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Autore: Claudio Lattanzi

Orvieto, la politica che rimane immobile rischia di favorire la demonizzazione del turismo

La due-giorni di incontri e dibattiti organizzata dalla meritoria associazione “Abitare Orvieto” insieme a Sarah Gainsforth e Ivan Ryliov ha acceso un faro sul fenomeno che sta stravolgendo e cambiando il volto alla vita sociale anche di questa città a causa della forte contrazione degli spazi abitativi per locazioni lunghe, ormai cannibalizzati da quelli adibiti ad uso turistico. Un fenomeno fuori controllo che sta facendo mutare la percezione pubblica rispetto all’economia turistica, con l’affermarsi di una nuova mentalità apertamente ostile al turismo. 

La totale passività con la quale la politica assiste inerme a questi cambiamenti rischia di favorire questa posizione che è comprensibile, seppure paradossale.

La premessa è che Orvieto non può e non deve vivere solo di turismo perché non è Rimini con i suoi 16 chilometri di spiagge, ma neanche Bolsena che ha 3700 abitanti. Il libro di Gainsforth “L’Italia senza casa” cita gli esempi di alcune capitali europee ed alcune città italiane, tra cui Venezia, in cui si stanno sperimentando varie forme di regolazione e limitazioni nei confronti degli affitti turistici. Stiamo vivendo un periodo di cambiamenti velocissimi e la crescente avversione verso il turismo rappresenta un movimento da comprendere e cercare di gestire con politiche efficaci prima che si trasformi in una forma di radicalismo alimentato da molte pulsioni tra cui il risentimento verso il ceto dei “proprietari”. Una versione aggiornata di classismo prodotto da quelle difficoltà e tensioni, finora mai sperimentate, che è in grado di produrre una città in cui non ci sono case per gli  abitanti o aspiranti tali.

Questa lettura del fenomeno “B&B” è però corretta solo in parte. Se è vero che vengono favoriti i proprietari, è anche vero che qui, a differenza delle grandi città, non esistono multinazionali proprietari degli immobili e che quella dell’affittacamere è un’attività che rappresenta una integrazione del reddito per molte persone che hanno un lavoro precario o che non ce l’hanno affatto. Si tratta di un aspetto che ha molto a che fare anche con il sostegno all’occupazione femminile. Rischiamo invece di scivolare anche verso la criminalizzazione dei riconoscimenti di Patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. Come se fosse una cosa facile da ottenere (senza parlare del fatto che ci metterebbe per sempre al riparo dall’installazione delle pale eoliche).

IL VILLAGGIO TURISTICO STA DIVORANDO LA COMUNITA’

Negli ultimi anni il villaggio turistico ha cominciato a divorare la comunità come Crono che divora i propri figli. La soluzione non è ridimensionare il villaggio turistico, ma investire con una intensità straordinaria sulla comunità, partendo dal mercato immobiliare e dalle politiche sociali che nella politica locale producono ancora lo stesso effetto di una bestemmia pronunciata in faccia al sacerdote al momento dell’eucarestia come dimostra l’incredibile vicenda dei sei milioni di euro destinati all’edilizia pubblica di Orvieto e rimandati indietro all’ex assessore regionale Enrico Melasecche.

L’idea liberista che si debba lasciar fare al mercato, che lo stato o un ente pubblico non debba interferire con le leggi dell’economia è un’idea sbagliata e pericolosa. Bisogna fare esattamente il contrario.  Orvieto non ha bisogno di meno turismo, ma di molto più turismo e di migliore qualità. Serve però una spinta straordinaria verso l’edilizia pubblica e concordata, valorizzando un patrimonio immobiliare pubblico che pure esiste e non è affatto modesto.

La politica deve cambiare radicalmente, non solo il centrodestra. Se qualcuno ricorda i Qsv, i Quadri strategici di valorizzazione dei centri storici cari alla sinistra, ricorderà anche come l’idea di trasformare Orvieto in una Disneyland, modello Assisi in miniatura, venne partorita proprio in quel contesto, seppur in un momento storico in cui la fagocitazione turistica delle città era appena agli albori.

Il dissanguamento finanziario che impoverisce senza sosta Orvieto, i flussi da recuperare

Demografia, economia e geografia. Sono le tre variabili fondamentali e connesse tra di loro da tenere presente per capire se una città cresce, è in stagnazione o declina. Un esercizio che si può applicare ad Orvieto e che ruota intorno alla teoria secondo cui l’isolamento geografico e la mancanza di politiche per lo sviluppo sono destinate ad aggravare nel futuro l’eclissi della città. Il primo tema è quello del costo della vita. Orvieto è una città cara, anzi carissima, ma siccome l’Istat misura il livello di inflazione solo nei capoluoghi di provincia, nessuno ha mai avuto l’esatta misura di quanto i prezzi qui siano alti se non per l’esperienza empirica che ognuno fa come consumatore quando acquista altrove. La causa è sicuramente legata alla geografia, cioè al fatto che nelle immediata vicinanza di Orvieto non c’è commercialmente niente e che le ridotte dimensioni della città non favoriscono alcun fenomeno di concorrenza commerciale, ma al contrario c’è una tendenza più o meno implicita a “fare cartello” tenendo i prezzi alti. L’inflazione di Orvieto ha anche un’altra causa che è quella indotta in maniera potente dalla dimensione turistica. La carenza di offerta commerciale è collegata anche all’esodo dei consumi che è una grande voce di impoverimento finanziario del territorio. E’ un dato difficile da calcolare, ma immaginate che numeri verrebbero fuori se solo fosse possibile sapere quanti milioni di euro dei redditi delle famiglie orvietane sono stati spesi negli ultimi dieci anni solo nei negozi dell’Ipercoop di Viterbo.

