euro per addetto — pur restando sotto gli 88.850 euro della Toscana. Nei servizi Umbria e Marche sono invece quasi appaiate, poco sopra i 43 mila euro, mentre la Toscana arriva a 58.630.
Una competitività a più velocità
Nel suo insieme, il sistema delle società di capitali umbre mostra una competitività diseguale. La manifattura conserva una capacità di generare valore relativamente vicina ai benchmark nazionali; commercio e parte dell’agricoltura presentano distanze più contenute; servizi, ospitalità ed edilizia pesano maggiormente sul ritardo. Il costo del lavoro più basso non può essere considerato, da solo, un vantaggio competitivo e non è questa la direzione suggerita dai dati: il nodo è la capacità di aumentare il valore creato per addetto, facendo leva su investimenti, tecnologie, competenze, organizzazione e dimensione d’impresa.
I numeri arrivano dai bilanci depositati nel Registro delle Imprese. Le società di capitali tenute al deposito — fra cui S.p.A., S.r.l., S.a.p.a. e cooperative — trasmettono ogni anno il bilancio al Registro competente per la sede legale. In Umbria queste società sono poco più di un quinto delle imprese, ma concentrano fra il 70% e il 75% del fatturato regionale. A livello nazionale le società di capitali sono circa un terzo delle imprese registrate. Non rappresentano tutto il sistema produttivo, ma ne descrivono una componente decisiva per ricavi, patrimonio e capacità di investimento.
Dal 2025 un primo segnale, ma i dati sono ancora parziali
I bilanci riferiti al 2025 indicano per ora un possibile avvicinamento: il valore aggiunto per addetto umbro sale a 59.518 euro e il divario dall’Italia scende all’8,6%. È un dato da osservare, non ancora un consuntivo. Al momento dell’estrazione risultava disponibile circa il 72% dei bilanci attesi in Umbria e il 77,7% in Italia; percentuali diverse di copertura e la composizione delle imprese che hanno già depositato possono ancora modificare medie e confronti.
Quello sul lavoro è il primo pezzo di una fotografia più ampia. La produttività complessiva non si esaurisce infatti nel valore aggiunto per addetto: occorre guardare anche alla produttività del capitale e alla Produttività totale dei fattori (PTF). Quest’ultima è il cosiddetto “residuo” della contabilità della crescita, cioè la parte della variazione dell’output che non è spiegata dall’aumento degli input di lavoro e capitale. Dentro vi rientrano, fra l’altro, innovazione, qualità dell’organizzazione e del management, capitale umano, tecnologie e capacità di utilizzare meglio le risorse. Nelle prossime settimane l’analisi proseguirà quindi dal lavoro al capitale e poi alla PTF, così da ricomporre gradualmente i diversi fattori che incidono sulla competitività delle imprese umbre.
Il commento del presidente Mencaroni
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Questi numeri ci dicono che l’Umbria sta recuperando terreno, ma ci dicono soprattutto dove dobbiamo guardare. La competitività di un territorio non si costruisce facendo costare meno il lavoro: si costruisce mettendo imprese e lavoratori nelle condizioni di creare più valore. La vera questione non è quanto costa un addetto, ma quanto valore il sistema economico gli consente di generare attraverso capitale, tecnologie, competenze, organizzazione e qualità dell’ecosistema in cui l’impresa opera. Se cresce la produttività possono crescere insieme imprese, salari e benessere; se ci si limita a competere sui costi, si rischia invece di restare prigionieri di un’economia a basso valore aggiunto. Per questo digitalizzazione e transizione ecologica, sulle quali la Camera di Commercio dell’Umbria è fortemente impegnata, non sono capitoli separati dalla produttività: ne sono oggi due delle leve principali. La sfida è fare in modo che innovazione e nuove tecnologie non restino patrimonio di poche imprese più strutturate, ma raggiungano anche le piccole e medie aziende che costituiscono l’ossatura dell’economia umbra. È lì, nella diffusione della capacità di innovare, che si gioca una parte importante del recupero del nostro divario”.