I prestiti alle piccole imprese umbre scendono ancora e la liquidità costa di più | I dati aggiornati
Credito, i prestiti alle piccole imprese umbre scendono ancora del 5,5%. La liquidità costa il 9,4% alle piccole società e con due rialzi attesi della Bce potrà sfiorare il 10%. Una situazione che vede l’Umbria peggio della media nazionale, anche se nel Centro Italia Toscana e Marche arretrano di più. Questa la fotografia del credito alle imprese secondo le tavole regionali, aggiornate a giugno 2026, diffuse da Banca d’Italia, con l’ultima disaggregazione omogenea per dimensione d’impresa, riferita a marzo. In quel trimestre i prestiti al totale delle imprese umbre erano tornati a crescere dello 0,2% su base annua, ma alle piccole imprese continuavano a diminuire del 5,5%, mentre le medio-grandi segnavano +1,6%.
Il cambio di passo rispetto alla fine del 2025 è importante, ma non uniforme. A dicembre i prestiti alle imprese nel complesso erano ancora in calo del 2,2%; tre mesi dopo erano a +0,2%. Il recupero, però, è arrivato quasi tutto dalle aziende medio-grandi, passate da -1,3% a +1,6%, mentre le piccole sono rimaste in territorio negativo.
In valori assoluti, a fine marzo i prestiti bancari alle imprese umbre ammontavano a 8,804 miliardi di euro: 7,210 miliardi alle medio-grandi e 1,593 miliardi alle piccole, dei quali 928 milioni alle famiglie produttrici, cioè le realtà fino a cinque addetti. Nello stesso mese i prestiti alle famiglie consumatrici crescevano del 2,4% su base annua.
La distanza si trascina da mesi. A dicembre 2025 le piccole imprese umbre erano ancora a -6%, dopo il -5,9% di settembre e il -5,4% di giugno; a marzo 2026 la contrazione si è ridotta al -5,5%, senza però cambiare segno. Nello stesso periodo le medio-grandi sono passate dal -1,6% di giugno 2025 al +1,6% di marzo. Le famiglie produttrici risultavano ancora più indietro: -6,4%.
Umbria peggio della media nazionale, ma Toscana e Marche arretrano di più
Il confronto territoriale mette meglio a fuoco la posizione dell’Umbria. A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese diminuivano del 4,3% in Italia. In Umbria la flessione arrivava al 5,5%. Tra le regioni del Centro, però, Toscana e Marche registravano cali ancora più marcati, rispettivamente del 6,4% e del 7,1%, mentre il Lazio si fermava al 2,3%. Nel confronto tra le quattro regioni, dunque, l’Umbria si collocava dietro il Lazio ma davanti a Toscana e Marche.
La diversa velocità si ritrova anche nei settori. A marzo 2026 i prestiti alla manifattura crescevano del 4,7% su base annua e quelli alle costruzioni dello 0,5%, mentre nei servizi diminuivano del 3%. Il recupero del credito appare quindi più robusto nella parte industriale e nelle imprese più strutturate.
Per le piccole società la liquidità costa il 9,4%
La differenza diventa ancora più marcata quando si guarda al prezzo del denaro. A marzo 2026 il Tae (Tasso annuo effettivo) sui prestiti per esigenze di liquidità era pari al 9,4% per le piccole società considerate dalla rilevazione della Banca d’Italia e al 5% per le imprese medio-grandi: 4,4 punti di distanza.
Il dato sulle piccole riguarda società in accomandita semplice, società in nome collettivo, società semplici e società di fatto con meno di 20 addetti; le ditte individuali non sono comprese in questa specifica rilevazione sui tassi. Per il totale delle imprese, sempre al netto delle ditte individuali, il Tae era del 5,4%.
Il divario resta ampio nonostante la discesa registrata nel 2025. Per le piccole società il costo della liquidità era stato del 9,9% a dicembre 2024, del 9,5% a giugno 2025 e del 9,1% a dicembre, prima di risalire al 9,4% a marzo 2026. Per le medio-grandi, nello stesso arco di tempo, si è passati dal 5,7% al 5%. I nuovi finanziamenti destinati agli investimenti, misurati dal Taeg (Tasso annuo effettivo globale), si collocavano invece al 3,8% nel primo trimestre 2026.
Il rischio di tornare vicino al 10%
È proprio qui che il quadro cambia prospettiva. Il 10 settembre la Banca centrale europea (BCE) si riunirà per decidere sui tassi. I mercati considerano molto probabile un aumento di 0,25 punti percentuali. Le banche d’investimento J.P. Morgan e BNP Paribas hanno inoltre indicato nelle loro previsioni un secondo rialzo di 0,25 punti a dicembre 2026, mentre la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters continua a considerare possibile che quello di settembre sia l’ultimo aumento del ciclo.
Per una piccola impresa umbra la differenza può diventare rilevante. Se due rialzi Bce da 0,25 punti venissero trasferiti integralmente sul costo della liquidità, il 9,4% osservato a marzo arriverebbe aritmeticamente al 9,9%, quindi a un passo dal 10%. Non è una previsione della Banca d’Italia né un automatismo: i tassi bancari dipendono anche dal rischio del cliente, dalle garanzie, dalla durata del finanziamento e dalle politiche commerciali degli istituti.
Conta anche a chi va il credito. Nel 2025 la quota dei prestiti alle imprese umbre con probabilità di default inferiore all’1% è salita al 51,4% dal 48,3% dell’anno precedente, mentre è diminuito il peso delle aziende con merito creditizio più basso.
I problemi per le piccole imprese
Per le imprese minori i due problemi restano quindi affiancati: finanziamenti ancora in contrazione e costo della liquidità molto più alto rispetto alle aziende maggiori. Le tavole mensili pubblicate il 31 agosto portano il monitoraggio territoriale fino a giugno 2026; il 30 settembre arriverà il secondo trimestre completo, che permetterà di aggiornare anche il confronto per dimensione d’impresa e verificare come si sia mosso nel frattempo il -5,5% registrato a marzo.
Il commento del presidente Mencaroni (CCIAA Umbria)
Questo il commento di Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato che dobbiamo leggere con maggiore attenzione non è soltanto la riduzione del credito alle piccole imprese, ma la distanza crescente tra le condizioni alle quali si finanzia un’azienda minore e quelle riservate a un’impresa più strutturata. Quando la liquidità costa il 9,4%, contro il 5% delle medio-grandi, il tasso d’interesse smette di essere una variabile finanziaria e diventa una variabile competitiva: può decidere se un investimento si fa o si rinvia, se si assume una persona o si aspetta, se un’impresa riesce a crescere oppure rimane sulla difensiva”.
“Naturalmente – chiarisce – non spetta alla Camera di Commercio sostituirsi alla politica monetaria né al sistema bancario. Ma avevo indicato, tra le possibilità del nuovo mandato camerale, qualora le condizioni lo rendessero necessario, quella di costruire insieme alla Regione Umbria uno strumento per abbattere il costo degli interessi a carico delle imprese. Sarebbe ragionevole chiedersi non se intervenire in modo generalizzato, ma dove un intervento mirato possa evitare che aziende economicamente sane rinuncino a investimenti validi soltanto perché il costo del finanziamento è diventato troppo elevato”.