RISPARMIO PRIVATO E WELFARE PRIVATO

C’è poi la tendenza al risparmio record. Orvieto è tra le primissime città umbre per depositi bancari pro capite (quasi 27 mila euro, il doppio della media umbra che si ferma a 14 mila euro), ma quale è il significato economico e sociale di questo primato? Intanto questa ricchezza privata è la vera base di un sistema di welfare territoriale che è sempre di più un welfare familiare e sempre di meno un sistema di protezione sociale garantito dal pubblico. Il 70 % delle prestazioni sanitarie ad Orvieto vengono ormai erogate dai privati (fonte Prometeo) a prezzi elevati senza che nessuno se ne scandalizzi affatto, ma i risparmi familiari sono anche l’elemento grazie al quale viene garantita la maggior parte dei servizi di assistenza agli anziani che nel comune rappresentano ormai il 29 % della popolazione totale. Come dimostra l’analisi effettuata anni fa sui bilanci della Cassa di risparmio di Orvieto in uno degli ultimi numeri del prezioso “Bollettino economico dell’area orvietana”, l’ingente mole dei risparmi orvietani si trasforma inoltre in impieghi per l’attività creditizia che la Cro eroga nei territori in cui aziende e famiglie ricorrono ai prestiti bancari per espandere le proprie attività e investire, il che avviene soprattutto con le filiali nel Lazio. Il risparmio orvietano come propellente per lo sviluppo altrui insomma. Amaro paradosso. Un’altra gigantesca voce di impoverimento finanziario dell’area orvietana riguarda l’assistenza agli anziani. Moltiplicando il numero delle persone, soprattutto dell’est Europa, che lavorano come badanti private nei comuni dell’area sociale per lo stipendio medio che percepiscono, ne deriva una somma oscillante tra i 720 e i 760 mila euro al mese. Soldi che, detratte poche spese, si trasformano in larga parte in rimesse estere a favore delle famiglie delle badanti che vivono in patria. Anche la generalizzata fuga di giovani deve essere vista come una fonte di impoverimento della comunità considerando che portare un figlio alla laurea costa mediamente ad una famiglia 140 mila euro. Un investimento destinato produrre frutti altrove. Discorso a parte è quello della svalutazione delle azioni della Banca popolare di Bari che hanno prodotto un danno al risparmio locale stimato in oltre sessanta milioni di euro.

MERCATO IMMOBILIARE

Inflazione e costi sociali devono poi essere accostate al valore troppo elevato del mercato immobiliare locale. Se devo pagare ogni mese una rata del mutuo molto alta avrò meno soldi da spendere qui, sia come consumo che come investimento. In questo contesto, la tendenza al forte risparmio a cui corrisponde la bassissima propensione ad investire assume anche una dimensione psicologica collegata al timore del futuro per chi ha la percezione di vivere in un posto che non offre opportunità e nel quale è indispensabile disporre di tanti soldi per vivere sicuri. Il risultato sarà comunque sempre quello di far girare poco denaro mentre la mancata gestione politica dell’urbanistica e l’assenza di iniziative di housing sociale che prescindano dai modesti interventi dell’Ater contribuiscono a far scappare i residenti. Se questa descrizione della realtà corrisponde al vero, l’unica prospettiva per uscire da un corto circuito disastroso e senza orizzonte può essere solo quello di puntare con ogni energia alla crescita economica e al rafforzamento dei servizi socio sanitari pubblici. E’ necessario incrementare popolazione e attività economiche, favorendo la concorrenza per far calare i prezzi, sostenere l’edilizia pubblica e sostenere le famiglie nel modo più ampio possibile per ricreare fiducia nel futuro.

I FLUSSI DA RECUPERARE

Il rilancio di Orvieto deve essere visto anche come metodo per potenziare e ricreare i flussi finanziari che entrano nell’economia locale e che sono collegati ai servizi. Rispondeva del resto a questa logica la nascita del Centro studi ormai 25 anni, pensato in accordo con l’università di Perugia (la cui facoltà di Ingegneria vi aveva decentrato il corso di laurea in Ingegneria delle comunicazioni strettamente collegato all’Itelco) come elemento per attrarre dentro il sistema formativo umbro studenti in competizione con le università di Siena e della Tuscia. Il ruolo del Centro studi deve essere ripreso con vigore con l’obiettivo di incrementare il numero delle università che qui svolgono programmi residenziali. Oggi sono in vigore convenzioni solamente con l’università del Kansas e dell’Arizona oltre che un rapporto con il Sant Anselm College, ma il mondo è grande e gli atenei che tengono altrove e all’estero le proprie summer school sono decine e decine. Quale politica abbiamo elaborato in tutti questi anni per moltiplicare il numero delle convenzioni con le università di mezzo mondo? Nessuna. Il Centro studi deve essere poi ripensato anche come competitore nazionale. Abbiamo tutti presente il caso clamoroso di Narni di “Scienze dell’investigazione” e della sicurezza, ma Orvieto abbiamo anche uno dei primi cinque cantieri archeologici attualmente in scavo d’Italia ed un insediamento come quello di Campo della Fiera che si sviluppa in realtà su una superficie totale di oltre trenta ettari, dal Tamburino fino alla necropoli di Cannicella lungo il piano della Bagnorese. Sotto terra c’è un petrolio culturale che si presta anche a diventare una straordinaria opportunità didattica ed accademica cosi come una risorsa per un ambizioso progetto di turismo culturale. Servono idee e capacità di pensare in grande.

SANITA’ E ASSISTENZA, LA CONCORRENZA DEL LAZIO

Anche l’ospedale, terzo datore di lavoro di Orvieto, è un attrattore di flussi finanziari ed il potenziamento del suo ruolo deve essere perseguito anche in un logica economica. Lo vediamo con la funzione da sempre svolta dal punto nascite che è rimasto finora attivo per il ruolo interregionale del servizio, ma che sta pericolosamente declinando in termini numerici. La visione dell’ospedale come catalizzatore di economia e posti di lavoro deve essere concepita come punto focale, nella consapevolezza che il forte rafforzamento della medicina territoriale in atto nella vicina provincia di Viterbo potrebbe presto privarci di flussi importanti, a partire dall’importanza che sarà destinata a ricoprire presto il futuro ospedale di Acquapendente, già finanziato da Regione Lazio con trenta milioni di euro.

