Si torna a fare impresa, ma il saldo annuale è negativo | Dati e dinamiche
Nel terzo trimestre (tra luglio e settembre) si torna a fare impresa in Umbria, con un saldo positivo di 109 aziende, tra nuove aperture (826) e cessazioni (717). Con un ritmo, però, più lento del resto d’Italia. E con un bilancio annuale che è negativo, con 1147 aziende persone.
Come rilevano i dati Movimpresa – l’indagine di Unioncamere e InfoCamere sui registri camerali – il tasso di crescita dello 0,12% è il più lento d’Italia, contro lo 0,32% della media nazionale. È il secondo trimestre consecutivo con più iscrizioni che cessazioni, con l’ammontare delle imprese arrivato a 89.293 nella regione.
In dodici mesi le imprese registrate diminuiscono dell’1,27% e le attive dell’1,33%. Le società di capitali salgono al 29,68% del totale ma il divario con l’Italia si allarga, anche se di poco.
Il confronto con le altre regioni
Il confronto territoriale ridimensiona, senza cancellarlo, il primato negativo umbro. La Toscana cresce dello 0,18%, le Marche dello 0,17%: ritmi superiori a quello regionale, ma anch’essi nettamente inferiori alla media italiana. Entrambe rallentano rispetto allo stesso trimestre del 2025. Nel Centro l’eccezione è il Lazio (+0,51%); fuori dall’area spiccano Campania (+0,46%) e Lombardia (+0,41%). La debole espansione numerica coinvolge dunque anche i territori più vicini all’Umbria, che però registra il valore minimo nazionale.
Perugia e Terni
Il saldo è positivo in entrambe le province, con intensità diverse. Perugia conta 608 iscrizioni e 540 cessazioni: 68 imprese in più, ma un tasso di appena +0,10%, nella parte bassa della graduatoria italiana. Terni registra 218 iscrizioni, 177 cessazioni e un saldo di +41, pari al +0,19%. Perugia contribuisce maggiormente in valore assoluto perché ha un sistema imprenditoriale più ampio; in rapporto alla consistenza delle imprese è Terni a crescere più rapidamente.
La dinamica nei 12 mesi
Sul confronto annuale, invece, il segno è negativo. A settembre 2025 le imprese umbre registrate erano 90.440; dodici mesi dopo sono 1.147 in meno (−1,27%), cosa che avviene anche a livello nazionale. La diminuzione interessa sia Perugia (−915, −1,33%) che Terni (−232, −1,08%). La flessione umbra supera quella dell’Italia (−0,84%) e della Toscana (−0,98%); le Marche aumentano invece di 257 imprese (+0,18%). Due trimestri consecutivi con saldi positivi nel 2026 non hanno quindi compensato il terreno perduto rispetto a un anno fa.
La contrazione è più forte che in Italia (−0,84%), Toscana (−0,97%) e Marche (−0,11%). Il trimestre estivo porta comunque 120 attive in più rispetto a giugno: un risultato congiunturale positivo, ma insufficiente a riassorbire il calo dei dodici mesi.
Le imprese attive
Occorre però distinguere registrate e attive. Le prime comprendono tutte le imprese non cessate presenti nel Registro, anche se inattive, sospese o in liquidazione. Le seconde sono quelle che risultano esercitare un’attività economica, senza procedure concorsuali in atto. In Umbria al 30 settembre se ne contano 76.954, pari all’86,18% delle registrate; le altre 12.339 posizioni non sono automaticamente aziende chiuse, ma che semplicemente al momento non operano. La quota delle attive è dell’86,19% in Italia, dell’87,18% in Toscana e del 90% nelle Marche.
Il dato delle imprese attive, più vicino all’effettiva operatività economica, conferma la difficoltà del confronto annuale: in Umbria sono 1.034 in meno (−1,33%) rispetto a settembre 2025, di cui 795 nella provincia di Perugia e 239 in quella di Terni.
Il numero delle imprese, tuttavia, non coincide con il peso economico del sistema produttivo. Una ditta individuale e un’azienda con centinaia di dipendenti contano entrambe come una sola unità; la stessa regola vale quando nascono o cessano. Per capire se il tessuto economico si rafforza servono anche addetti, fatturato, dimensioni, produttività, investimenti e settori delle attività che entrano ed escono dal mercato. Iscrizioni e cessazioni descrivono soprattutto la propensione a intraprendere e il ricambio delle imprese. Il loro numero, preso isolatamente, non permette di misurare una corrispondente perdita o crescita di capacità produttiva.
La tipologia di imprese
Un’indicazione importante arriva dalla composizione per forma giuridica. In Italia le società di capitali superano per la prima volta la soglia dei due milioni, arrivando a 2.007.486. Il loro saldo trimestrale è +14.529, pari al 79% di quello nazionale complessivo. In Umbria le società di capitali sono 26.503, contro 25.907 di settembre 2025: 596 in più (+2,30%). Da giugno sono cresciute di 163 unità, più dell’aumento complessivo delle registrate (+107): nello stesso trimestre diminuiscono infatti di 41 le società di persone, di 5 le ditte individuali e di 10 le altre forme.
Il peso delle società di capitali sale così dal 28,65% al 29,68% di tutte le imprese umbre, ma il divario nazionale non si riduce. La quota italiana passa dal 33,35% al 34,44% e la distanza aumenta, seppure di poco, da 4,70 a 4,76 punti percentuali. Anche Toscana (31,08%) e Marche (31,20%) sono avanti. Nella regione la quota raggiunge il 31,72% a Terni e il 29,04% a Perugia. La diffusione delle società di capitali suggerisce forme organizzative più strutturate, senza dimostrare da sola che le singole aziende siano maggiori, più patrimonializzate o finanziariamente più solide. Quanto alle altre forme giuridiche, nell’anno l’Umbria perde 1.312 imprese individuali e 333 società di persone.
L’artigianato
Nell’artigianato il segno meno riguarda anche l’ultimo trimestre. Le imprese artigiane registrate in Umbria sono 18.924, 441 in meno in un anno (−2,28%): un calo superiore a quelli di Italia (−1,55%), Toscana (−1,89%) e Marche (−0,73%). Tra luglio e settembre le iscrizioni umbre sono 213, le cessazioni 221: saldo −8 (−0,04%), mentre l’Italia è a +1.401 (+0,11%), la Toscana a +27 (+0,03%) e le Marche a −103 (−0,27%). A Perugia le 166 iscrizioni compensano altrettante cessazioni; a Terni 47 nuove attività e 55 cessazioni producono il saldo regionale negativo.
Il commento
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Le 109 imprese di saldo positivo nel trimestre sono un dato incoraggiante, ma non cancellano la crescita più lenta rispetto al resto d’Italia né la diminuzione registrata nell’arco di un anno, anche tra le imprese effettivamente attive. Dobbiamo però evitare di giudicare la forza della nostra economia soltanto dal numero delle aziende: contano le dimensioni, gli occupati, gli investimenti e la capacità di creare valore. La crescita delle società di capitali indica un’evoluzione importante del sistema imprenditoriale umbro, anche se il divario con la media nazionale non si restringe. Merita attenzione la contrazione continua dell’artigianato, una componente essenziale della nostra economia. La sfida è duplice: favorire la nascita di nuove imprese e creare condizioni che consentano a quelle esistenti di rafforzarsi, innovare e competere. Perché non conta soltanto quante imprese abbiamo, ma anche quanto riescono a crescere e quale contributo danno allo sviluppo e all’occupazione della regione”.