Movimprese: l’artigianato in Umbria torna col segno più, ma in 12 mesi perse 447 attività
L’artigianato in Umbria torna a crescere, nel numero di imprese, ma con un forte ricambio. Nell’ultimo trimestre il saldo risulta positivo, con 55 attività in più, ma in 12 mesi se ne sono perse 447. E’ questo uno dei dati più rilevanti a Movimprese, l’analisi statistica trimestrale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio. Che nel complesso consegna una regione con il segno positivo (tra aprile e giugno 1.055 iscrizioni e 708 cessazioni): il saldo è di 347 attività e porta lo stock regionale a 89.186 imprese, ma con il tasso di crescita che si ferma allo 0,39%, contro lo 0,56% italiano. Soltanto Basilicata e Sicilia registrano un valore inferiore. Su base annua l’Umbria perde 1.122 imprese registrate. Terni sale dello 0,50%, Perugia dello 0,35%.
Sul piano nazionale, il secondo trimestre si chiude con 32.709 imprese in più, frutto di 83.169 iscrizioni e 50.460 cessazioni, al netto delle cancellazioni d’ufficio. Lo stock complessivo raggiunge 5.823.863 attività. La crescita è sostenuta soprattutto dai servizi e dalle costruzioni, mentre manifattura e agricoltura avanzano molto più lentamente.
Il trimestre cresce, l’anno arretra
Il segno più della primavera non basta a rovesciare il bilancio dei dodici mesi. Tra il secondo trimestre 2025 e lo stesso periodo del 2026 l’Umbria perde 1.122 imprese, pari all’1,2% dello stock. La contrazione è leggermente più forte di quella nazionale, pari all’1%. Il saldo positivo di aprile-giugno non ha ancora riassorbito il terreno perduto nei dodici mesi.
Terni corre più rapidamente di Perugia
La geografia interna presenta due velocità. Terni registra 283 iscrizioni e 177 cessazioni, con 106 imprese in più e un tasso di crescita dello 0,50%, vicino alla media italiana. Perugia aggiunge più attività in valore assoluto — 241, risultato di 772 aperture e 531 chiusure — ma cresce dello 0,35%. La provincia ternana mostra quindi il passo relativo più sostenuto; quella perugina produce il contributo numerico maggiore al saldo regionale.
L’artigianato torna a crescere, ma l’anno resta negativo
La novità del trimestre arriva dall’artigianato. Dopo anni di riduzione strutturale, le imprese artigiane umbre aumentano di 55 unità: 298 iscrizioni, 243 cessazioni e un tasso di crescita dello 0,29%. Il risultato resta sotto lo 0,43% italiano e, nel Centro, è inferiore a Lazio, Marche e Toscana. Riporta tuttavia il comparto in territorio positivo nel trimestre.
Anche qui Terni fa meglio in termini relativi: +0,33%, con 81 iscrizioni, 66 cessazioni e 15 attività in più. Perugia cresce dello 0,27%, grazie a 217 iscrizioni e 177 cessazioni, per un saldo di 40 imprese. Il confronto annuale rimane negativo: tra giugno 2025 e giugno 2026 l’Umbria perde 447 imprese artigiane. Le prossime rilevazioni diranno se il recupero apre una fase di stabilizzazione o resta un movimento congiunturale.
Intanto cambia il profilo stesso dell’artigiano. La cassetta degli attrezzi non scompare, ma convive con lo smartphone, i software, i servizi alla persona e la produzione su misura. Tra il 2022 e il 2024, in Italia, gli estetisti sono aumentati del 7,7%, i tassisti del 5,8% e gli specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) del 5,4%.
Nello stesso periodo sono diminuiti i falegnami del 7,1%, gli imbianchini dell’8,5% e i trasportatori dell’1,7%.
In Umbria la trasformazione procede con ritmi meno uniformi. Gli artigiani estetisti sono passati da 579 a 615 (+6,2%), i tassisti da 78 a 80 (+2,6%) e i serramentisti da 281 a 312 (+11%). Sono invece diminuiti i falegnami, da 279 a 263 (-5,7%), e gli elettricisti, da 862 a 820 (-4,9%). I trasportatori umbri si muovono in controtendenza rispetto al dato nazionale, con un incremento del 5,1%.
Più società di capitali, meno imprese individuali
La trasformazione riguarda anche la struttura giuridica. Nel secondo trimestre le società di capitali aumentano di 270 unità; nel confronto annuale l’incremento è di 637. Le società di capitali — tra cui le società per azioni (S.p.A.), le società a responsabilità limitata (S.r.l.) e le cooperative — rappresentano il 29,53% delle imprese umbre: la quota più alta della serie regionale. Nel 2016 erano il 22,16%; la media italiana è oggi al 34,2%.
Nello stesso confronto annuale sono scomparse 1.341 imprese individuali. Restano comunque la forma più diffusa, con il 48,93% del totale regionale, una quota vicina al 49,31% nazionale. Il tessuto produttivo umbro si sposta così, con gradualità, verso organizzazioni più strutturate, mentre diminuisce il peso delle attività intestate a una sola persona.
Il commento
Spiega Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati consegnano all’Umbria un trimestre positivo, ma invitano a distinguere il movimento dalla tendenza: 347 imprese in più rappresentano un recupero, mentre la perdita di 1.122 attività nell’arco di un anno segnala una debolezza ancora presente. Il punto non è soltanto aumentare il numero delle imprese, ma creare le condizioni perché quelle nuove superino i primi anni di vita, investano e producano occupazione stabile.
La crescita delle società di capitali indica che il sistema regionale sta lentamente rafforzando la propria struttura, anche se la distanza dalla media italiana rimane significativa. Merita attenzione anche il ritorno al segno positivo dell’artigianato, che oggi comprende attività molto diverse da quelle del passato e intercetta nuovi consumi, servizi alla persona e competenze digitali. Sarebbe prematuro parlare di un’inversione duratura, perché il saldo annuale resta negativo, ma ignorare questa trasformazione significherebbe leggere l’economia umbra con categorie ormai insufficienti.
Le differenze tra Terni e Perugia mostrano inoltre che la ripresa non procede ovunque alla stessa velocità e che le politiche di sostegno devono tenere conto delle diverse condizioni territoriali. Il compito della Camera di Commercio è accompagnare questa evoluzione, aiutando le imprese non soltanto a nascere, ma soprattutto a diventare più solide, innovative e capaci di competere”.