LE SFIDE DEL PROSSIMO DECENNIO

Fare di Orvieto uno degli habitat più accoglienti per gli investimenti privati, rilanciare la capacità dell’ente comunale di intercettare fondi pubblici attraverso una riorganizzazione profonda della burocrazia locale, trasformare il tema degli anziani da gravissima criticità a settore qualificante anche in termini occupazionali. Sono queste alcune tra le sfide fondamentali per i prossimi dieci anni. Si tratta di una visione del futuro che segna una frattura profonda con il passato, ma per essere sostenute con successo necessita di una grande energia politica, oltre alla capacità di intessere e gestire anche rapporti con tanti soggetti esterni, istituzionali, imprenditoriali, associativi, politici. Lo slogan “Tanti nemici, tanto onore” ha sempre portato male a tutti quelli che lo hanno fatto proprio.

Come e perché è fallita la cooperativa Cogesta, la prospettiva subentro dipendenti

Non è probabilmente destinato a chiudersi del tutto il sipario sulla società Cogesta, la cooperativa di servizi alle imprese nata nel 1984, di cui il Tribunale di Terni ha dichiarato la liquidazione giudiziale.

L’intervento del Tribunale è stato determinato dall’istanza di fallimento presentata da cinque ex dipendenti in attesa di vedersi liquidare il trattamento di fine rapporto.

L’ultimo bilancio evidenzia un fatturato superiore agli 800 mila euro, ma non è sufficiente a dare una risposta alla “tenaglia” rappresentata dalla azione convergente degli ex dipendenti e del fisco. I debiti accumulati da Cogesta con lo Stato sono un milione e 600 mila euro, tutti regolarmente rateizzati, compresa la rottamazione “quater” fino alla ingiunzione di cui sopra a fronte di crediti pari ad un milione e 200 mila euro, ma alcuni di difficile esigibilità.

Cogesta nacque nel 1984 per iniziativa di un gruppo di imprenditori aderenti alla Cna. Essa navigò nelle varie galassie di Cna fino alla frattura avvenuta nel 2016-17. Cogesta, che conta circa 700 clienti, si è qualificata, nel tempo, come punto di riferimento nel campo dell’assistenza fiscale e contabile e della consulenza. I dipendenti che adesso resterebbero senza lavoro sono 13, ma l’organico era stato già fortemente ridotto rispetto ai 27 di pochi anni fa per razionalizzare i costi di una impresa che ha saputo comunque ampliare il proprio perimetro di azione, divenendo una società di formazione accreditata dalla Regione e portando a termine anche importanti accordi come la convenzione con l’università per Stranieri di Perugia per tenere nella sede di Orvieto corsi di italiano per gli studenti.

Il bilancio del 2024 evidenziava anche un costo del personale superiore al mezzo milione di euro all’anno. Costo ridotto sensibilmente grazie alla fuoriuscita dei cinque ex. Il bilancio del 2025 si sarebbe giovato di questo ridimensionamento e un deciso aumento della produttività per addetto grazie all’introduzione di un nuovo software. L’istanza presentata dagli ex dipendenti che stavano ricevendo il tfr con un pagamento rateale dalla coop avrebbe fatto saltare un equilibrio finanziario già precario. L’interruzione, o meglio, la dilazione del pagamento di quelle spettanze era stato infatti deciso per far fronte alle quote di rottamazione legati ai debiti che Cogesta ha con il fisco. Infatti, come è noto, il fisco con la rottamazione prevede solo 18 rate a fronte delle 72 delle rateizzazioni normali.

Molte imprese hanno avuto grandi difficoltà a far fronte a rate così grandi come dimostrato dal provvedimento del governo che ha permesso ai ritardatari di rientrare nella rottamazione. La sorte della cooperativa è adesso nelle mani del liquidatore nominato dal Tribunale di Terni che potrà valutare anche la possibilità che siano i dipendenti o una parte di essi a rilevare l’azienda, avviando una gestione che possa farsi carico delle varie attività di Cogesta, anche scorporando le une dalle altre.

Riscoprire la programmazione per contrastare la crisi di Orvieto, siano le associazioni a battere il colpo decisivo

E’ da tempo relegata nel baule lessicale delle parolacce politiche, eppure la programmazione è l’unica strada razionale per cercare di arrestare il declino orvietano e provare ad avviare il percorso della crescita. Programmazione significa fare una foto dell’esistente, porsi degli obiettivi per il futuro e indicare le strategie per raggiungerli in un determinato periodo.

L’importante e recente studio effettuato da Cts dimostra, dati alla mano, che il sistema produttivo di Orvieto ha perso 500 posti di lavoro dal 2019 al 2025. Una realtà spaventosamente allarmante eppure nessuno si è scomposto di fronte a questa Caporetto. Tutti indifferenti come fosse stata la notizia di un pareggio dell’Orvietana. In una comunità che appare ormai apatica, indifferente e capace solo di commentare le luminarie del Natale, l’ennesima statistica che fotografa il baratro nel quale la comunità sta scivolando ogni anno di più non suscita la minima reazione. A nessuno sembra interessare il futuro della città. Dove sono le associazioni di categoria? Dove sono i sindacati? Dove sono gli ex primi cittadini? Dove sono i cittadini? La sensazione inquietante è che qui la politica sia ormai morta e che ad ucciderla sia stata la rassegnazione generalizzata che il futuro non esista. Chi vive qui lo fa cercando di ritagliarsi una nicchia individuale e familiare più o meno confortevole, mentre la stragrande maggioranza dei giovani immagina e si organizza un futuro che non sarà ad Orvieto. Come sarebbe del resto possibile farlo in un posto che non si pone il minimo problema di favorire i due pilastri della rinascita sociale che sono occasioni di lavoro e abitazioni a prezzi umani?

L’ESEMPIO STORICO DELL’UMBRIA SOCIAL-COMUNISTA

Pensare in termini di programmazione significa innanzitutto ragionare su come e dove i posti di lavoro debbano essere recuperati. Un esempio fondamentale di programmazione applicata al nostro territorio fu quello messo in atto dalla classe politica social-comunista nei primi due decenni di governo regionale, dall’avvento della Regione nel 1970 fino alla fine degli anni 80. Il ceto politico rappresentato da Pietro Conti, Germano Marri, Francesco Mandarini, Alberto Provantini e gli altri partì da un’analisi molto realistica delle condizioni della neonata regione e delle condizioni di vita dei ceti popolari.

L’Umbria che era rimasta esclusa dal boom economico degli anni Sessanta e che aveva un livello di retribuzioni più basso della media nazionale (primato negativo che ancora perdura), aveva bisogno di un sistema di welfare molto potente, ispirato dal modello emiliano, per compensare i bassi salari attraverso un sistema di protezione sociale che andava dagli asili ai trasporti pubblici, dalla rete degli ospedali ai consultori, dai dopolavoro aziendali alla diffusione delle mense, dagli ambulatori medici all’assistenza sociale per le disabilità fino agli assegni integrativi alle famiglie numerose. Questa scelta di puntare con forza sul welfare divenne ancora più marcata negli anni 80 di fronte alla prima grande crisi del capitalismo famigliare perugino e ai primi scricchiolii dell’apparato industriale pubblico di Terni, incentrato su chimica e siderurgia. Dal 1975 al 1980, la Lega delle Cooperative ricevette dalla Regione trasferimenti diretti per 19 miliardi di lire. Fu un tentativo necessario per arginare la crisi che ebbe come effetto collaterale quello di gonfiare l’elefantiaco apparato clientelare che ha poi consentito alla sinistra umbra di macinare consensi fino al 2019.

COSA FARE E CHI DEVE FARLO

Aggredire sul serio il declino di Orvieto, una città paralizzata da un immobilismo asfissiante in cui ci vogliono mesi per cercare di collocare un semaforo in una strada e dove non si riesce nemmeno a far ripartire un progetto salvavita come quello della cardioprotezione, è qualcosa che supera di molto le debolissime energie della classe politica che naviga a vista e campa alla giornata.  I buchi nell’acqua che si stanno facendo con la duplice programmazione delle Aree interne lo dimostrano chiaramente. Chi può allora farsi carico di indicare una possibile rotta per il domani e indirizzare la politica? Possono provare a farlo solo le associazioni che, in questi anni, hanno rappresentato l’unica luce di vitalità in un deserto dei Tartari in cui solo adesso ci si comincia a ridestare dal sonno ipnotico del villaggio turistico come panacea di ogni male, ma che da 24 anni si porta dietro anche il vuoto mai colmato dovuto alla scomparsa dell’economia militare.

Alcuni coraggiosi orvietani hanno deciso che non vogliono affatto rassegnarsi. Sono quelli che hanno creato “PrometeOrvieto”, che hanno dato via al “Comitato orvietano per la salute pubblica”, al “Cts”, sono le associazioni da sempre impegnate sul versante ambientale e su quello sociale ed assistenziale come “Occ”, sono quelli di “Orvieto città aperta” che hanno tentato di proporre una soluzione per la Piave, sono quelli che si impegnano per una città inclusiva con “CiCasco”, sono quelli che lavorano per progetti di rigenerazione urbana come “Val di Paglia bene comune”, sono quelli di “Cantiere Orvieto”, quelli di “Abitare Orvieto”, sono quelli che lavorano per diffondere nuove forme di turismo, sono le coop sociali che operano nel nome dell’integrazione come “Mir” e “Tartaruga”, c’è l’importante realtà rappresentata da “Cesvol” e “Uisp”, da “Age” e “Rotary” e “Lions”, c’è “Piano Terra” che si occupa di commercio solidale, c’è “Andromeda” ci sono i gruppi politici di ispirazione civica come “Nova” e altri ancora. Persone che non si arrendono e che hanno molte energie, ma che finora non hanno mai iniziato a dialogare tra loro.  Adesso c’è una prima occasione per poterlo fare. Si tratta la discussione da avviare (velocemente) sul piano socio sanitario regionale, per far emergere le esigenze di Orvieto e dell’orvietano. Potrebbe essere un esperimento interessante per gente che odia gli indifferenti e ama costruire. In questo strano posto “Collaborare” è una parola dal significato rivoluzionario.  Vogliamo provarci?

Cammini di trekking, leva per realizzare una nuova politica di crescita territoriale nell’orvietano

Considerare i cammini di trekking come il punto di forza intorno al quale costruire un’azione di rilancio che parte dal turismo per arrivare all’incremento della residenzialità. Si tratta di una strategia che Orvieto può perseguire con successo avendo come punto di partenza i numeri straordinari che continua a macinare il progetto del cammino dell’intrepido Larth, ma a patto di essere tutti consapevoli che abbiamo a che fare non solo con una nuova offerta turistica, ma con il punto di innesco di una nuova strategia di marketing territoriale a cui devono fornire il loro essenziale contributo molti attori sociali. Intanto qualche numero. Nel corso del 2024, i pernottamenti lungo i cammini italiani hanno superato quota un milione e 435 mila, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Il ministero del Turismo ha registrato 71 milioni di presenze e oltre 11 milioni di arrivi nel settore open air nel 2024, con un impatto economico complessivo di oltre 8 miliardi di euro . Il cammino dell’intrepido Larth ha prodotto lo scorso anno un indotto stimato al ribasso in 240 mila euro, ma i numeri di metà 2025 ufficializzeranno una crescita ulteriore che dovrebbe consentire di chiudere l’anno in corso con cifre record. Solo tra aprile e maggio si sono contate ben oltre le 900 presenze. Si è di fronte ad un fenomeno turistico, di marketing ed economico di straordinario livello, ma adesso la vera sfida è allargare lo sguardo attraverso una strategia realisticamente ambiziosa e condivisa.

L’ALTERNATIVA ALLA POLITICA DEGLI EVENTI

Per sostenere il progetto che verrà implementato con il nuovo cammino del miracolo del Corpus domini e poi altri analoghi, sta sorgendo l’associazione “Idee in cammino” a cui daranno il proprio contributo numerose persone che condividono questa visione di alto profilo. I cammini di trekking servono essenzialmente a garantire un flusso economico in un certo territorio e rappresentano un’alternativa o una integrazione alla politica degli eventi. A differenza di questi ultimi però comportano un impegno organizzativo e uno sforzo finanziario ridotto. Non si deve ricominciare ogni volta da capo, fronteggiando imprevisti e contingenze varie. Un cammino che funziona richiede di essere promosso e implementato, ma è meno rischioso e meno costoso di un evento. L’esperienza di Larth si sta inoltre dimostrando estremamente interessante e proficua anche per aggredire e ridimensionare una carenza strutturale della nostra offerta turistica che è quella della stagionalità. Lo dimostrano i numeri di inizio dicembre e di tutti gli altri mesi invernali. La sfida da gestire adesso è legata all’incremento della permanenza e la strategia non può che essere quella di “chiudere il cerchio” proponendo e vendendo direttamente pacchetti turistici focalizzati sull’orvietano, in cui anche la scontistica sui pernottamenti deve giocare un ruolo non secondario. L’obiettivo è trattenere i turisti quanto più possibile e molto di quello che esiste oggi non riesce a raggiungere lo scopo. E’ necessario entrare in una logica di nuova programazione della permanenza, ben consapevoli che ad oggi questo lavoro non lo svolge davvero nessuna agenzia turistica mentre ci sono invece quà e là significative esperienze di singoli operatori di cui fare tesoro.

NUOVE OFFERTE E SERVIZI

Dobbiamo mettere in rete ciò che esiste, ma anche creare nuove offerte. Rientra in questa stategia il “Progetto Sugano”, ovvero una azione combinata in cui l”investimento” a favore della comunità del borgo (biblioteca di uso pubblico) si somma alla creazione di nuove attrattive come la trasformazione del paese in un museo a cielo aperto per arrivare alla valorizzazione di un percorso ad hoc costituito dal trittico: laghetto-impianto idroeolettrico Netti-area delle fonti del Tione. Coinvolgimento della popolazione, delle istituzioni locali e del mondo economico sono requisiti essenziali. Il progetto è già avviato e tutti possono svolgervi un ruolo importante. L’imprenditoria sociale che vede impegnato il sottoscritto insieme ad altri compagni di avventura dall’ammirevole entusiasmo, energia e generosità come Emanuele Rossi e Luca Sbarra può fare molto e lo sta dimostrando. Ad un certo punto però deve battere un colpo anche la politica. Il nostro lavoro serve per portare qui migliaia di persone che altrimenti non ci sarebbero venute. Dobbiamo indurle nella tentazione di considerare Orvieto non solo un luogo da visitare, ma un posto in cui poter valutare di venire a vivere. Per ottenere questo risultato è necessario fare tante cose sul fronte dei servizi, dello sviluppo economico e dei trasporti, ma iniziando dal chiarirci le idee sul cosa fare per il mercato immobiliare. Per nostra fortuna non siamo nelle condizioni disperate di vendere le case ad un euro come hanno iniziato a fare per primi i luoghi spopolati nella provincia di Catania e i paesini sperduti delle valli alpine e degli Appennini, ma dobbiamo decidere quali vogliamo che siano i futuri abitanti di Orvieto. Esclusivamente gente facoltosa che può muoversi agevolmente in un mercato immobiliare alto come l’attuale o vogliamo attrare anche ceto medio? Se la riposta è la seconda, è arrivato il momento di cominciare a lavorare su una serie di iniziative che riguardino la gestione ai fini abitativi del patrimonio comunale, nuovi rapporti con il mondo delle aziende (edilizia contrattata), incentivi fiscali e aiuti per chi ristruttura in certe zone come le frazioni, probabile revisione dei regolamenti comunali, ruolo delle banche, maggiore coinvolgimento dell’Ater. E’ arrivato il momento di rimettersi in cammino.

La Corte dei conti chiede il conto per la gestione del ristorante ex Cramst di Orvieto

Un prestigioso immobile nell’ex complesso della chiesa di san Francesco a due passi dal Duomo di Orvieto. Una cooperativa, la Cramst, che ha intrecciato la propria storia con quella della sinistra orvietana. Un contratto di locazione tra la cooperativa ed il Comune che è stato in vigore per anni, ma con la coop che aveva smesso di pagare l’affitto dalla metà del 2013, praticamente quasi da subito, facendo arrivare il conto degli arretrati a 178 mila euro nell’arco dei cinque anni successivi.

Nel 2018, infatti, l’allora giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Giuseppe Germani aveva alla fine deciso di procedere allo sfratto, ma la vicenda si è, parzialmente, conclusa solo adesso con una condanna da parte della Conte dei conti che ha inguaiato tre dirigenti del Comune.

La Corte dei Conti ha infatti condannato per danno erariale a carico del Comune di Orvieto il dirigente del Settore tecnico e manutenzione ed ex vicesindaco della prima Giunta Tardani, Mario Mazzi, quello del Settore finanza e bilancio Dino Bronzo e il segretario comunale Maria Perali. Disposto un risarcimento del danno in favore del Comune di 283.399 euro.

La magistratura contabile aveva contestato una mancata acquisizione di entrate pari a 302.193 euro. Secondo la Procura regionale, il danno era stato causato dalla “cattiva gestione di un contratto di locazione attiva stipulato il 19 aprile 2013 dal Comune di Orvieto con la società Cramst. Quest’ultima aveva pagato l’affitto al Comune praticamente solo nei primi sei mesi del contratto di locazione. Poi aveva smesso di dare soldi al Comune, ma non certo di far funzionar e il ristorante, che ha lavorato per anni e anni, diventando un punto di riferimento nella ristorazione della città, mantenendo sempre il proprio allure di locale di riferimento della sinistra locale anche perché tra i soci della Cramst ci sono sempre stati anche vari dirigenti del partito che era una volta era il Pci, poi divenne il Pds, poi i Ds ed ora il Pd.

Nel caso di Mazzi, il suo coinvolgimento nella vicenda Cramst si riferisce al periodo in cui era dirigente comunale e non a quello in cui, nella precedente amministrazione comunale di centrodestra, aveva svolto l’incarico di vice sindaco dopo le dimissioni del predecessore Angelo Ranchino che era in quota Lega. Il mancato pagamento dei canoni di locazione è da ricollegarsi ad una controversia che era insorta tra la società ed il Comune relativamente ad alcuni interventi nel complesso immobiliare che sarebbero stati eseguiti dalla cooperativa che, nel periodo successivo al termine della locazione, è stata sciolta. Nella decisione della magistratura contabile si fa riferimento, tra l’altro, a “mancate entrate da omessa offerta con procedura di gara” e “sottovalutazione del canone di locazione fissato nel contratto firmato, rispetto al valore minimo degli affitti praticati per immobili commerciali similari nella stessa zona e nello stesso periodo”. Cosa che avrebbe comportato “minori crediti esposti nei bilanci del Comune negli anni dal 2013 al 2021 per un totale di 487.720 euro, compresi quelli dal 2018 al 2021 pari a 218.790 euro”.

In più la Procura aveva calcolato anche l’importo del mancato recupero dei crediti non riscossi per canoni di locazione dovuti dalla cooperativa in questione e che non sarebbero stati pagati per tutto il periodo dal 2013 al 2021, per complessivi 348.656 euro. Tutto questo fino a quando la cooperativa, tre anni fa, era stata posta in liquidazione coatta amministrativa.

La Corte dei Conti ha accertato la responsabilità amministrativa dei convenuti e ha disposto la loro condanna al risarcimento del danno in favore del Comune di Orvieto che, nel caso dell’ex vicesindaco Mario Angelo Mazzi, è stata indicata nella misura di 205.116 euro. Dino Bronzo dovrà invece versare un risarcimento di 14.431 euro mentre per Maria Perali si tratta di una somma pari a 63.852 euro. Gli importi dovranno essere poi incrementati in base alla rivalutazione monetaria. Le spese di giudizio saranno poste a carico in parti uguali tra i convenuti.

La sentenza è stata pronunciata dal collegio composto dal presidente Piero Carlo Floreani, dalla consigliera Rosalba Di Giulio e dal consigliere relatore Giuseppe Vicanolo. Ora per i convenuti, condannati al maxi risarcimento, si attende il ricorso in appello contro la sentenza.

Il nuovo corso della sanità viterbese ennesima Spada di Damocle sulla testa dell’imbambolata Orvieto

Il nuovo corso della sanità viterbese ennesima Spada di Damocle sulla testa dell’imbambolata Orvieto. Dopo quello dell’ex caserma e dell’ex tribunale, oltre ad una serie numerosa di vagoni minori, c’è un altro treno che sta per abbattersi con imprevedibile violenza sulla spaesata e inconsapevole Orvieto e ha le fattezze del nuovo corso intrapreso dalla sanità della Tuscia.

Nel giro di un anno o poco più, la geografia dei servizi sanitari disseminati tra la provincia di Viterbo e l’immediato confine con l’orvietano è infatti destinata a subire profonde evoluzioni grazie al robusto rafforzamento della medicina territoriale in atto in quei comuni che, dal dopoguerra ad oggi, hanno sempre gravitato sull’ospedale e sui servizi sanitari orvietani.

Tra una manciata di mesi, arriveranno infatti a compimento gli investimenti per la realizzazione della casa di comunità di Bolsena (un milione e 400 mila euro), per la casa e l’ospedale di comunità realizzati nell’ospedale di Montefiascone (oltre quattro milioni di euro), per la casa di comunità di Bagnoregio (ampliamento da oltre mezzo milione) e soprattutto per il nuovo ospedale di Acquapendente a favore del quale sono già disponibili 37 milioni di euro.

Quando tutte queste strutture entreranno in servizio, le comunità locali che oggi fanno riferimento ad Orvieto troveranno una riposta alla domanda di salute nel proprio luogo di residenza, almeno per una buona parte delle prestazioni sanitarie di base.

Per il Santa Maria della Stella potrebbe trattarsi di una riduzione di utenza molto consistente, l’ennesimo indebolimento di quei servizi che oggi continuano ad essere mantenuti proprio in virtù di quella dimensione interregionale assunta dall’ospedale, punto nascite in primis. Quanto vale per Orvieto l’utenza viterbese? Che tipo di riduzione di flussi economici ci si deve aspettare dall’attivazione delle nuove strutture? Quanto e in che in misura l’ospedale e la casa di comunità che si è sciaguratamente scelto di ubicare in piazza duomo, potranno fronteggiare questo rafforzamento della sanità viterbese? Queste domande dovrebbero porsele i consiglieri comunali di Orvieto e dovrebbero rappresentare un assillo per chi governa la città.

A questo quadro si deve aggiungere anche l’investimento da circa 60 milioni che la Regione Umbria effettuerà nel giro di pochi anni per costruire il nuovo ospedale di Narni-Amelia per il quali si ipotizza in particolare un focus nel settore dell’ortopedia. Il nuovo contesto impone in tempi rapidi una riflessione sul ruolo che il Santa Maria deve svolgere nel futuro e che presuppone una forte e chiara scelta politica da parte della prossima giunta regionale, verosimilmente all’insegna del marcato interregionalismo.

Probabilmente sarà necessario un colpo di reni per evitare l’ennesima penalizzazione nei confronti di una città il cui ceto politico continua a rifuggire ogni analisi strategica e ogni politica basata per davvero e non a parole sul concetto di area vasta, per continuare a guardare con la fissità dell’inconsapevole solo al modello fragilissimo del villaggio turistico.

“Cultura significa investire sulla propria comunità, non solo sul turismo” ha detto pochi giorni fa il direttore di Federculture Umberto Croppi; significa anche capire ciò che si muove intorno a noi, precorrere i tempi e non tenere lo sguardo rivolto solo in una direzione, con l’atteggiamento rassicuratorio di chi si ostina a non voler prendere in considerazione tutto il resto. Tutto il resto è fatto da tante cose, comprese quelle che il centrodestra orvietano, eccezion fatta forse solo per Pier Luigi Leoni, non ha mai capito in fondo come, ad esempio, il Centro studi ed il suo enorme valore economico e strategico che parla di futuro. E non solo di turismo.

(foto generica di archivio)

La pelle invecchia con noi. La ricerca Welcare al servizio dell’organo più vasto del nostro corpo per migliorare la qualità di vita degli anziani

Una popolazione sempre più anziana. Secondo i dati Istat, riferiti al 2023, in Italia la popolazione over 65 è di oltre 14 milioni di persone e l’Umbria si posiziona tra le prime cinque regioni con il maggiore numero di anziani, con una percentuale del 26,8%. Un invecchiamento che determina sempre di più un fabbisogno di assistenza sociosanitaria e che riguarda soprattutto gli ultraottantenni, oltre 4 milioni e mezzo nel nostro Paese. Una popolazione che, con il progressivo invecchiamento, è soggetta a patologie croniche ed a problematiche cutanee. La pelle richiede pertanto cure specifiche e mirate per mantenere la sua funzione protettiva e contribuire alla nostra salute generale.

La pelle, con il passare degli anni, diventa più fragile, perdendo elasticità e capacità rigenerativa. Questo rende gli anziani più suscettibili a lesioni, infezioni e ad altre problematiche cutanee. In Umbria, dove l’alta percentuale di popolazione over 65 è spesso curata a domicilio, i problemi che riguardano la pelle investono molte persone. La pandemia da Covid-19 ha acceso i riflettori sull’importanza della pelle come uno dei primi indicatori dello stato di salute. Durante il periodo pandemico, la pelle ha infatti avuto un ruolo fondamentale nella rilevazione della malattia attraverso molteplici segni tra cui la presenza di orticaria, eritemi, eruzioni cutanee e vasculite, un’infiammazione dei vasi sanguigni che determina ulcere agli arti inferiori. È stato osservato inoltre un aumento della gravità dei sintomi direttamente proporzionale all’età dei soggetti malati.

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La pandemia da Covid-19 ha anche dimostrato l’importanza dell’assistenza domiciliare, specialmente per la gestione delle persone con patologie croniche, che in Italia sono quasi il 45% degli over 65 e circa il 18% della popolazione dai 15 anni in su. Nel nostro Paese, peraltro, oltre due milioni di persone sono affette da lesioni croniche, come evidenzia l’Associazione Italiana Ulcere Cutanee (Aiuc). A questo va aggiunto che la maggioranza delle famiglie deve gestire autonomamente l’assistenza ai propri cari: il 33% di queste ospita un familiare bisognoso di supporto ma solo il 5% riceve aiuto esterno. Questo carico ricade quindi sui familiari, che devono “inventarsi” da zero il ruolo di assistente sanitario. L’assistenza domiciliare è quindi una sfida sanitaria da cui il “sistema salute” non può sottrarsi. E come sottolinea Fulvia Lazzarotto, CEO di Welcare Industries “Bisogna puntare su un modello di sanità che coinvolga attivamente il paziente nella gestione della propria salute, rendendo i pazienti più consapevoli e responsabili delle proprie patologie”.

Ma quali sono le terapie migliori che anche in casa ci aiutano a ridurre le lesioni che inevitabilmente subisce con l’invecchiamento la nostra pelle? È innegabile che le aziende che oggi producono dispositivi medici siano in grado di realizzare prodotti più o meno validi. Ciò che però contraddistingue Welcare dai suoi competitor è la capacità di ideare prodotti che, pur essendo inizialmente utilizzati in ospedale, si dimostrano perfetti anche in ambito domiciliare. La persona con patologie croniche, non trovando una cura definitiva in ospedale, dove vengono trattate principalmente le fasi acute, viene stabilizzata per poter proseguire i trattamenti a casa. Welcare consapevole di questo processo sviluppa prodotti pensando non solo alla malattia, ma anche alla persona che si prende cura del malato, offrendo dispositivi efficaci e di facile utilizzo. I prodotti di Welcare hanno una curva di apprendimento estremamente rapida, riducendo il carico fisico e lo stress mentale del caregiver.

Un impegno che Welcare Industries, azienda italiana con sede a Orvieto, porta avanti sviluppando e commercializzando dispositivi medici per la prevenzione e il trattamento delle infezioni e per la gestione delle lesioni cutanee. Una ricerca costante nello sviluppo di prodotti sicuri e di facile utilizzo, in grado di rispondere con efficacia ai protocolli di cura seguiti dai pazienti. Questi prodotti includono anche garze sterili per automedicazione, che combinano un’azione meccanica e una soluzione di tensioattivo per rompere il biofilm nel letto della ferita e rimuoverne i detriti.

Soluzioni di cura particolarmente utili per le persone anziane e per i soggetti che presentano condizioni croniche come il diabete. Attualmente, secondo quanto rilevato dall’ Italian Barometer Diabetes Report, sono quasi 4 milioni le persone affette da diabete, malattia complessa e in progressivo aumento. Chi è affetto da diabete presenta spesso disturbi e malattie cutanee connesse all’alterato metabolismo del glucosio. Le persone che soffrono di diabete di tipo 2 sono più a rischio poiché più sensibili alle infezioni della cute e delle mucose da parte di funghi e batteri. Tra le più comuni ci sono le candidosi, le xerosi (pelle secca) e le dermatosi infiammatorie. La gestione della pelle nei pazienti diabetici richiede dunque un’attenzione particolare. I prodotti innovativi di Welcare rappresentano perciò un valido alleato nella gestione delle lesioni e nella prevenzione di complicanze anche gravi. La protezione della pelle fragile e la gestione efficace delle lesioni croniche contribuiscono dunque significativamente al miglioramento della qualità della vita degli anziani. Utilizzando prodotti innovativi e facili da usare, come quelli sviluppati da Welcare, i pazienti possono mantenere una maggiore autonomia e comfort. Inoltre, i caregiver familiari, che spesso si trovano ad affrontare il compito arduo di assistere i propri cari senza un’adeguata formazione, beneficiano di questi dispositivi che riducono il carico fisico e lo stress emotivo. Questo approccio non solo migliora le condizioni di salute dei pazienti, ma favorisce anche un ambiente domestico più sereno e sostenibile. La gestione delle patologie croniche e la protezione della pelle fragile degli anziani rappresentano delle sfide significative per il sistema sanitario, specialmente in regioni come l’Umbria. L’innovazione, su cui la lavora Welcare per dispositivi medici all’avanguardia, è essenziale per supportare i caregiver e migliorare la qualità della vita degli anziani, che dipende anche da cure mirate per la nostra pelle.

Ad Orvieto, negli ultimi quattro anni, il turismo è cresciuto di meno rispetto alla media umbra. Lo dice Banca d’Italia

Ad Orvieto, negli ultimi quattro anni, il turismo è cresciuto di meno rispetto alla media umbra. Lo dice Banca d’Italia

Orvieto rimane indietro nella crescita turistica rispetto alla media regionale, secondo il rapporto della Banca d’Italia

Il turismo orvietano fa registrare perfomance molto deludenti rispetto ai flussi che si registrano nelle altre città umbre. Lo certifica la Banca d’Italia nella sua relazione annuale sullo stato di salute dell’economIa umbra. L’analisi prende in considerazione tutti i settori economici e, per quanto riguarda il turismo, si segnala un aumento generalizzato in tutta la regione delle presenze turistiche nel quadriennio che va dal 2019 al 2023, ad eccezione della sola Gubbio che presenta invece valori negativi. La nota dolente riguarda anche Orvieto che, nel periodo preso in esame, ha fatto registrare una crescita complessiva molto modesta, pari al solo 0,5 per cento che è la più deludente rispetto agli altri comprensori turistici umbri. L’incremento di Orvieto equivale ad una crescita di presenze turistiche per chilometro quadrato di 466 unità contro la media di 626 registrate a Spoleto e al mega incremento segnato da Assisi con ben 4438 unità.

Nel medio periodo il turismo orvietano non dimostra insomma di avere grandi segni di crescita nonostante gli sforzi profusi anche dall’amministrazione comunale che continua a ritenerlo la primaria fonte economica della città, destinataria anche di importanti investimenti, derivanti soprattutto da fondi regionali.   L’analisi di Banca d’Italia conferma dunque la posizione critica di chi ad Orvieto avanza da tempo dubbi sull’effettiva crescita dell’economia turistica. Il rapporto prende in considerazione anche i redditi da lavoro dipendente che hanno poco più che recuperato nel 2022 il calo, dovuto al covid, del 2020 e che, quindi, in termini reali sono risultati in calo.

Inoltre, i salari che pagano le multinazionali che operano con i loro stabilimenti in Umbria sono del 23% più elevati di quelli distribuiti dalle aziende umbre, in particolare la retribuzione media giornaliera è di 93 euro contro 76.

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Banca Popolare: proposta di legge per risarcire i risparmiatori

Banca Popolare: proposta di legge per risarcire i risparmiatori

Il sottosegretario al lavoro, Caudio Durigon, si impegna a creare un fondo per indennizzare le perdite subite dai risparmiatori, con un impatto stimato di oltre 85 milioni di euro solo nell’orvietano

ORVIETO-Una proposta di legge per poter garantire un ristoro ai risparmiatori che avevano subìto perdite dopo aver acquistato azioni della ex Banca Popolare di Bari. E’ l’impegno assunto dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, a margine di un incontro con gli aderenti ad AssoAzionisti BpB e del Comitato indipendente azionisti BpB, che si è tenuto nel comitato elettorale del candidato sindaco del centrodestra a Bari, Fabio Romito.

La Popolare di Bari che ora si chiama Bdm Banca ed è stata rilevata dal Mediocredito Centrale cosi come la Cassa di risparmio di Orvieto che era controllata dalla stessa Popolare, aveva emesso anni fa un grosso quantitavo di azioni la cui successiva svalutazione aveva determinato perdite ingenti. Solo nella zona dell’Orvietano e delle altre aree in cui le azioni erano state immesse sul mercato del risparmio tramite le filiali della Cassa di risparmio di Orvieto, le perdite erano state stimate in oltre 85 milioni di euro.

“Studierò la norma e valuteremo l’impatto economico-finanziario della proposta di legge- ha affermato Durigon commentando il testo della legge, illustrato al sottosegretario dall’avvocato Giuseppe Carrieri, che prevede il ricorso all’istituzione di un fondo da parte del Ministero finalizzato a indennizzare coloro “che hanno registrato perdite del valore dei titoli in loro possesso, a seguito della decisione della Banca d’Italia di sottoporre la Banca popolare di Bari, all’amministrazione controllata. Vi chiederemo di fare un salto a Roma entro fine giugno”, ha detto Durigon, per un nuovo incontro. “È fondamentale per le centinaia di risparmiatori baresi, ingannati e presi in giro, azionisti della Bpb, che il Governo si occupi di questa questione», ha affermato Romito ringraziando il sottosegretario Durigon “per aver dato la sua disponibilità ad affrontare una questione così complessa, che nel tempo si è complicata”.

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